• La legge di bilancio arriva al Senato, ma il piano è prendere tempo: la Francia non rispetterà i patti e l’Europa dovrà cedere anche con noi. I grillini studiano pure più sgravi sui capannoni e restituzione dei debiti della Pa.
  • Nuove punzecchiature fra i vicepremier. Dopo l’incontro fra il leghista e gli imprenditori, il grillino attacca: «Lui vede 10 sigle, io al Mise 30». Domani pomeriggio faccia a faccia a Bruxelles fra Jean-Claude Juncker e Giuseppe Conte: «Non ci puniranno per uno zerovirgola».

Lo speciale contiene due articoli.

L’immagine è quella di un Luigi Di Maio sospeso tra la speranza nella Francia e il timore verso Matteo Salvini e la sua offensiva di dialogo verso le imprese.

La speranza è fin troppo facile da decrittare: il M5s confida che Emmanuel Macron, assediato dai gilet gialli, scelga di fare significative concessioni, andando ben oltre il rapporto deficit Pil fissato dall’attuale versione della manovra francese (2,8%). Se così fosse, dicono a microfoni spenti fonti grilline di primo piano, è evidente che la Commissione Ue avrebbe più di un problema a proseguire uno scrutinio occhiuto solo sui conti italiani.

La prima conseguenza che il M5s ne trae è attendere. Come i lettori della Verità sanno, la legge di bilancio uscita dalla Camera e appena arrivata al Senato ha mantenuto lo stanziamento di 16 miliardi (dotazione prudenziale: 7 più 9) per le due misure più costose: quota 100 e reddito di cittadinanza. In mancanza di novità francesi, l’orientamento sarebbe quello di tagliare 4 miliardi, portando lo stanziamento a 5 più 7.

I leghisti sono pronti a un emendamento sulle pensioni, mentre a questo punto i grillini non sembrano orientati a formalizzare al Senato il loro emendamento sul reddito di cittadinanza.

Ieri sera sembrava più forte l’ipotesi di un provvedimento autonomo: fonti M5s parlano di un decreto da varare prima di Natale, ma a molti osservatori continua a sembrare più probabile un disegno di legge, con un ulteriore slittamento della reale partenza della misura (fine marzo o più probabilmente fine aprile). Ma oltre alle speranze francesi, come si diceva, c’è il timore per il terreno che Matteo Salvini ha guadagnato nel dialogo con le imprese.

I grillini più avveduti si rendono conto di un problema: tra ecotassa e no Tav, si stanno loro stessi autoconnotando in senso anti sviluppo e anti impresa.

Di qui il tentativo di Di Maio di provare a porre l’accento su tre cambiamenti al Senato, oltre alla necessità di rivedere l’impopolare ecotassa sulle auto. Primo, un taglio fino al 30% delle tariffe Inail. L’istituto è letteralmente pieno di soldi: come raccontato a suo tempo da questo giornale, ha chiuso il bilancio consuntivo del 2017 con un avanzo di 1,63 miliardi e trascinandosi – a quella data – un incredibile avanzo amministrativo di 34,2 miliardi. C’è dunque enorme spazio per chiedere alle aziende di pagare meno.

Secondo, un ulteriore innalzamento della deducibilità dell’Imu sui capannoni e sugli altri immobili strumentali al reddito d’impresa (negozi, botteghe, studi professionali). La Camera ha raddoppiato la deducibilità dal 20 al 40%, e ora si potrebbe salire al 50%.

Terzo, una svolta sui crediti vantati dalle imprese nei confronti delle pubbliche amministrazioni. Qualche giorno fa Di Maio ha formulato una promessa solenne dalle colonne del Sole 24 Ore, ma in casa grillina si lamenta la scarsa attenzione riservata all’annuncio, a cui il protagonismo di Salvini avrebbe fatto ombra. Di Maio e i suoi sostengono che il governo sarebbe pronto entro fine 2019 a pagare il 50% dei debiti residui verso le imprese (per un valore di poco inferiore a 30 miliardi), coinvolgendo in forme ancora da chiarire Cassa depositi e prestiti.

Com’è noto, in base alla relazione annuale presentata a fine maggio dalla Banca d’Italia, il totale dei debiti della Pa verso le imprese risulta essere di 57 miliardi (3 punti e mezzo di Pil), solo 7 miliardi in meno rispetto all’anno precedente. Né nell’ultimo anno (ciò ovviamente non può essere responsabilità dei gialloblù) i tempi di pagamento si sono accorciati, anzi: sono mediamente saliti oltre i 100 giorni.

A questo proposito, stupisce il fatto che non venga ancora presa in considerazione una soluzione ripetutamente proposta dalla Verità, un vero uovo di Colombo: la compensazione tra i crediti vantati dalle imprese verso la Pa e le tasse dovute. Tra l’altro, la misura avrebbe bisogno solo di una copertura minima, si potrebbe dire simbolica e prudenziale per la cassa, perché -in termini di competenza – sarebbe naturalmente coperta.

Ma torniamo al punto. L’idea dei grillini, con le tre misure illustrate, sarebbe quella di prendere due piccioni con una fava: da un lato, riaccreditarsi presso le imprese; dall’altro, mostrare a Bruxelles che, al di là del «quantum», anche la qualità della manovra sta cambiando, facendo crescere il peso degli interventi «sviluppisti» su quelli di pura assistenza.

Ma ci sarà ancora da attendere prima che il quadro si faccia nitido: per ora, la foto è ancora notevolmente mossa.


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