Manca meno di un mese alle elezioni di midterm, che si terranno il 3 novembre. Il tema dominante, secondo il giornalista e autore di Fiamme americane Federico Petroni, è che oggi l’elettorato «chiede di non sprecare risorse in guerre inutili, meglio affrontare il male di vivere in America».
L’America — continua — «ha sempre sognato di redimere il mondo, ma trent’anni di egemonia le hanno dimostrato che gli altri popoli non desiderano diventare come lei né sottomettersi alla sua idea di ordine mondiale. Il risveglio da questi sogni ha prodotto la brutalità della destra e il depresso disorientamento della sinistra».
Trump vuole che Zelensky lasci in nome del patto tra Washington e Putin?
«L’attacco a Zelensky anzitutto trova un capro espiatorio per il diesel alle stelle, tormento elettorale di Trump. Non penso che Mosca e Washington abbiano trovato un accordo e stiano provando a imporlo a Kiev. Semmai, la pressione serve a Trump a facilitare i colloqui sempre meno indiretti e segreti con Russia e Cina sui conflitti in corso. Non sono prove di ordine mondiale ma un tentativo di non scivolare in una guerra mondiale».
Lei prevede una sonora «batosta» per Trump ma, allo stesso tempo, pensa che il trumpismo sia destinato a restare. Come si conciliano i due scenari?
«Trump non è trumpista e il trumpismo nemmeno esiste. Non c’è un’ideologia compatta. La sua coalizione è formata da nazional-populisti (linea Vance) e da grandi interessi economici (tecnocapitalisti e Wall Street, linea Rubio). Le due correnti hanno punti in comune, come l’ostilità alle burocrazie pubbliche o un certo conservatorismo sociale, ma divergono su un punto fondamentale: i primi pensano che l’economia debba servire la nazione, un’eresia per il neoliberismo dei secondi che domina da quasi mezzo secolo. Trump ha scelto i secondi con l’accelerazione tecnologica, senza far nulla per lenire l’asfissiante costo della vita per la gente comune. Con l’assalto all’Iran, poi, si è rimangiato un’altra grande promessa: porre fine alle guerre senza fine. Infine, lui che doveva essere il campione contro l’establishment ora usa la sua autorità per una scalata dentro l’establishment stesso con una corruzione disinibita. Questi fattori hanno eroso il consenso che lo ha riportato alla Casa Bianca e determineranno una notevole perdita di seggi al Congresso per i repubblicani. Il malessere popolare resta e prenderà altre vie. Però nel frattempo la destra ha abbattuto alcuni pilastri della vecchia America — libero scambio, immigrazione illimitata, promozione della democrazia — che non torneranno più perché non ci sono le condizioni mondiali per reggerli. Per questo il nazionalismo è destinato a restare».
L’ultimo comizio in Texas del presidente Usa è stato più volte interrotto da contestatori. I suoi interventi in giro per l’America stanno aiutando realmente i candidati repubblicani o rischiano di essere quasi un boomerang?
«Trump è impopolare, ma la scelta di esporsi non è puro narcisismo. Sa che un terzo dell’elettorato ha una fede incrollabile in lui. Però sono anche gli elettori che tradizionalmente votano solo alle presidenziali, quando c’è il suo nome sulla scheda: quindi, stavolta rischiano di stare a casa. Trump deve portarli alle urne per contenere il calo di consensi, per questo prova a rivolgersi direttamente a loro. Pur essendoci una razionalità, non penso che basterà».
Trump sembra aver perso consenso tra giovani, ispanici e ceto popolare che nel 2024 si erano avvicinati ai repubblicani: è la fine della coalizione sociale costruita da Trump?
«In parte. Il ceto popolare è ancora perlopiù dalla sua. Ma col solo zoccolo duro dei Maga non si vince. Le retate indiscriminate dell’Ice hanno spaventato molti ispanici prima favorevoli a espellere i clandestini. I giovani invece si erano rivolti ai repubblicani non solo perché stanchi del wokismo ma perché provano profonda ansia per un’economia che offre sempre meno lavori dignitosi se non si accede ai pochi posti nei college d’élite».
I democratici e il futuro del trumpismo
Se i democratici vincessero, sarebbe una vittoria vera e propria o sarebbe una vittoria «contro Trump»?
«Non sarebbe una vera vittoria. Dopo la sconfitta nel 2024, i democratici si sono finti morti. Non hanno elaborato alcuna reale alternativa. Hanno adottato slogan efficaci, come lotta alla corruzione e lenire il costo della vita, ma non hanno vere soluzioni. Prendiamo l’esempio dell’Intelligenza artificiale. Alcuni propongono una pausa al suo sviluppo, ma nessuno ha proposte concrete su come governarla. Questo disorientamento nasce dal fatto che i democratici sono fra i responsabili dell’elitismo che ha generato la rivolta populista: per venire incontro a quest’ultima dovrebbero fare la guerra a sé stessi. La destra americana ha una profondità culturale, un’articolazione ideologica e una capacità di riconoscersi in leader superiori a una sinistra assai confusa, nonostante la vivacità dell’ala socialista, comunque piccola».
Ma se Trump perde, chi perde davvero: Trump o il trumpismo? Glielo chiedo proprio perché lei è convinto che il nazionalismo di Trump sia destinato a sopravvivere, come ci ha detto prima.
«Perde Trump. Ma America First ormai è uno slogan anche a sinistra, sia pure declinato in forme diverse come la richiesta di più assistenza sanitaria, migliore istruzione e servizi pubblici svuotati da decenni di logiche private. Il vero tema è l’incapacità della politica di affrontare le cause strutturali del malcontento popolare. Riflesso di uno scontro di classe e di una disfunzione dei poteri americani destinati a durare. La politica radicalizzata ha smesso di rappresentare una grossa fetta dell’elettorato, sempre più fluttuante. Il dato strutturale è la crescente delegittimazione delle istituzioni. La democrazia, ma direi pure la repubblica, sono impossibili in queste condizioni».
La guerra in Iran e le elezioni di midterm
Anche le guerre hanno un peso sul consenso di Trump che ha recentemente affermato: la guerra in Iran finirà presto e i prezzi dei carburanti caleranno. Ma sono parole ancora credibili?
«L’America non ha lanciato la guerra all’Iran. Si è inserita in un conflitto di lungo periodo fra Iran e Israele che va intensificandosi da anni, in particolare dal 7 ottobre 2023. Le cause di questa rivalità non si sono estinte come sognava qualcuno illudendosi di dare una spallata decisiva al regime persiano. Anzi, il suo teatro va allargandosi all’Africa, all’Europa, alle rotte marittime. Soprattutto, mostra la calante potenza degli Stati Uniti, che non riescono a non dissipare la propria forza in guerre senza obiettivi chiari, che possono colpire migliaia di bersagli senza però vincere, che hanno ulteriormente svuotato gli arsenali di munizioni scarse, che hanno visto distrutte basi e decine di aerei e che non possono più garantire l’assoluta sicurezza della navigazione».
Quanto conta la politica estera e quanto la situazione economica interna su queste elezioni?
«La politica estera conta solo come riflesso della politica interna. Il tema dominante è che l’elettorato chiede di non sprecare risorse in guerre inutili, meglio affrontare il male di vivere in America. Per gli statunitensi, l’Iran conta perché fa salire i prezzi del gasolio e perché dimostra l’enorme influenza, ai limiti della manipolazione, di Israele nelle decisioni più intime di Washington».
Se Trump perdesse il Congresso, quanto cambierebbe la politica estera degli Stati Uniti? E quanto, invece, Trump riuscirebbe a continuare a governare attraverso i suoi poteri presidenziali?
«La politica estera non cambierebbe. L’unica possibilità potrebbe essere ordinare all’esecutivo di fermare la guerra all’Iran, facoltà però a cui da tempo il Congresso ha rinunciato, per una conduzione degli affari militari sempre più delegata agli apparati di sicurezza. I veri effetti sarebbero la paralisi delle attività governative e un profluvio di inchieste con cui mettere sotto processo i membri più invisi dell’amministrazione, come Pete Hegseth».
La crisi del sogno americano
Nel suo libro, Fiamme americane, lei parla di crisi del modello di vita americano e sostiene: la missione degli Stati Uniti non è più rifare daccapo il mondo. Ma salvare sé stessi dallo schianto. Non è un po’ presto per mettere in soffitta il sogno americano?
«Il sogno americano contiene una promessa di egualitarismo che l’attuale concentrazione del potere nelle mani di poche élite prive di senso di responsabilità collettive ha completamente svilito. È un problema che Trump porta all’estremo ma che lo precede e gli sopravvivrà. Inoltre, l’America ha sempre sognato di redimere il mondo, ma trent’anni di egemonia le hanno dimostrato che gli altri popoli non desiderano diventare come lei né sottomettersi alla sua idea di ordine mondiale. Il risveglio da questi sogni ha prodotto la brutalità della destra e il depresso disorientamento della sinistra. C’è uno spaventoso vuoto al cuore dell’America, salvo una forsennata accelerazione tecnologica che è l’unico tratto dell’identità nazionale sopravvissuto al disincanto ma che è del tutto divorziata da una riflessione sulle sue conseguenze. Non è la fine dell’America, che resterà potente, ma ne sta nascendo una nuova. Potrà anche recuperare tratti della vecchia, ma solo con uno stravolgimento dei rapporti di forza interni simile alla Grande depressione del secolo scorso».
Lei ha viaggiato molto nell’Ohio, nel Nebraska e nella Pennsylvania rurale. Che cosa sta succedendo oggi in quelle comunità che dai sondaggi nazionali rischiamo di non vedere?
«Non vediamo che nelle Americhe depresse si vive come in Paesi che hanno perso una guerra. Siamo in buona compagnia: nemmeno le élite costiere sanno come soffrono quei connazionali che disprezzano. Marco Rubio ha una massima efficace: i posti a cui chiedo i soldi e quelli a cui chiedo i voti sono come due Paesi diversi».
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