Presidente Paolo Longobardi, che giudizio dà Unimpresa del Documento programmatico di finanza pubblica?
«Il Dpfp restituisce un quadro che va letto con fiducia, ma senza accontentarsi. L’economia italiana sta mostrando una capacità di tenuta superiore alle attese: la previsione di crescita per il 2026 è stata portata all’1%, rispetto allo 0,6% indicato in primavera. È un risultato significativo, soprattutto considerando le tensioni geopolitiche e le difficoltà del commercio internazionale. Ora bisogna trasformare questa tenuta in una crescita più robusta e duratura».
Quale dovrebbe essere la priorità della prossima legge di bilancio?
«La parola chiave deve essere crescita. Non serve moltiplicare bonus, incentivi temporanei e interventi frammentati. Occorre una politica economica riconoscibile, con poche priorità e un orizzonte pluriennale. E bisogna guardare soprattutto alle piccole e medie imprese, perché rappresentano una parte essenziale della capacità produttiva e occupazionale del Paese».
La crescita prevista è sufficiente?
«Il miglioramento delle stime per il 2026 è incoraggiante, ma deve spingerci ad alzare l’asticella. Per il 2027 il quadro programmatico indica una crescita dello 0,8%, che sale allo 0,9% nel 2028. Sono numeri positivi, ma abbiamo bisogno di qualcosa in più per sostenere il debito pubblico, finanziare il welfare e affrontare l’invecchiamento della popolazione. La sfida deve essere creare le condizioni perché l’Italia possa crescere stabilmente oltre l’1%».
Da dove può arrivare questa maggiore crescita?
«Soprattutto dagli investimenti privati e dalla produttività. Gli investimenti restano su livelli storicamente elevati e la domanda interna sta assumendo un ruolo importante. Dobbiamo evitare che, con la conclusione del Pnrr, venga meno questa spinta, pianificando una politica ordinaria degli investimenti. Alle imprese serve certezza: devono sapere oggi quali strumenti avranno a disposizione nei prossimi anni».
Che cosa chiedono concretamente le Pmi?
«Tre cose: meno pressione fiscale sugli investimenti, maggiore accesso al credito e regole più semplici. Bisogna premiare chi reinveste gli utili nell’azienda, acquista macchinari, digitalizza i processi, introduce l’intelligenza artificiale, assume e forma lavoratori. Una piccola impresa non può programmare se ogni anno cambiano aliquote, incentivi e condizioni di accesso».
La pressione fiscale resta però intorno al 43%.
«È un problema che va affrontato con gradualità ma con una direzione chiara. Il Dpfp indica una pressione fiscale sostanzialmente stabile: 42,9% nel 2025 e 43,1% nel 2029. Non possiamo pensare di finanziare la crescita aumentando strutturalmente il peso fiscale sull’economia produttiva. L’obiettivo deve essere allargare la base imponibile attraverso più crescita, più occupazione e più reddito. Se cresce l’economia, possono aumentare le entrate senza aumentare le aliquote. Propongo soprattutto una fiscalità che premi la crescita. Un euro lasciato nell’impresa per finanziare un investimento produttivo non può essere considerato allo stesso modo di un euro distribuito».
Il miglioramento dei conti pubblici può aiutare?
«Certamente. Conti pubblici credibili significano minore rischio Paese, migliori condizioni finanziarie e più spazio, nel tempo, per sostenere l’economia. La sfida è far procedere risanamento e crescita insieme».
Dove trovare allora le risorse?
«Prima di tutto nella qualità della spesa. Non necessariamente spendendo di più, ma spendendo meglio. Ogni euro dovrebbe essere valutato per la sua capacità di generare investimenti, produttività e occupazione. Poi occorre continuare sulla revisione della spesa, sull’efficienza della pubblica amministrazione e sulla semplificazione. Per una piccola impresa anche il tempo perso dietro una procedura rappresenta un costo».
Quale ruolo devono avere innovazione e lavoro?
«Centrale. Digitalizzazione e intelligenza artificiale possono determinare un salto di produttività anche nelle aziende più piccole. Bisogna evitare che queste tecnologie rimangano patrimonio delle grandi imprese. Allo stesso tempo dobbiamo investire sulle competenze. I risultati dell’occupazione sono molto positivi, ma ora bisogna fare un salto di qualità: produttività, salari e partecipazione al mercato del lavoro devono crescere insieme».
Tre richieste al governo per la manovra?
«Investimenti privati sostenuti da strumenti stabili e pluriennali; credito e patrimonializzazione delle Pmi; riduzione del costo fiscale e burocratico della crescita. Chi investe, assume, innova o si aggrega deve trovare nello Stato un alleato. I numeri ci dicono che l’Italia è più resistente di quanto spesso venga raccontato».
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