La ripresa delle attività non riguarda tutto il Paese. Molto colpiti intrattenimento, ristorazione e viaggi. Ma a Pechino gli indici sono scesi meno di quelli mondiali. E ora fioccano opportunità, anche se rischiose.

Oggi, a causa del coronavirus, è difficile capire se la Cina sia davvero vicina alla fine dell’epidemia che dalla Repubblica popolare si è spostata in Occidente chiudendo in casa più di 3 miliardi di persone nel mondo. Di certo, le misure di confinamento nella battaglia contro il Covid-19 nel Paese del Dragone hanno dato buoni frutti e a Pechino e dintorni le attività produttive stanno iniziando a riaprire. Una precisazione però è importante tra tante voci contrastanti. C’è chi racconta che in Cina tutto è partito come e più di prima e c’è la coda nei negozi e chi invece pubblica foto con città come Wuhan ancora spettrali e con persone bardate per la paura di essere contaminate. Chi ha ragione?

Esistono certo anche dati economici e finanziari forniti dalla Cina ma la tradizione di questo Paese, come di tutti i regimi dittatoriali, non è di grande trasparenza e non si può escludere una forma anche importante di manipolazione delle informazioni. Per questo gli investitori più smaliziati cercano di non guardare solo ai dati ufficiali sul sentiment del mercato.

Va poi aggiunto naturalmente che se anche l’attività industriale sta lentamente riprendendo (non in ogni regione cinese) non tutti i settori stanno tornando come prima e alcuni faticano più di altri. Si pensi, ad esempio, all’intrattenimento, ai viaggi e alla ristorazione.

«In ogni caso», spiega Salvatore Gaziano, direttore investimenti di Soldiexpert scf, «alcuni investitori guardano alla Cina come se a livello mondiale fosse potenzialmente il mercato con le maggiori possibilità dal punto di vista rendimento/rischio poiché ha già dovuto affrontare lo “tsunami” Covid-19 e perché il governo cinese è fortemente impegnato a sorreggere il mercato con misure straordinarie già avviate».

Del resto, va ricordato, la Cina è ormai la base produttiva per molti colossi occidentali. L’attività manifatturiera cinese è importantissima ed è sede di filiere importanti a livello internazionale. Solo Wuhan rappresenta il 50% della produzione automobilistica in Cina e il 10% di quella mondiale. «Gli indici cinesi azionari», sottolinea Gaziano, «da inizio anno sono scesi di valori che oscillano tra il 7 e il 12%, che è comunque la metà dell’indice mondiale e nella tabella sono presenti alcuni fondi o Etf, da valutare in una logica di diversificazione complessiva, che investono sulle azioni più importanti dell’area cinese e asiatica o dell’obbligazionario nella valuta cinese, lo yuan renminbi».

Chi è dunque abituato a una certa dose di volatilità può pensare di scommettere su alcuni prodotti che potrebbero tornare a salire, ora che la crisi del virus in Cina sta scemando. Il Morgan Stanley Asia opportunity fund, ad esempio, è cresciuto del 54,7% in tre anni, nonostante abbia ceduto l’8,2% da inizio anno. Valori simili pure per l’Ubs lux equity fund China opportunity che in 36 mesi è cresciuto del 52,1% dopo aver perso il 4,7% da inizio anno. Ha fatto bene negli ultimi tre anni anche il Vitruvius greater China, salito del 50% in tre anni, dopo aver ceduto per la crisi il 4,4%.

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