Dietro all’inchiesta di Napoli su presunte pressioni sul ministro dell’Università, Anna Maria Bernini, da parte di UniPegaso-Multiversity per tentare, senza successo, di far modificare la normativa da lei introdotta sugli esami a distanza, spunta un nuovo filone d’indagine, all’interno del quale i pm ipotizzano anche tentativi di condizionare la stampa.
Nella giornata di martedì, infatti, a numerosi manager di società editrici di giornali, direttori ed ex direttori di testate è stato notificato un decreto di perquisizione e un avviso di garanzia.
Il nuovo filone dell’inchiesta su UniPegaso
L’indagine è un filone parallelo dell’inchiesta sull’ateneo online, reso pubblico nel giugno scorso, e che vede 40 indagati per una vicenda di presunte immatricolazioni in assenza dei requisiti per corsi di laurea e post laurea, ideate nel periodo in cui la gestione era affidata a Danilo Iervolino, che aveva poi ceduto Unipegaso a Multiversity.
Secondo la nuova ipotesi degli inquirenti, il procuratore aggiunto Sergio Ferrigno e i sostituti Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcok e Francescapaola Colonna Romano, che ipotizzano il reato di corruzione tra privati, i vertici di UniPegaso-Multiversity, guidato da Fabio Domenico Vaccarono e dall’ad Francesco Durante, avrebbero messo in piedi un sistema che coinvolgerebbe i vertici editoriali e giornalistici di quasi tutte le principali testate nazionali, per godere di «buona stampa», ovvero di articoli che non ledessero l’immagine del gruppo soprattutto in corrispondenza della discovery sul filone principale dell’indagine sull’ateneo.
I 22 indagati e le ipotesi di reato
Nel nuovo filone, sono indagate complessivamente 22 persone, ai quali i pm di Napoli contestano, a vario titolo, i reati di associazione a delinquere, corruzione e istigazione a delinquere, e concorso in corruzione tra privati.
Coinvolti nell’inchiesta, oltre a Vaccarono e Durante, sono Andrea Ferrante e Gianpiero Mazza referenti apicali del fondo Cvc Italia proprietario del gruppo, Gianluca Comin e Gianluca Giansante, rispettivamente di presidente e socio operativo di Comin & partners, e Andrea Buonomo, attivo in Pegaso fin dai tempi della vecchia gestione.
I manager e i direttori di giornale coinvolti
Sul fronte dei giornali nell’elenco degli indagati ci sono: Mirja Cartia D’Asero e l’ex direttore di Repubblica Mario Orfeo per il gruppo Gedi; Andrea Malaguti, ex direttore de La Stampa; i manager Alessandro Bompieri e Uberto Fornara per il gruppo Rcs; Francesco Cancellato, direttore di Fanpage; Gaspare Giuseppe Borsellino, dell’agenzia Italpress; Claudio Cerasa, direttore del Foglio; Walter Giuseppe Bonanno, amministratore delegato della concessionaria di pubblicità Piemme; il manager Fernando Diana del gruppo Citynews; Stefano Cecchetti, del gruppo Libero Editoriale; Cinzia Monteverdi, ad di Seif, la società che edita Il Fatto quotidiano e Peter Gomez direttore del fattoquotidiano.it; Federico Silvestri, del Sole 24ore.
La posizione di Seif e del Fatto quotidiano
In una nota di Seif, Monteverdi ha dichiarato: «Sono stupita della notifica che coinvolge la nostra Società e diverse altre testate giornalistiche. Assicuro la massima disponibilità nei confronti della magistratura, nella convinzione di aver sempre operato nella totale correttezza e trasparenza». Mentre Gomez ha spiegato che «da qualche tempo Multiversity collaborava con Seif per progettare corsi di formazione sulla loro piattaforma ed era anche uno dei nostri investitori pubblicitari.
Quando abbiamo pubblicato articoli sulle inchieste riguardanti le università online, i vertici di Multiversity sono stati contattati, o hanno contattato la direzione e la società, per fornire chiarimenti e, quando necessario, la propria versione dei fatti, come è accaduto e accade in tutti i casi analoghi». Apparentemente, quindi, almeno in questo caso, si tratterebbe di normali rapporti tra una testata e un inserzionista e partner.
Le ipotesi della Procura sui rapporti con la stampa
Ma per i pm del capoluogo campano le cose non stanno così, e ipotizzano che l’associazione a delinquere sarebbe stata costituita per commettere «una serie indeterminata di corruzioni tra privati, di istigazioni alla corruzione e, ove necessario, di estorsione», al fine di ottenere la pubblicazione, in sintesi, articoli che non ledessero l’immagine del gruppo che controlla l’ateneo.
Il precedente dell’inchiesta su Sallusti e Porro
Va detto che non è la prima volta che Piscitelli e Woodcock si interessano alle dinamiche del mondo della stampa.
Nel 2010, infatti, i due magistrati avevano iscritto sul registro degli indagati l’allora direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti e Nicola Porro, intercettato casualmente dai carabinieri del Noe, al telefono con Rinaldo Arpisella, all’epoca portavoce di Emma Marcegaglia che ricopriva il ruolo di presidente di Confindustria. L’ipotesi formulata dai pm era di concorso in violenza privata, a causa dei toni e dei modi con cui Porro aveva chiesto ad Arpisella un’intervista alla Marcegaglia. La sede del quotidiano e le abitazioni dei giornalisti erano state perquisite dai carabinieri del Noe. L’indagine era poi stata trasferita per competenza alla Procura di Roma. E Porro, nel 2016 era stato assolto, su richiesta del pm, «perché il fatto non sussiste».
Le presunte pressioni sulla ministra Bernini
Sul fronte dell’altro nuovo filone d’indagine, invece, secondo gli inquirenti del capoluogo campano, Vaccarono, tramite Luigi Bisignani, avrebbe fatto pressioni, sul ministro dell’Università Anna Maria Bernini per ottenere la proroga della disciplina «eccezionale» che regolamentava gli esami a distanza varata durante il Covid. Una proroga che sarebbe stata necessaria per «avallare» la «gestione illecita di corsi, titoli e attestati formativi da parte degli esponenti della compagine dell’Ateneo».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >