Fabio Brescacin: «Pane più caro di 20 cent per garantire il futuro degli agricoltori italiani»
Fabio Brescacin (Getty Images)

Le braccia forti, in questo caso, quelle che «vangano» nella coscienza tormentata dai campi abbandonati, sono di Fabio Brescacin, 70 anni, il presidente di NaturaSì che ha appena lanciato una campagna a sostegno degli agricoltori che riforniscono di grano i suoi 350 negozi biologici: «20 centesimi oggi per avere pane anche domani», è lo slogan.

In sostanza, l’azienda aumenterà il costo del pane di 20 cent al chilo, un contributo a carico dei consumatori che finirà interamente nelle tasche di chi fa i conti con redditi sempre più aridi: i contadini. «Noi li abbiamo sempre pagati un po’ di più, rispetto alle quotazioni del grano», sottolinea Brescacin, «ma ora tutti devono fare la propria parte, senza agricoltura non c’è cibo». La raccolta, iniziata lo scorso 2 ottobre, terminerà il 30 settembre 2027. Resteranno invariati i prezzi degli altri derivati come farina, pasta e pizza. Prima di illustrare l’iniziativa, il presidente ci trasmette un video affinché possiamo ascoltare direttamente lo sfogo di una giovane coltivatrice: «Sono stufa della retorica dell’agricoltore missionario che deve spaccarsi la schiena tutto l’anno, è il tempo della responsabilità condivisa, per dare dignità al nostro lavoro».

«Due centesimi al giorno per sostenere i contadini»

Presidente, il progetto è nobile, ma i consumatori sono sfiniti dai rincari tra alimentari e carburante. Non rischiate di ottenere l’effetto contrario, ovvero di avere un cliente contestatore?

«Il consumatore non è stupido né egoista, sa che i contadini sono indispensabili per fare un prodotto di qualità. Non gli stiamo chiedendo chissà quale sforzo, c’è in gioco il futuro di un settore. Calcolatrice alla mano, ipotizzando un consumo quotidiano di pane di 100 grammi, pagherebbe 2 centesimi in più al giorno, poco più di 7 euro l’anno. ll ministro Lollobrigida ha espresso gradimento. Abbiamo voluto lanciare un segnale, magari più avanti saranno i clienti a fare un’offerta libera».

Perché proprio il pane?

«È l’alimento che ci permette di rendere visibile ogni giorno il legame fondamentale tra quello che portiamo in tavola e il lavoro dell’agricoltore».

Chi fa il prezzo del grano?

«Il riferimento è la Borsa merci di Bologna. Lo scorso agosto, in piena raccolta, il grano tenero biologico era quotato 33 centesimi al chilo, quello tradizionale 22 centesimi. Con questi prezzi la produzione non è sostenibile: il costo del gasolio agricolo, seppure calmierato, è raddoppiato. E si farebbe fatica a seminare pure pagandolo 20 centesimi in più. Non dimentichiamo che l’agricoltura è anche cura del paesaggio».

Campi abbandonati e rischio di perdere l’autosufficienza

E come lo vede, adesso, il paesaggio campestre?

«Sempre più abbandonato. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Italia coltivava 25 milioni di ettari, oggi la metà, appena 12. I boschi si stanno riappropriando del terreno, i terrazzamenti cedono all’incuria. Montagna e collina sono le aree più in sofferenza, ma ora anche la pianura piange. Il grano, poi, è la base della nostra alimentazione, eppure non siamo più autosufficienti: produciamo il 40% del fabbisogno nazionale, il restante lo importiamo dall’estero e la crisi geopolitica non aiuta. Rischiamo di perdere la sovranità alimentare».

Chi sono i giovani agricoltori di oggi?

Chi sono i contadini del presente? Che storie hanno?

«Nelle campagne c’è un forte invecchiamento, nel comparto biologico la percentuale di giovani con almeno il diploma cresce, sebbene con “giovani” intendiamo lavoratori under 41. Qualcuno ha fatto una scelta di vita, insofferente alla città, alle giornate passate davanti a un pc, al traffico, ma capite bene che la scommessa deve valere un reddito, altrimenti dopo qualche anno ci si pente. Serve un piano strutturato per sostenere gli agricoltori, una sinergia tra istituzioni, associazioni di categoria, imprese e ovviamente consumatori. La speranza, intanto, è che il progetto “20 centesimi oggi per avere pane anche domani” possa ispirare altri distributori. Non possiamo più sottovalutare il problema».

Almeno le antiche famiglie contadine riescono a tramandare l’amore per la terra ai figli?

«Intendiamoci, coltivare dà enormi soddisfazioni, non è solo un sacrificio fisico e di tempo. Tuttavia, in questo momento, la maggior parte degli agricoltori preferisce far studiare i ragazzi, per garantirgli un futuro che la terra non è più in grado di promettere».

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