- Al di là dell’ideologia il rapporto Coop 2018 contiene dati interessanti per capire il futuro del nostro Paese. Cresce l’età media: gli ultracentenari saliranno esponenzialmente, dalle 17.000 unità attuali agli oltre 120.000, mentre dal 2008 a oggi si contano 900.000 donne in meno in età compresa tra i 15 e i 50 anni. E il 37% dei Comuni è a rischio estinzione.
- I consumi si sono ridotti del 2% rispetto al 2010 a differenza di Germania e Francia dove la spesa è aumentata rispettivamente del 12,7% e del 10,2%. Ma se solo un 10% delle famiglie attualmente senza figli accedesse alla condizione di genitorialità, l’impatto sarebbe di circa 2 miliardi di euro di Pil in più.
Lo speciale comprende due articoli.
Al netto della propaganda sui temi dell’immigrazione, il rapporto Coop 2018 offre interessanti spunti di riflessione sullo stato delle famiglie italiane. Infatti, se si guarda oltre la retorica immigrazionista (si legge, tra le altre cose, che l’aumento della quota della popolazione anziana mette a rischio la possibilità di disporre di risorse adeguate per il sostegno alle persone in età avanzata, sia in termini di prestazioni pensionistiche che di servizi di assistenza») si può scoprire un divario emergente nella popolazione italiana, spaccata tra nostalgici ed esploratori. Siamo davanti a un Paese polarizzato e diviso, tra paura del nuovo o voglia di sperimentare, incertezza o fiducia nelle innovazioni tecnologiche e nel futuro.
Sono sicuramente gli effetti della lunga crisi economica che emergono spulciando tra i numeri relativi alla famiglia. Basti pensare che l’Italia è ultima in Europa consumi (dati relativi al 2017), con una riduzione della spesa delle famiglie superiore al 2% rispetto al 2010. Una situazione preoccupante, ancor più preoccupante però se rapportata agli incrementi registrati in Germania (+12,7%) e Francia (+10,2%). E pur in un contesto di segno favorevole, l’ultimo anno restituisce indicazioni non molto diverse, se si considera che l’incremento italiano (+0,7%) è il più basso tra le grandi economie europee. A rafforzare i sospetti di disparità sociali nel nostro Paese c’è un elemento in particolare: le famiglie benestanti spendono infatti quattro volte di più rispetto a quelle con bassa capacità di spesa. Di conseguenza, si polarizzano anche gli acquisti: crescono da una parte i prodotti ad alto valore aggiunto (quelli biologici e salutistici, per esempio), dall’altra i prodotti low cost.
Guardando invece alla distruzione dei consumi per voce di spesa, insieme a quelle spagnole, le famiglie italiane sono quelle che destinano le minori risorse (43%) all’acquisto dei servizi, soprattutto per effetto dell’importanza che il cibo, contabilizzato nella statistica ufficiale tra i beni, riveste nel modello di consumo nei Paesi dell’area mediterranea. Ma sempre guardando le voci di spese si notano le peculiarità del paradigma di consumo delle famiglie italiane. Posta pari a 100 la spesa in servizi, una quota non distante dal 40% prende la via del tempo libero, a suggerire che viaggi e divertimento, teatro e spettacoli, cinema e sport identificano un modo di vivere tipico delle famiglie italiane. Invece, spendiamo meno, almeno in termini relativi, per la casa e le comunicazioni: merito, da una parte, di una ampia diffusione dell’abitazione di proprietà e di livello degli affitti che risulta tipicamente più contenuto se paragonato al costo di una abitazione nei grandi centri urbani degli altri Paesi europei e, dall’altra, di una maggiore competizione che tende a comprimere i prezzi praticati al consumatore finale.
A mutare è anche la famiglia, un tempo tradizionale, unica e indivisibile, identificata nell’immaginario collettivo come la classica coppia sposata (un uomo e una donna) con figli (almeno due). Forse era un’immagine semplicistica, ma per decenni ha sostanzialmente coinciso con la realtà dei fatti. Tuttavia dagli anni Sessanta e poi nei decenni successivi, molto è cambiato. Il primo fenomeno: sono cresciute rapidamente le famiglie unipersonali, costituite cioè da un solo componente: dal 10% nel 1961 al 20% nel 1991 fino ad arrivare al 30% del totale delle famiglie ai giorni nostri, superando di poco la soglia di 8 milioni di individui. Il secondo fenomeno: il calo delle nascite e, di conseguenza, del numero medio di figli per donna. L’Italia è notoriamente sempre più un Paese senza figli (il 2017 ha fatto registrare l’ennesimo record negativo, con 9.000 bambini nati in meno rispetto al 2016) ma nel contempo è sempre più un Paese «senza madri»: i più recenti dati Istat relativi agli indicatori demografici certificano che in dieci anni la platea delle madri potenziali si è, infatti, ridimensionata in maniera preoccupante (dal 2008 a oggi si contano 900.000 donne in meno in età compresa tra i 15 e i 50 anni, di cui 200.000 solo nell’ultimo anno), mentre le donne che diventano mamme davvero lo fanno sempre più in ritardo, con un’età media al parto salita a più di 33 anni (mentre gli uomini si affacciano alla paternità in media solo dopo aver compiuto 37 anni) e quasi un italiano su due ritiene oramai che le donne non dovrebbero cominciare a pensare di diventare madri prima dei 35 anni.
Ed è proprio il numero di figli ad aver avuto un impatto sul sistema economico nazionale e in particolare sui livelli di consumo di beni e servizi. Elaborando i micro dati dell’indagine Istat sui consumi delle famiglie, è possibile stimare, si legge nel rapporto, che se anche solo un 10% delle famiglie attualmente senza figli accedesse alla condizione di genitorialità, l’impatto sarebbe di circa 2 miliardi di euro di maggiori consumi.
C’è infine un interessante capitolo che riguarda il rapporto degli italiani con il digitale. Con la più alta percentuale di Sim per abitante in Ue (100 milioni sono quelle attive in Italia e si calcola che fra dieci anni saranno 130 milioni), gli italiani dimostrano da tempo di non aver paura delle tecnologie. Dopo lo scandalo Facebook che ha fatto emergere le criticità della Rete circa la sicurezza dei dati personali, siamo ormai coscienti del rischio di dipendenza smartphone, soprattutto nei giovani matura un approccio più critico verso il digitale. E così, dalle foto alla musica, qualcuno riscopre il gusto dell’analogico tra rullini, libri di carta e vinili. O, parlando di telefonini, del vintage: basti pensare al ritorno del brand Nokia, che punta tutto sulla semplicità e le poche funzionalità dei suoi apparecchi.
Gabriele Carrer
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