Alberto Stasi
Alberto Stasi (Ansa)

Diciotto anni fa i dubbi sulle indagini di Garlasco erano già evidenti. Ora, dopo le nuove carte e le amnesie di chi lavorò al caso, è il momento di chiedere conto degli errori che contribuirono alla condanna di Alberto Stasi.

I dubbi già evidenti nel 2008

Erano trascorsi appena sei mesi dall’omicidio di Chiara Poggi, ma già si capiva che l’indagine era nata male a causa degli errori compiuti dai Ris nelle prime fasi dell’inchiesta. Non c’erano soltanto le impronte lasciate dai militari che, entrando nella casa, avevano inquinato la scena del crimine o i riscontri dimenticati, come ad esempio i mancati sequestri di elementi che avrebbero potuto rivelarsi utili agli accertamenti.

Ad alimentare dubbi erano soprattutto le procedure usate per individuare eventuali tracce di sangue sui mezzi usati da Alberto Stasi. Fu per questo che nel marzo del 2008, dunque molto tempo prima che il fidanzato di Chiara fosse dichiarato colpevole e condannato a 16 anni di carcere, salvo poi – dopo aver scontato la condanna – tornare a essere considerato un presunto innocente, dedicai al caso la copertina di Panorama, che a quei tempi dirigevo. Il titolo era eloquente: «Colpevoli senza ombra di prova».

Le prove che non tornavano

La legge dice che un imputato deve essere condannato per il reato che gli viene contestato solo quando la sua responsabilità sia dimostrata al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma nell’omicidio di Chiara Poggi niente consentiva di dire che Alberto Stasi fosse colpevole senza ombra di dubbio. Anzi, le ricostruzioni emerse nella prima fase delle indagini semmai dimostravano il contrario, a partire dal fatto che il delitto era incompatibile con la sua presenza sulla scena del crimine, dato che a quell’ora stava davanti al computer.

Così si è cercato di aggiustare le cose, spostando il momento in cui la povera Chiara veniva massacrata, in modo da far coincidere l’omicidio con l’inattività davanti al pc. Anche il tempo per raggiungere la villetta di casa Poggi in bicicletta pareva discolpare Alberto, come pure l’assenza di macchie di sangue sulle suole delle scarpe.

Ma, paradossalmente, ciò che avrebbe dovuto scagionarlo fu usato contro di lui. E a completare il quadro delle presunte prove a carico, poi, è arrivata la perizia delle perizie, quella sui pedali, con le supposte macchie del sangue di Chiara, una pistola fumante che portò al primo arresto di Stasi, salvo poi scoprire che quelle piccole crosticine con un profilo genetico riconducibile alla vittima «al di là di ogni ragionevole dubbio», come fu scritto nell’ordinanza di fermo, forse non erano sangue.

I pasticci del Ris erano già sotto gli occhi di tutti

Ripeto, siamo nei primi mesi del 2008, ovvero 18 anni fa. E rileggendo l’articolo del collega Antonio Rossitto trovo che era già tutto chiaro, tutto sotto i nostri occhi. I pasticci degli uomini del Ris che, con le loro approssimazioni, mostravano i limiti della scienza applicata alle indagini, erano evidenti. Nonostante la sicumera con cui l’allora colonnello Luciano Garofano affrontava i cronisti e le telecamere, le lacune, le dimenticanze e i veri e propri errori dell’indagine erano macroscopici.

Eppure, invece di ammettere di aver sbagliato, invece di riconoscere di aver condotto accertamenti maldestri, quegli uomini che dovevano dimostrare la colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio hanno preferito andare avanti e nascondere gli errori, anche se questo poteva portare alla condanna di un innocente.

Non credo che si possa sorvolare, nonostante gli anni trascorsi, su quelle che oggi vengono spacciate come dimenticanze e decisioni incaute ma non malevole. Chi ha condotto le indagini, respingendo con sdegno i dubbi emersi già 18 anni fa, oggi non può cavarsela dicendo di non ricordare, perché Stasi ricorda benissimo gli undici anni trascorsi in carcere e ha memoria di una gioventù bruciata dietro le sbarre, a causa di una condanna basata su elementi falsi, che però i Ris hanno accreditato come veri.

Ora servono risposte

Mi domando quando la magistratura deciderà di aprire a una revisione del processo, restituendo a Stasi, se non gli anni rubati, almeno la dignità di un giudizio equo, non inquinato da falsi riscontri. Inoltre, mi chiedo quando i vertici dei Ris saranno chiamati a rispondere del loro operato.

Troppo facile dire «non ricordo». Di fronte al magistrato, un giornalista non può giustificare una frase ritenuta diffamatoria appellandosi a una fonte di cui non ricorda il nome, anche se l’articolo è stato scritto dieci anni prima. Dunque perché a un ufficiale dev’essere consentito di avere un vuoto di memoria su un riscontro che ha mandato in galera un giovane contro cui non c’erano prove?

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