Per anni, Roberto Malvolti ha indossato l’abito candido del paladino della legalità. Come referente per l’Emilia-Romagna dell’associazione Sos Italia Libera frequentava i tavoli istituzionali, stringeva mani nelle prefetture e spiegava al mondo quanto fosse nobile e necessario difendere le vittime di usura ed estorsione.
Solo lo scorso maggio, arringava i media invocando con urgenza l’assegnazione di un immobile confiscato alle mafie per farne il faro della giustizia locale. Oggi, quel faro si è spento sotto i colpi di un rinvio a giudizio che sconcerta profondamente.
La «doppia faccia» di Roberto Malvolti
Mentre di giorno Malvolti predicava il Vangelo della trasparenza, secondo l’accusa di notte – o meglio, nelle stalle dell’azienda agricola di famiglia «Lepri Ro&Ro» a Castelnovo ne’ Monti – il copione cambiava radicalmente.
Il giudice Andrea Rat lo ha spedito a processo insieme alla moglie, Roberta Cepar per caporalato, lesioni colpose aggravate e sfruttamento dell’immigrazione clandestina. In pratica, il censore del malaffare sarebbe stato pizzicato a gestire un bizzarro concetto di «accoglienza e legalità».
La Procura di Reggio Emilia ha scoperchiato un presunto sistema che sembra uscito da un manuale di archeologia dello sfruttamento. Braccianti tunisini quasi tutti clandestini costretti a turni massacranti: oltre 13 ore al giorno, sette giorni su sette, per 4,46 euro all’ora, a fronte degli 8,86 previsti dai contratti nazionali.
I migranti, va precisato, non prestavano servizio per la onlus antimafia (estranea ai fatti), ma si spaccavano la schiena esclusivamente nell’azienda privata e nell’allevamento di bestiame dei coniugi Malvolti.
Un super sfruttamento feroce che, secondo i magistrati, è stato possibile proprio perché tre dei quattro lavoratori erano completamente privi di permesso di soggiorno: fantasmi burocratici ricattabili, intrappolati nella morsa della clandestinità. Ma la generosità della coppia non si fermava qui: i coniugi avrebbero richiesto 250 euro al mese di affitto per un alloggio ricavato in un capannone fatiscente, privo di infissi, a pochi passi dalle stalle. Un welfare aziendale invidiabile.
Come si è scoperta la situazione di caporalato
Il punto di svolta drammatico si è consumato nel 2023. Un bracciante si è fratturato due dita della mano a causa di un macchinario taglialegna usato senza formazione appropriata e senza dispositivi di protezione, il «paladino della giustizia» avrebbe caricato il ferito in auto, scaricandolo in ospedale e intimandogli tassativamente di mentire ai medici: «Dì che è stato un incidente domestico», il senso della raccomandazione, per evitare che si potesse risalire all’azienda.
Quella bugia e il conseguente ritardo nelle cure adeguate hanno purtroppo portato la ferita in necrosi, rendendo poi necessaria l’amputazione di due dita del lavoratore. L’importante, sul momento, era non sporcare la facciata immacolata dell’azienda e, di riflesso, dell’attivista antimafia, poi denunciato dal bracciante (atri tre tunisini si sono costituiti parti civili).
La difesa, affidata all’avvocato Damon Zangheri, parla di indagini «frettolose» e contesta radicalmente l’impianto accusatorio. Secondo Malvolti, infatti, in azienda non c’era alcun lavoratore clandestino, poiché i dipendenti tunisini erano tutti in regola e provvisti di regolare busta paga.
Quanto al giovane, la linea della coppia è netta: non è mai stato alle loro dipendenze, ma si trovava nella struttura come semplice ospite: sarà il processo del 2027 a stabilire la verità penale. Nel frattempo, l’associazione Sos Italia Libera si è affrettata a dichiararsi estranea, senza però sospendere formalmente il referente.
Resta la gravità di un quadro indiziario che, se confermato in aula, racconterebbe l’ennesimo intollerabile cortocircuito nostrano: il fustigatore di costumi che spiegava al Paese le regole della legalità, mentre nel privato avrebbe imposto un proprio, personalissimo schema di sfruttamento sulla pelle dei più ricattabili.
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