«Superbonus 110%, frodi ingenti». Da Bankitalia sì allo stop alla misura
  • Audizione al Senato: «Le limitazioni alle cessioni penalizzano anche le imprese virtuose, ma appare opportuna una verifica dell’effettiva utilità delle numerose agevolazioni fiscali attualmente in essere».
  • Si cerca di salvaguardare l’equilibrio dei conti pubblici aprendo alla compensazione con le banche per lo sblocco dei crediti. Forza Italia: «Tutelare famiglie e lavoratori».

Lo speciale contiene due articoli.

«In una prima fase, caratterizzata da una circolazione dei crediti d’imposta praticamente illimitata, si sono registrati ingenti volumi di frodi» che hanno portato agli interventi legislativi per arginare il fenomeno. Le limitazioni al numero e alla tipologia di cessioni «hanno contribuito al raggiungimento di questo obiettivo, ma hanno finito per penalizzare anche le imprese virtuose». All’indomani della riunione di lunedì a Palazzo Chigi tra governo e categorie su come disincagliare 19 miliardi di crediti d’imposta legati al superbonus, le considerazioni del capo del servizio assistenza e consulenza fiscale di Bankitalia, Giacomo Ricotti, confermano la fondatezza delle ragioni che hanno portato il governo a intervenire. Ascoltato ieri in audizione al Senato, il rappresentante della banca centrale guidata da Ignazio Visco, ha sottolineato che «l’automatico riconoscimento degli incentivi, in assenza di qualsiasi forma di controllo preventivo, infatti, porta con sé il rischio che le misure siano utilizzate in modo improprio (ad esempio in assenza dei relativi presupposti) se non fraudolentemente, e questo anche a prescindere dalla forma in cui vengono attribuite (crediti d’imposta, deduzioni o detrazioni)». Non solo. Secondo Ricotti il superbonus, introdotto nel 2020 per gli interventi realizzati fino alla fine del 2021, poi prorogato a dicembre 2022 con la stessa aliquota di detrazione e al 2025 con aliquote decrescenti fino al 65% nel tempo, «ha avuto un impatto assai significativo sul settore delle costruzioni» ma «gli oneri per il bilancio pubblico restano comunque ingenti». Per Bankitalia, inoltre, «appare opportuna una verifica dell’effettiva utilità delle numerose agevolazioni fiscali attualmente in essere» che «concorrerebbe alla semplificazione e razionalizzazione del quadro normativo, garantendo certezza nell’applicazione delle norme e coerenza dell’impianto impositivo».

Mentre Bankitalia copre le decisioni di Palazzo Chigi, Bruxelles passa la palla ai tecnici: la decisione se i crediti di imposta edilizi derivanti dal superbonus siano «non pagabili» o «pagabili» sarà presa «congiuntamente da Eurostat e dall’Istat nei prossimi giorni o settimane», ha detto ieri la portavoce della Commissione europea Arianna Podestà. In realtà la decisione deve essere presa tra breve (qualcuno scommette addirittura oggi), dal momento che l’Istat deve pubblicare i dati 2022 prima del primo marzo. La portavoce comunitaria ha detto che i crediti di imposta edilizi «non hanno impatto diretto sul debito pubblico italiano, ma sul deficit se classificati come pagabili e vanno considerati spesa pubblica da contabilizzare all’inizio, cioè quando i crediti sono ottenuti. Se sono considerati non pagabili, ridurranno le entrate dello Stato in futuro». Per questo il governo ha bloccato la cedibilità dei crediti, in modo che i tre miliardi attuali di spesa mensile da superbonus non siano classificati da Eurostat nei conti 2023, gonfiando il deficit da 4,5% al 6,5% e facendo diventare strettissimo il margine di manovra del governo in quanto un onere maggiore sul disavanzo metterebbe a rischio il rinnovo delle misure contro il caro-energia che scadono a fine marzo.

Anche Nomisma, con il suo «110% Monitor» pubblicato periodicamente, ieri ha partecipato al dibattito se il governo abbia fatto bene a dire stop alla cessione dei crediti. Per un anno in più di mantenimento della misura vi sarebbero 10,3 milioni di famiglie ancora interessate a un intervento finalizzato all’efficientamento energetico di un immobile di proprietà. Per Nomisma servirebbe oggi una strategia per riqualificare il 98% degli edifici residenziali esclusi dalla misura. Ciò significa che, se volessimo centrare il target imposto dalla Ue sulle case green (classe energetica minima D entro il 2033) e soddisfare gli impegni per la neutralità carbonica (emissioni zero al 2050) occorrerà mantenere il meccanismo della cessione dei crediti per un tempo più lungo. Il costo per lo Stato, però, sarebbe salato: 71,8 miliardi. Per altro lo stesso Stato, che inizialmente intendeva spendere 72 miliardi, a fronte del boom di richieste, soprattutto per il Superbonus 110, al momento di miliardi ne ha già spesi 110 miliardi (e qualcuno dice anche più di 120), mezzo punto di Pil per far fronte appunto agli sconti fiscali.

Nel frattempo, dalle imprese arriva la voce del presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Quello che lascia perplessi e preoccupati non è la scelta che viene fatta. Quello che non mi convince è perché si devono prendere delle decisioni così affrettate gettando nel panico imprese e famiglie e poi convocare le parti. Non era meglio convocarci prima?» . C’è però anche da chiedersi se Bonomi ha espresso la stessa perplessità e altrettanta preoccupazione quando si è incontrato a dicembre con Giuseppe Conte che con il suo «gratuitamente» prometteva di ristrutturare le abitazioni degli italiani senza far loro spendere un centesimo.


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