Un uomo lega Consip e l’inchiesta sugli appalti calabresi
  • Indagato, insieme al governatore del Pd Mario Oliverio, anche Rocco Borgia: fu fotografato con Carlo Russo, faccendiere vicino a babbo Renzi.
  • Per gli inquirenti il presidente lombardo Attilio Fontana avrebbe favorito la nomina dell’ex socio. Interrogati gli arrestati per aiuti alla ‘ndrangheta: tutti scelgono di non rispondere.

Lo speciale contiene due articoli.

Il museo di Alarico, la ferrovia Cosenza-Catanzaro, le tratte turistiche, il nuovo ospedale di Cosenza: sono i piccoli e grandi affari che secondo gli inquirenti stavano molto a cuore alla cricca affaristico politica calabrese targata Pd. La Procura di Catanzaro ha raccolto tutte le accuse in un unico pacchetto che ha spedito martedì ai 20 destinatari. Il loro telefono scottava da anni, visto che l’accusa di associazione a delinquere, secondo la Procura, va retrodatata al 2014 e, scrive il procuratore Nicola Gratteri, è «condotta permanente».

Da quasi cinque anni ininterrottamente, insomma, la cricca dem con a capo Nicola Adamo, già esponente del Pci, vicepresidente della Regione Calabria ai tempi di Agazio Loiero, deputato nella passata legislatura, indagato nel 2006 e nel 2012 in inchieste dalle quali poi è uscito assolto, avrebbe condizionato appalti e scelte politiche. Adamo nei capi d’accusa viene descritto come il burattinaio. Anzi, come il maestro burattinaio. Perché a muovere i fili delle marionette insieme al compagno Adamo ci sarebbe stato il governatore Mario Oliverio, anche lui del Pd e anche lui accusato di associazione a delinquere. Neanche due settimane fa la Cassazione gli ha revocato l’esilio a San Giovanni in Fiore, paesino della Sila, al quale era stato obbligato per circa tre mesi dalla Procura. In un’altra indagine, denominata Lande desolate, la Guardia di finanza l’avrebbe beccato a pasticciare con un’impresa in odore di ‘ndrangheta che aveva messo le mani sui lavori per l’aviosuperficie di Scalea e sull’impianto sciistico di Lorica. Il governatore non ha fatto in tempo a scrivere su Facebook «verità e onestà non si calpestano» che la Procura gli ha spedito il secondo pacco regalo con l’accusa di associazione a delinquere. I due manovratori, stando alla ricostruzione dell’accusa, erano così potenti da riuscire a orientare le scelte politiche della Regione. Quando non ci riuscivano avrebbero messo in campo strategie per far fuori gli avversari. Nel caso di Mario Occhiuto (ironia della sorte, in questa indagine è sia indagato sia parte offesa), sindaco di Cosenza e candidato forzista alla presidenza della Regione, avrebbero tramato per togliergli la maggioranza in Consiglio. E, così, Adamo e Oliverio, sarebbero stati beccati a telefono mentre congiuravano.

Se vince il centrosinistra «lui va alla ricerca di fargli il vicesindaco, no? Se si perdono le elezioni comunali, siccome è un manager, è un ingegnere, un incarico regionale, in attesa che si candida la prossima volta alla Regione, però ci deve essere». La risposta: «Va bene, va bene, ok, ciao ciao. È meglio non parlarne al telefono».

Il dialogo fra i due è riportato nel provvedimento con cui il gip ha sospeso dai pubblici incarichi altri due indagati e si riferisce alle dimissioni di 17 consiglieri comunali di Cosenza, alcuni dei quali di maggioranza, che portarono alla decadenza di Occhiuto. Per questo episodio è indagato anche l’ex presidente del Consiglio comunale Luca Morrone. Dietro a quelle dimissioni, secondo l’accusa, ci sarebbe stata proprio la regia di Adamo. Il gip riporta anche il testo di un sms inviato da Adamo al capogruppo del Pd alla Regione Sebi Romeo (che non è indagato): «Se riusciamo a far cadere Occhiuto, dobbiamo farlo con chiarezza, non deve apparire come una congiura di Palazzo, rischieremmo un boomerang».

Morrone, stando alla ricostruzione giudiziaria dell’intrigo politico, avrebbe accettato di firmare le dimissioni in cambio della carica di vicesindaco nella eventuale nuova maggioranza o un incarico di ingegnere alla Regione. Ed è in questo contesto che si inserisce la conversazione intercettata tra Adamo e Oliverio. La finalità sarebbe stata quella di spodestare il sindaco per piazzare i propri uomini nei posti strategici. E alcuni appalti che avrebbero fatto gola alla cricca ricadevano proprio nella città di Cosenza. Nell’intreccio si sarebbe mossa bene anche una vecchia conoscenza della Verità: Rocco Borgia da Melicuccà, paesello della provincia di Reggio Calabria. Anche lui è indagato per associazione a delinquere e viene descritto come un «intermediario» per conto di una potente coop del settore edilizio. Nel documento giudiziario è scritto: «Dispone di una complessa rete di contatti e relazioni con politici, imprenditori e amministratori pubblici che gli consente di veicolare le aggiudicazioni in favore dei gruppi imprenditoriali da lui individuati e sponsorizzati». Anche lui proviene dalla vecchia sinistra: dirigente Arci, poi esperto di cooperazione in Africa e dirigente di Ong. Infine, consulente di un colosso delle cooperative rosse: la Cmc di Ravenna (che, stando all’accusa, avrebbe sponsorizzato nell’ambito della progettazione esecutiva e della realizzazione della metropolitana tra Cosenza, Rende e l’università della Calabria). Ai tempi dell’inchiesta Consip, settembre 2016, era stato fotografato e pedinato dai carabinieri del nucleo operativo ecologico con Carlo Russo, l’apprendista faccendiere di Scandicci (che dovrà affrontare l’udienza preliminare per traffico di influenze il 28 maggio) legato a doppio filo a babbo Tiziano Renzi. In un’informativa i carabinieri definiscono Borgia «soggetto già conosciuto a questo comando» e, come aveva anticipato La Verità, gli atti erano stati trasmessi proprio a Catanzaro.

Borgia aveva giurato di aver tagliato i ponti con la sua terra d’origine. Ma con gli atti di questa inchiesta potrebbe essere nettamente smentito.


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