Intrattenersi con Riccardo Ruggeri significa guardare avanti non di quattro o cinque anni, ma almeno di venti o trenta. Offre ai giovani (e non) un’idea, anzi un’IDEA, per abitare il mondo che verrà. Non solo un modello organizzativo da lui studiato e perfezionato, cioè il segreto dietro i grandi successi della sua vita, ma anche un modo di pensare.
Una filosofia. Ieri, a Torino, Ruggeri ha presentato IDEA giovani 2050, un opuscolo per spiegare il suo «metodo» alla classe dirigente che sarà al potere tra un quarto di secolo. «Ho usato la tecnica del “non detto”», spiega l’autore: «In letteratura si chiama teoria dell’iceberg, dove solo una parte della narrazione è emersa, con però una grossa parte immersa».
Tabernacoli, business, scenari, delega, formazione, lavoro, parabole. Termini noti ai nostri lettori, ripensati per dare voce a una visione che ha la pretesa, dichiarata, di guardare a un orizzonte più ampio. Il mondo nel 2050.
Riccardo Ruggeri, qual è lo scenario geopolitico futuro da cui partono le tue riflessioni?
«Le due principali potenze, Stati Uniti e Cina, non possono più permettersi di fare i gendarmi del mondo per conto terzi. E infatti si guardano bene dall’intervenire nelle crisi locali. Pensa alla crisi di Hormuz: è stata risolta dalla triade petrolieri, armatori e assicuratori. Tra dieci anni lo Stretto verrà cancellato dalla logistica petrolifera, perché il business ha bisogno di certezze, quindi di eliminare tutti i colli di bottiglia.
L’unica eccezione la fa Israele, ma perché di fatto è il cinquantunesimo Stato degli Usa. All’interno, invece, stanno diminuendo i livelli organizzativi che separano il potere e la plebe. In Cina, per esempio, Xi Jinping sta eliminando sempre più livelli del Partito comunista. E i cittadini si accorgono di questo avvicinamento.
Quindi si configura un mondo con soli due leader, che chiamo G2. Washington e Pechino, attraverso minicrisi e successivi negoziati segreti, si accorderanno per spartirsi tutto: spazio, IA, mondo. Una sorta di nuova Yalta. Il riferimento politico-economico-culturale del XXI secolo, quindi, sarà il “Business”, e non “l’Ideologia”».
Che cosa intendi quando parli di lavoro?
Siamo pieni di luoghi comuni, come quando parliamo di patrimonio. Per esempio, spesso si sente che Elon Musk abbia 800 miliardi e più di dollari di patrimonio. Bene, si tratta quasi interamente di partecipazioni azionarie, non di ricchezza (altra parola che è destinata a essere ridefinita) liquida.
Se per caso vendesse il 10% di qualche sua azienda, subito perderebbe di valore l’intero asset. Per spiegare la confusione sul lavoro, però, devo partire da lontano».
Prego…
«Il concetto di lavoro come lo intendiamo oggi è nato nei primi anni del Novecento, quando gli Stati Uniti hanno deciso di buttarsi nell’industria dell’automobile. Il problema era sostituire la carrozza e i cavalli con un nuovo mezzo meccanico.
Eliminata l’ipotesi del vapore, primo fondamentale carburante dell’umanità, l’unica alternativa rimasta era il motore elettrico. Infatti – e questo lo sanno in pochi – la prima industria che nacque a Detroit si chiamava Detroit Electric e produceva veicoli secondo lo stesso principio delle auto tornate di moda oggi.
Siamo intorno al 1907 e l’idea ha un immediato successo. Ma intorno al 1910 arriva il modello T della Ford. Perché Henry Ford non fa un’auto elettrica? Perché lui parte da un’altra filosofia, ossia che il carburante me lo porto dietro. Un’intuizione mostruosa, gigantesca in termini intellettuali».
Perché?
«Perché così l’automobile diventa un vero concetto di libertà. Sceglie il motore a benzina, inventato 20 anni prima e molto più complicato del motore elettrico, che però poteva continuare ad andare perché lui, nel frattempo, aveva inventato il serbatoio.
Un pezzo di latta che non deve perdere, una stupidaggine col senno dell’oggi, ma è l’idea che c’è dietro – portarsi dietro il carburante – la vera rivoluzione. L’auto elettrica richiede una grande infrastruttura a monte, con il motore a scoppio vai al distributore, riempi di carburante il serbatoio, e quando è vuoto lo riempi di nuovo. Libertà…».
E poi che cosa succede?
«I due modelli si scontrano e, come accade nei Paesi veramente liberali, alla fine vince Ford e Detroit Electric dichiara fallimento. Il mondo dell’auto elettrica finisce lì e viene recuperato da Elon Musk novant’anni dopo, ma con altri spiriti.
Tutto ciò ci riporta al concetto di lavoro. Ford aveva creato un meccanismo tale per cui più lavoravi e più guadagnavi. Quelli che lavoravano di più potevano comprarsi l’automobile, e non una qualsiasi, ma il modello T della Ford, cioè quello che stavano costruendo. Stava generando la classe media. Stava creando famiglie ricche».
Un modello virtuoso, no?
«Poi però siamo andati avanti, c’è stata un’evoluzione: gli anni Cinquanta e Sessanta, le grandi produzioni, i sindacati, McKinsey. Su questo modello organizzativo si concentrano complicazioni a non finire, le strategie, tutto quello che io chiamo lavoro “file” ricco, mentre gli operai continuavano a prendere l’equivalente di 1.800-2.000 euro al mese ai prezzi di oggi.
Arrivano “quelli con la laurea”, ingegneri che guadagnano da 3.000 a 10.000 euro al mese, cioè la situazione attuale. Secondo la mia terminologia, il lavoro dell’impiegato comunale, il tuo, il mio, e tanti altri oggi sono lavori “file”, non lavori “prodotto”: in questo momento tu e io stiamo facendo un prodotto attraverso l’intervista, ma nella quotidianità non facciamo prodotti bensì attività. I lavori “file”, però, sono assolutamente adatti all’intelligenza artificiale. E a un certo punto nasce l’umanoide…».
Alcuni commentatori, anche su queste pagine, hanno espresso preoccupazione a riguardo.
«Bisogna capire che cosa sta succedendo negli Stati Uniti. Perché Trump, nella sua rozzezza intellettuale, ha detto una cosa sacrosanta: le decisioni sciagurate sulla globalizzazione prese da Clinton, Obama e Bush figlio hanno favorito enormemente la Cina. Ma riportare indietro il lavoro è impossibile: dice una stupidaggine chi lo afferma.
E allora Musk che cosa fa? Trasforma il lavoro operaio in attività di robot umanoidi, e soddisfa le richieste del presidente, cioè portare via il lavoro dalla Cina. Lui non porta via gli operai, bensì il lavoro. Cina e Giappone su questo fronte sono già molto più avanti».
Che cosa significa, questo, per l’umanità?
«Quando parliamo di modello organizzativo, siamo spesso bloccati dall’ideologia: i sindacati, il lavoro che deve essere in un certo modo. Ma il mio utilizzo del termine “lavoro” non ha niente a che fare con quello che c’è scritto sulla Costituzione, ossia il lavoro manuale e il lavoro intellettuale. Non è questo a cui mi riferisco.
Ecco perché parlo del 2050: ci sarà un lunghissimo periodo di transizione. Negli anni Ottanta del Novecento ero Ceo di aziende che fecero l’intero percorso dell’automazione robotica che, ricordo, gli intellettuali, la stampa e la politica vedevano con entusiasmo, poiché non toccava i lavori “file” dei loro figli e nipoti.
Per gli operai nacque lì il lavoro povero, che per loro rimarrà povero e che la globalizzazione selvaggia avrebbe poi trasferito in Asia per non tornare mai più. Ora che sono a rischio tutti quelli che chiamo lavori “file”, l’allarme invece è diffuso».
È per questo che Musk propone una sorta di reddito di cittadinanza universale?
«Esattamente, ma io sono in totale disaccordo! Lui culturalmente è un ingegnere, non uno che ha studiato filosofia come te, e infatti non pretende di essere altro. Dice però una cosa giusta: si lavora meno o non si lavora affatto.
D’altronde, che ce ne facciamo di tutti i laureati in tutte le discipline se il lavoro file, al quale noi li abbiamo allevati, scompare perché lo esegue molto meglio l’intelligenza artificiale? Mark Zuckerberg e Bill Gates hanno proposto, per risolvere il problema, di tassare i robot. Ma è una follia: non puoi fermare l’innovazione.
Prima la lasci evolvere, poi decidi come gestirla. È chiaro che il sistema fiscale andrà profondamente cambiato: come dicevo prima, il concetto stesso di ricchezza sarà totalmente rivisto. Aggiungo en passant che secondo me questa trasformazione porterà inevitabilmente all’autocrazia, non per forza illiberale, ma è un tema che per ora voglio solo sfiorare».
Come dovrebbe prepararsi un giovane a questo nuovo mondo?
«Io non so assolutamente niente di intelligenza artificiale, ma credo di sapere molto, moltissimo sui modelli organizzativi. Le leadership si decidono oggi, non nel 2050. E la risposta scolastica alla tua domanda è: non è importante che tu prenda una laurea in filosofia, l’importante è studiare continuamente e avere una profondissima conoscenza dello scibile umano.
Devi sapere comunicare, perché diventerà fondamentale. Vent’anni fa ho detto basta al primo lavoro, per cui ero pagato, perché volevo interessarmi esclusivamente al futuro e capire in che mondo vivranno i miei nipoti.
Oggi a 92 anni lavoro 12 ore al giorno, ma otto le passo a studiare. Non qualcosa di specifico, ma di orizzontale. Per il sapere verticale su un solo argomento è molto meglio l’intelligenza artificiale. È evidente che molti dei lavori che oggi definiamo “intellettuali”, o come li definisco io “file”, saranno svolti dall’IA; lo stesso varrà per i lavori che oggi definiamo “manuali-ripetitivi”, sostituiti dai robot umanoidi. Secondo IDEA, il lavoro umano nel XXI secolo non è e non sarà mai soltanto un’attività, ma un prodotto».
E la risposta non scolastica?
«Quella che ha dato Alex Karp, Ceo di Palantir: diplomi e lauree non serviranno perché la scuola deve produrre non diplomati e laureati, ma “polimati”. Finalmente una parola nuova che rappresenterà il XXI secolo. Chi è il polimata? Dal greco “uno molto istruito”, è una persona di curiosità infinita e di competenze multiple, che sa fare connessione dei saperi, quindi, al limite, è simile all’uomo universale del Rinascimento italiano».
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