«A Palermo errori e omissioni sui procedimenti boss-appalti favorirono Cosa Nostra», spiega Chiara Colosimo, presidente dell’Antimafia.
Presidente Colosimo, la pista mafia-appalti torna oggi centrale nella ricostruzione del contesto delle stragi. Qual è oggi il principale ostacolo alla ricostruzione di quella stagione?
«Innanzitutto il tempo: sono trascorsi 34 anni. I testimoni non ci sono più, la documentazione è stata distrutta e molti fascicoli sono dispersi. Poi, come emerso nell’attività della Commissione, sembra quasi che certi argomenti non possano essere affrontati perché, non appena si chiede di approfondire determinati ruoli e circostanze, si viene accusati di essere depistatori o portatori di interessi altrui.
Accuse oscene che sono state mosse agli stessi figli del dott. Borsellino solo perché si sono rivolti alla Commissione chiedendo che venisse esplorata anche questa possibile pista tra le cause che condussero alla strage di via D’Amelio. In sostanza, sembra non possa a priori svolgersi un’indagine che riguardi la condotta dei magistrati che furono titolari dell’indagine “mafia-appalti” sino al luglio del 1992, sostenendo apertamente che, quasi per fede, si debba credere nella correttezza del loro operato per il solo fatto che alcuni di loro hanno negli anni successivi svolto importanti indagini (non sempre con positivi risultati in termini di condanne) e hanno fatto un’importante carriera nel settore di contrasto alle organizzazioni mafiose».
Dalle carte di Caltanissetta emergono storie di magistrati che non hanno fatto fino in fondo il proprio dovere, di indagini gestite male e di Falcone e Borsellino lasciati soli. Ma c’è una differenza enorme tra un magistrato che sbaglia e un magistrato che finisce per favorire oggettivamente gli interessi della mafia. Parliamo di questo?
«In sintesi lo dirò con le parole del gip Santi Bologna, che definisce “il tossico diffondersi, negli anni successivi, anche tra magistrati, di tesi precostituite”, che, come visto in Commissione, non si riesce a bloccare neanche oggi e che rende più che mai difficile acquisire certezze. Le indagini di Caltanissetta hanno fatto luce oggi su alcune di quelle menzogne. Per elencare le menzogne avrei bisogno di un libro…».
Pignatone e i rapporti con i costruttori di Palermo
Veniamo a Giuseppe Pignatone, uno dei magistrati più importanti e celebrati d’Italia. Il gip di Caltanissetta parla di una gestione delle indagini che presenta anomalie gravissime…
«È emerso che il nucleo familiare di Francesco Pignatone (padre del magistrato) e dei figli (tra cui Giuseppe, che vi ha risieduto fino al 1976, due anni dopo l’ingresso in magistratura) sin dai primi anni Sessanta ha abitato nello stabile di via Uditore 7/C a Palermo.
L’immobile era stato costruito da Rosolino Piazza (padre di Vincenzo Piazza e delle figlie Gaetana e Rosa). Nello stesso immobile abitavano Rosolino Piazza, le figlie e Vincenzo Piazza. I Piazza erano storici costruttori e “uomini d’onore” della famiglia mafiosa dell’Uditore-Passo di Rigano.
Sullo sfondo resta che il padre del magistrato, Francesco Pignatone, era un deputato democristiano, ex presidente dell’Ente per la riforma agraria (poi Era) ma che soprattutto, dal 1968, era a capo dell’Espi, l’Ente pubblico per la promozione industriale nell’isola. Il gip definisce il rapporto dei Pignatone con i Piazza “certamente non occasionale e significativo”.
E aggiunge che il magistrato “ammette, palesemente, di essersi prestato a consentire un’evasione fiscale a una società la cui compagine e i cui rappresentanti erano da anni considerati ‘in odore di mafia’; evasione fiscale concordata con Buscemi Salvatore, capo mandamento di Passo di Rigano”».
Perché queste vicende non hanno avuto prima un adeguato rilievo pubblico?
«Dovrei chiederlo a chi fa il vostro lavoro, ovviamente escludendo voi che mi date questo spazio. Per carità, capisco che siano vicende complesse, io stessa faccio una fatica enorme a sintetizzarle, ma insomma, non sono fatti omissibili».
Pignatone è un caso o parte di un sistema?
«Mi dovete permettere di rimandare questa risposta alla relazione finale che stiamo scrivendo, non solo per l’estrema correttezza istituzionale che mi ha fin qui contraddistinta, ma anche perché devo ancora fare alcune domande e avere alcune risposte per poter rispondere senza ombra di dubbio».
Lo Forte e l’indagine mafia-appalti
Presidente, c’è un altro nome che rischia di rimanere sullo sfondo, quello di Guido Lo Forte. Insieme a Scarpinato firmò la richiesta di archiviazione di un filone dell’indagine mafia-appalti.
«Guido Lo Forte ha avuto un ruolo centrale nella gestione delle indagini: ha gestito con Pignatone tutto il cosiddetto procedimento mafia-appalti (quello coordinato da Giovanni Falcone e delegato al Ros) sin dal 1989-90, ma ha sostenuto la tesi della doppia informativa quando sapeva benissimo (perché lo aveva concordato con il Ros e comunque risultava dall’informativa stessa) che l’approfondimento del ruolo dei vertici politici coinvolti nel sistema Sirap sarebbe stato oggetto di un’autonoma annotazione.
I nomi di importanti esponenti politici, contrariamente a quanto sostenuto da Lo Forte e Scarpinato sin dalla relazione inviata al Csm nel 1992, erano stati comunicati alla procura già nel 1990. Ha poi sostenuto di non sapere nulla dell’indagine di Catania quando il 12 maggio 1992 aveva vistato l’informativa del Ros con la quale gli si comunicava l’invio a Catania dell’anonimo su alcuni appalti della zona. Sollecitando l’escussione di Li Pera e, pur sapendo dell’esistenza del procedimento di Massa Carrara (aveva ricevuto dal dott. Borsellino la nota molto argomentata del dott. Lama).
Non ha messo in campo le iniziative necessarie. Anche lui aveva comprato, a distanza di pochissimi giorni dagli acquisti di Pignatone (nel luglio 1980), una casa dalla medesima Immobiliare Raffaello S.p.A., in realtà riconducibile a Salvatore Buscemi, Francesco Bonura e Rosa Piazza, sorella di Piazza Vincenzo; in sostanza, essa faceva capo esattamente a quei vertici mafiosi che sembravano essere in affari con il gruppo ravennate e che erano oggetto di indagini nel procedimento 1500/93 NR e poi in quello 6613/94 NR.
L’intercettazione di Francesco Bonura del 2024 conferma la vendita a Lo Forte: “allora gliel’ho venduto a lui e all’altro, quello secco, come si chiama… E questo fu Procuratore a Messina fino a pochi anni fa… e a lui… tutti e due glieli ho venduti qua… a Malaspina”».
Se le indagini su «mafia-appalti» fossero state condotte diversamente, oggi potremmo conoscere una verità diversa sulle stragi del 1992?
«A Palermo registriamo una serie di errori che si accompagnano a una serie di omissioni e di “scelte riduttive”, come le chiamava Falcone, che infine si traducono nella sostanziale archiviazione dell’intero procedimento (l’intero procedimento 3589/91 di Natoli) e di buona parte di quello originato dal dossier del Ros (2789/90), che di fatto si sono tradotte in un favore fatto a Cosa nostra».
Scarpinato, le contestazioni sul ruolo del senatore
Veniamo a Scarpinato. Sostiene di aver voluto far emergere una verità, non nasconderla. Un parlamentare può decidere quale verità debba emergere e preparare un testimone perché la racconti in un certo modo?
«Troverei risibile aggiungere parole a quanto scritto dal gip sul senatore Scarpinato, anche perché non intendo farmi trasformare nel carnefice: lui non è vittima di niente. La prova? Il senatore Scarpinato ha invitato il dott. Natoli a procurarsi i documenti necessari a comprometterne la narrazione, non per dare un utile contributo alla corretta ricostruzione dei fatti, ma per evitare le conseguenze personali che l’audizione del legale avrebbe potuto comportare alla sua reputazione.
“E allora fatti vedere in modo che siamo preparati prima che ce la buttino addosso […] perché stiamo … stiamo partendo ah! A… a tra pochi giorni iniziano con queste cose! E saremo sulla stampa con queste cose! Dobbiamo rispondere subito”».
Lei non può espellere Scarpinato. Può chiedergli di astenersi dalle attività che lo riguardano e promuovere una verifica delle audizioni?
«In realtà non posso fare nessuna delle due cose. Ho potuto, quando le carte erano segrete, non autorizzarne la visione e l’ho fatto. Per il resto, posso solo auspicare che, con i suoi 75 anni, il senatore si renda conto che la sua presenza in questo filone è del tutto impossibile e si astenga di suo».
Scarpinato ha reagito attaccando lei e tornando a evocare la foto con Luigi Ciavardini. Perché, secondo lei, ogni volta che si entra nel merito delle contestazioni sulle indagini del 1992, il confronto finisce per spostarsi sulla sua persona?
«È un metodo: la costante evocazione di oscure entità intente a manovrare nell’ombra contro giudici impegnati a contrastare poteri altrettanto occulti è divenuta nel tempo il paradigma da impiegare per neutralizzare a priori qualsiasi elemento concreto suscettibile di porre in discussione la linearità, l’adeguatezza o l’onestà dell’azione di quel gruppo di magistrati e soprattutto le discutibili decisioni da loro assunte in relazione all’indagine mafia-appalti.
Usando un metodo noto a persone che sono citate in questa intervista, o ad altre che sono al centro della cronaca da mesi, potrei ragionare di un complotto carte alla mano, iniziato ancora prima che venissi eletta, quando Report pubblicò la famosa foto omettendo che era presa da un’associazione che si occupa di recupero dei detenuti e reinserimento (la trovate dove è sempre stata, sulla loro pagina Facebook, a un evento).
Ma la questione è molto più semplice: non hanno niente da dire nel merito del mio lavoro, delle mie scelte, del mio condurre i lavori e quindi, come bambini alle elementari, mi accusano con le immagini.
Ma resta un fatto, come direbbe qualcuno: non mi hanno vista arrivare e non mi hanno nemmeno seppellita. So che pagherò per questo lavoro e questa determinazione, ma niente vale come il sapere di aver regalato sprazzi di verità alla mia gente perbene».
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