• Le soluzioni, ma solo temporanee, sono spostare gli oneri sulla fiscalità generale, ridurre l’Iva, scambiare il surplus di energia verde o usare i soldi delle aste di CO2. Ma la vera risposta è cambiare le politiche Ue.
  • Il Cdm ieri non ha affrontato la questione: se ne parlerà la prossima settimana Mario Draghi vede Roberto Cingolani e Daniele Franco. Allo studio un fondo da 3 miliardi contro i rincari.

Lo speciale contiene due articoli.

La situazione sui mercati energetici è serissima. Gli aumenti continuano ed è difficile capire quando finiranno. Le dichiarazioni di Roberto Cingolani, ministro per la Transizione ecologica, su aumenti del 40% attesi nelle bollette dell’ultimo trimestre hanno sollevato polemiche, ma ancora una volta la politica è in grave ritardo. Già oggi quel 40% potrebbe essere un 50%. Ma quali sono le leve su cui agire nell’immediato? La prima non è una novità: il governo potrebbe eliminare dalla fattura energetica gli oneri di sistema e trasferirli sulla fiscalità generale. Se ne parla da anni. Questi oneri, che gravano per circa il 20%, sarebbero così assegnati a un capitolo di spesa del bilancio dello Stato le cui coperture sono tutte da individuare. Ieri si parlava di un fondo da 3 miliardi. Questo potrebbe essere l’unico intervento strutturale realmente fattibile, che avrebbe il pregio di fare chiarezza sugli oneri realmente collegati alle attività energetiche ma il difetto di non affrontare i nodi alla base degli aumenti dei prezzi delle commodity fisiche.

Le altre possibilità che elenchiamo qui, anch’esse non utili a risolvere alla radice il problema, sarebbero una tantum o temporanee. La seconda opzione è qualcosa di cui si è già parlato: usare i proventi delle aste di permessi di emissione CO2 per coprire i costi dei rialzi. Solo nel primo semestre del 2021 l’ammontare che il Gse ha incassato dalle aste ha superato 1,1 miliardi di euro. Una parte è già stata utilizzata a giugno, quando il governo è intervenuto per attenuare l’impatto degli aumenti che si erano già verificati. Ciò che resta, più i proventi delle aste del terzo e del quarto trimestre, è utilizzabile in quest’ottica. C’è poi una opzione non immediata ma praticabile, che potrebbe essere quantificata in 2-300 milioni di euro. L’Ue ha stabilito nel 2009 un meccanismo di trasferimento statistico dell’energia verde tra Paesi. In pratica, se un membro dell’Unione non ha raggiunto gli obiettivi di decarbonizzazione al 2020, può comprare il deficit di energia verde da un Paese in surplus. L’Italia ha, per il 2020, un surplus statistico di 38 TWh di energia elettrica da fonti rinnovabili. Questo eccesso potrebbe essere messo in vendita e il ricavato impiegato per ridurre l’aumento delle bollette. La quarta possibilità è quella di abbassare (o azzerare) le accise e l’Iva, che pesano per un 10-15%. Questo avrebbe un effetto immediato, ma l’opzione presenta il problema del mancato gettito, che andrebbe recuperato altrove.

Vi sono poi interventi non ortodossi, sulla scorta di quanto altri Paesi stanno facendo. La Spagna interviene sulle regole del mercato. Dopo aver dimezzato l’Iva ha annunciato che preleverà dai bilanci dei produttori idroelettrici e nucleari i profitti derivanti dalla differenza tra il prezzo dell’energia venduta e i costi della CO2. Questo è un intervento che però il governo italiano difficilmente attuerebbe, anche considerato il paradosso di andare a penalizzare proprio i produttori green. Inoltre Madrid ha annunciato che imporrà per decreto un meccanismo di aste sulla produzione idroelettrica. La mossa assomiglia molto a una nazionalizzazione, realizzata con la requisizione di fatto di una parte dell’energia dai produttori idroelettrici, obbligati a offrire all’asta a un prezzo politico. Si tratterebbe di un intervento radicale che potrebbe non piacere a Bruxelles. Anche questa opzione però non sembra possa essere presa in considerazione da Palazzo Chigi. La Grecia ha promesso una manovra straordinaria con la quale assegnerà dei sussidi. Questo appare un intervento nelle corde del governo italiano.

In ogni caso, nessuna delle azioni annunciate sin qui affronta i tre nodi cruciali che hanno portato a questa situazione, ovvero il Green deal e i rapporti con la Russia. Le regole del mercato europeo della CO2 sono considerate responsabili dell’aumento vertiginoso dei prezzi dell’energia. In settimana però il commissario al Clima, Frans Timmermans, ha affermato che il sistema delle quote di CO2 non cambia. Secondo l’olandese, l’aumento dei prezzi deve servire proprio per accelerare la transizione. Come le dichiarazioni di Timmermans dimostrano, l’aumento dei prezzi voluto: il mercato dei permessi di emissione di CO2 è studiato per questo.

L’aumento dei prezzi del gas ha origini diverse ma che fanno capo comunque alle politiche europee. Infatti, da mercato fornito tradizionalmente con contratti di lungo periodo a condizioni stabili, l’Ue è stata trasformata in un grande mercato spot, cioè di breve termine, molto volatile e dipendente in gran parte dai prezzi mondiale del gas liquefatto (Lng). Nell’estate 2020 i prezzi del gas a spot viaggiavano tra i 4 e i 10 euro al MWh, cosa che ha indotto gli operatori a snobbare i contratti a più lungo termine. Al termine della scorsa stagione invernale i prezzi spot erano ancora ragionevoli, circa 15 euro al MWh. Contando di godere di prezzi bassi nei contratti di breve termine, non si è provveduto a riempire gli stoccaggi utilizzando contratti a più lunga scadenza. Questa congiuntura è cambiata in primavera, quando la domanda asiatica ha deviato l’offerta di Lng dall’Europa. Ciò ha innescato una salita vertiginosa dei prezzi proprio mentre la Russia riduceva i flussi di esportazione, per motivi tecnici e geopolitici. I rapporti diplomatici con Mosca infatti sono molto tesi sulla questione del gasdotto Nord stream 2.

Come era prevedibile, avviare una guerra ai combustibili fossili mentre ancora si è dipendenti da questi non si sta rivelando un’operazione saggia. «Ritirarsi non è fuggire, né aspettare, è assennatezza quando il pericolo sorpassa la speranza», dice Sancio a don Chisciotte. Forse è tempo che l’Europa smetta di combattere contro i mulini a vento.


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