Il settore vale 4.000 miliardi a livello globale ed è protagonista di fusioni e ristrutturazioni. Inflazione e crisi energetica pesano ma alcuni comparti, come agricolo e rinnovabili, non soffrono per le sanzioni a Mosca.

Il settore della chimica viene valutato 4.000 miliardi di dollari e in questi anni ha visto sempre più operazioni di fusione e ristrutturazione, indice di un interesse mai sopito degli investitori. In Borsa, l’andamento dei titoli è molto variegato poiché all’interno del comparto le specialità di ciascuna azienda sono molto differenti. Complessivamente in Europa l’andamento è stato negativo (-14% circa negli ultimi 12 mesi per l’Etf collegato alle aziende leader del settore), condizionato in larga misura dall’aumento delle materie prime e dalle difficoltà nel trasferire i prezzi ai clienti.

Nell’industria chimica il petrolio è la materia prima principale. Fortissimo è anche l’utilizzo del gas e di derivati come il polietilene, l’etilene o l’ammoniaca, per i quali si sono visti aumenti anche a doppia cifra che non sempre hanno favorito le società.

Dal canto loro, i produttori di fertilizzanti (come K+S in Europa o Mosaic negli Stati Uniti) hanno tratto vantaggio dall’enorme domanda e dalla scarsa disponibilità. I produttori non hanno trovato, infatti, difficoltà a ribaltare l’aumento dei prezzi sui clienti e a compensare l’offerta più limitata approfittando anche delle sanzioni occidentali contro la bielorussa Belaruskaali e la Russia’s Uralkali, che insieme rappresentavano circa un terzo della produzione mondiale di potassio.

«Per le società chimiche più globali la tempesta sul gas è un problema più grosso, come dimostra il caso di Basf, uno dei principali produttori mondiali, che sta cercando freneticamente da mesi di limitare il consumo di energia», spiega Salvatore Gaziano, direttore investimenti di Soldiexpert scf, «Vladimir Putin con Gazprom sta mettendo in ginocchio l’industria europea applicando di fatto delle contro sanzioni in risposta a quelle occidentali».

In effetti, nel 2020, i costi energetici per Basf e altri gruppi tedeschi come per esempio Evonik, Wacker chemie e Covestro erano in media il 5% dei loro costi di vendita, secondo Ubs. Quest’anno hanno superato il 40%.

Per società come Wacker chemie che operano in settori legati alla transizione energetica questo potrebbe essere un problema minore, ma non tutte le società del comparto chimico possono vantare un così particolare e forte posizionamento. Più in dettaglio, la società tedesca Wacker chemie è fra i leader mondiali nella produzione di polimeri e si dedica in particolare anche al silicio e al polisilicio. Si tratta di semiconduttori utilizzati nelle celle solari per creare energia pulita e che vedono la società teutonica competere contro i colossi cinesi.

Nel passato questa concorrenza asiatica poteva essere una minaccia, ma oggi è considerata da molti analisti un’opportunità perché a causa della produzione dannosa per l’ambiente e soprattutto per il possibile ricorso al lavoro forzato, negli Stati Uniti e in Europa sono minacciate restrizioni di accesso ai prodotti a base di polisilicio dello Xinjiang.

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