• Migliaia di ordigni con sostanze tossiche della Seconda guerra mondiale sono ancora letali. Serve un piano di smaltimento.
  • Gli involucri in metallo immersi in mare sono instabili, bisogna operare in loco. Nel 2017 Sogin scrisse un piano per metterli in sicurezza. L’ad Artizzu conferma: «Abbiamo la tecnologia per farlo».
  • Il paradosso: dal gas mostarda è nato un rimedio contro i tumori.
  • Nella manovra fondi ad hoc al centro speciale Cetli per il trattamento delle scorie.

Lo speciale contiene quattro articoli.

È probabile ci sia capitato di passarci sopra quando abbiamo preso la nave che da Bari porta al Pireo, il traghetto che arriva a Ischia o in occasione di una gita al lago di Vico in provincia di Viterbo. Ma il discorso cambia poco se pensiamo ai fondali dei lidi di Pesaro e Fano nelle Marche e alle acque del porto di Molfetta. Sono solo alcuni dei siti dove, secondo i documenti consultati dalla Verità, è stato sversato un vero e proprio arsenale bellico, in grandissima parte residui della seconda guerra mondiale, composto da liquidi e gas chimici pericolosissimi. Migliaia di bombe di piccole e medie dimensioni e proiettili che contengono fondamentalmente iprite, ma anche fosgene e altre miscele velenose dove non è raro trovare tra gli altri anche l’arsenico. E pure nervino.

L’iprite, detto anche gas mostarda (per il suo odore) penetra nella pelle provocando delle lesioni, ma è il meno, perché il suo principale effetto è quello di «mangiare» la cute. Il fosgene, invece, non agisce sulla pelle ma attacca in modo aggressivo le vie respiratorie e la sua inalazione può provocare emorragie interne. Entrambe sono sostanze iper-resistenti e se i loro effetti non vengono curati in modo tempestivo portano alla morte. Per capire meglio il pericolo di cui stiamo parlando bisogna ricordare quello che successe a Bari nel 1943. Un bombardamento tedesco provocò l’esplosione di una nave americana che aveva in pancia armi all’iprite che contenevano circa 70 tonnellate di gas mostarda. A causa delle contaminazioni morirono subito 100 persone e poi nelle settimane a venire il conto salì a circa un migliaio di vittime.

Viviamo, in buona sostanza, con una vera e propria bomba chimica, posata sul fondo delle nostre acque, pronta ad esplodere, ma la cosa ancor più incredibile è che da più di 80 anni, eccezion fatta per qualche interrogazione parlamentare, un’inchiesta giornalistica e tentativi osteggiati per porvi rimedio, la cosa è passata (quasi) completamente sotto silenzio. Riavvolgere il nastro della storia ci aiuta anche a dare una risposta a qualche perché.

Gran parte di questo deposito sottomarino si è formato nel corso della seconda guerra mondiale, con una data che fa da spartiacque, l’8 settembre, l’armistizio e l’Italia divisa in due. Direttamente dal Führer arrivava l’ordine di monitorare, trasferire ed eventualmente disperdere le armi chimiche presenti nei depositi della Penisola. Il rischio che finissero nelle mani alleate era troppo alto. Emblematico quello che successe al deposito di Urbino che «nascondeva» 4.300 bombe e 1.316 tonnellate di gas al mostarda che nell’agosto del 1944 furono riversate nell’Adriatico o ai tre camion che trasportavano 84 tonnellate di arsenico scaricati poi in mare a Pesaro. Alla fine, studi approfonditi stimano la presenza di almeno 30.000 bombe «custodite» nella pancia del mar Adriatico (10.000 nel porto di Molfetta e di fronte alla torre di Gavetone, a nord di Bari) e 13.000 proiettili e 438 barili contenenti sostanze tossiche pericolose sommerse nel Golfo di Napoli. Alcuni documenti segreti americani evidenziano come bombe chimiche appartenenti agli alleati siano state abbandonate soprattutto nell’area di Ischia, nel tratto di mare circostante l’isola di Capri e vicino Manfredonia in Puglia.

I primi e purtroppo quasi unici segnali di vita rispetto a questa potenziale catastrofe si hanno con un’interrogazione parlamentare del novembre 1951. L’onorevole Enzo Capalozza, che era stato sindaco di Fano nel 1944, chiese conto all’allora sottosegretario alla Marina mercantile, Ferdinando Tambroni, del «rastrellamento di bombe all’iprite nel tratto dell’Adriatico tra Ancona e Pesaro». Ma nonostante la risposta allarmata (Tambroni riconobbe il pericolo concreto) e la rivelazione di alcune coordinate precise (di fronte al porto di Cattolica, per esempio, ci sarebbe stato un deposito sottomarino), le indagini si chiusero lì. Dal 1951 in poi sulle potenziali conseguenze esplosive di quell’arsenale bellico sottomarino è calato un lunghissimo silenzio.

Squarciato da un libro-inchiesta di Gianluca Di Feo. Siamo nel 2009 e in Veleni di Stato il giornalista dell’Espresso riporta documenti di fonte tedesca, inglese e americana che consentono di allargare la portata dell’indagine. Nel mirino finiscono anche la zona di Milano, la Liguria e il lago di Vico. Tra Rho, Cesano Maderno e Melegnano sono state prodotte circa 150.000 tonnellate di armi chimiche, in parte scaricate nei fiumi e nei campi. In Liguria, località Ortevero (vicino Albenga) c’era un deposito di armi chimiche dell’esercito italiano «sequestrato» dai tedeschi con il relativo carico di quasi 45.000 chili di iprite in fusti. Ma nessuno sa che fine abbia fatto. Emersero evidenze anche di alcuni bunker (sempre negati dai governi che sono alternati dal 1945 in poi) di gas bellici disseminati nel Paese. Sul lago di Vico erano custodite 150 tonnellate di iprite mescolata con l’arsenico e 40.000 proiettili chimici. Proprio a causa dei lavori sul sito, nel 1996, è morto un ciclista intossicato dalla fuoriuscita di una nuvola di fosgene. E proprio per disinnescare quel deposito, venne creato a Civitavecchia un impianto che imprigionava, in cilindri di cemento, le scorie velenose.

L’attività di smaltimento nella città del litorale laziale rappresenta uno dei pochi (se non l’unico) tentativo di venire a capo del problema, e proprio a Civitavecchia fa riferimento un’altra tappa importante di questa storia: l’interrogazione nel maggio 2016 di Dario Tamburrano, un ex europarlamentare ambientalista M5s. Tamburrano chiede lumi a Bruxelles sul progetto «di un ossidatore termico a Civitavecchia per bruciare le armi chimiche residuate della II guerra mondiale».

«L’Italia», sottolineava, «deve smaltire varie centinata di tonnellate di iprite e oltre 100.000 bombe chimiche all’iprite e no, della II guerra mondiale. Per farlo serve una valutazione di impatto ambientale». Il progetto, di cui prima, fa parte del Cetli, centro tecnico logistico interforze, che annovera specialisti della Difesa che hanno le competenze per recuperare e poi «liberarsi» di questi ordigni. Intanto, come ricostruito dalla Verità, pochi mesi dopo anche Sogin, la società specializzata sulle scorie nucleari, dialoga con la divisione armamenti del ministero della Difesa per avviare un progetto che prevede la creazione di una struttura ad hoc dedicata allo smaltimento delle armi chimiche militari. Peccato che con la caduta del governo dell’epoca (Gentiloni) quel piano si impantani e la situazione ripiombi nell’abisso in cui è nata ottanta e passa anni fa. Solo dopo un attento esame di valutazione si potrà sapere esattamente quanti dell’enorme numero di ordigni dell’epoca siano adesso da mettere in sicurezza per la salute pubblica ed evitare fughe di iprite. Si viaggia tra un numero di 5.000 fino a oltre il doppio.

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