Il governo evita di decidere sul Mes e rischia grosso sugli aiuti europei
  • Le acque nella coalizione sono troppo agitate, l’esecutivo preferisce non forzare la mano sul Salvastati. Si confida nel tour di Giuseppe Conte per il Recovery fund, ma per il premier si preparano belle parole e nient’altro.
  • Salta il rinnovo delle 28 presidenze che era legato all’intesa in Parlamento sul Fondo. La maggioranza preferisce compattarsi in vista del voto sullo scostamento di bilancio.

Lo speciale contiene due articoli.

«Il Mes non è all’ordine del giorno», conclude così Conte la sua giornata in Aula. Doveva essere il D day per il fondo Salvastati. È invece saltato lo scambio tra le nomine e il sì da parte di Forza Italia. Da un lato ieri i vertici di Agcom e Privacy sono stati sostituiti con viva soddisfazione di Silvio Berlusconi, dall’altro, invece, la maggioranza è finita nel caos e non è riuscita a trovare la quadra per sostituire i presidenti e i membri delle 14 commissioni. Così il governo non se l’è sentita di forzare la mano sul Mes. Conte non ha avuto la certezza che il sostegno degli azzurri colmasse i buchi lasciati dai «no» dei grillini. È rimasta in piedi solo la risoluzione depositata da Emma Bonino, che come era ovvio, è stata votata solo da + Europa e dai parlamentari di Italia viva. Il governo ha dato parere negativo e si è limitato a raccogliere il via libera, alla Camera, alla risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni in vista del Consiglio europeo. Nel testo compare l’invito al governo ad attivare il Next generation già quest’anno mentre non vi è alcun riferimento esplicito al Mes. Lo stesso Pd che fino a poche settimane fa era uscito allo scoperto nella persona del segretario Nicola Zingaretti, con un sostanziale aut aut, si è trovato a fare marcia indietro. «Con il Mes ci saranno a disposizione 36 miliardi di prestiti a tasso agevolato senza condizionalità e senza Troika. Ci sarà unico vincolo, quello degli investimenti diretti e indiretti per la sanità», ha detto confermando in Aula la contraddizione in termini della non condizionalità Piero De Luca, a nome del Pd. «Non è questo l’oggetto del prossimo vertice e non bisogna decidere ora sull’uso di queste misure ma proprio per questo chiediamo alle forze politiche di sgombrare il campo da dibattiti ideologici e di decidere, dopo l’intesa sul bilancio, in modo pragmatico sulla necessità reale di attivare gli strumenti previsti. Per questo l’auspicio è di raccogliere la sfida ambiziosa lanciata dal Pd e da Zingaretti: non perdiamo l’occasione di creare il sistema più efficiente di Europa», ha concluso lasciando il segno dell’arrampicata sugli specchi. Il fatto è che il tour che da oggi sosterrà il premier in Europa per cercare di concretizzare gli aiuti nell’ambito del Recovery fund non porterà a nulla. Al di là delle dichiarazioni francesi, la posizione della Germania non è cambiata e soprattutto manca all’orizzonte l’accordo sulla fiscalità comune. Di conseguenza la parte del Recovery fund legata ai prestiti sarà più facile da gestire e in ogni caso non prima dell’avvio del 2021. Mentre la parte del fondo legata alle elargizioni dirette e quindi da ripagare con le tasse comuni e trasversali ai vari Paesi membri (carbon tax e Web tax) resta un miraggio. Non ci sono tavoli né decisioni concrete. Il che lascia intendere che anche il prossimo viaggio di Conte andrà a vuoto nonostante l’insistente storytelling.

«Il governo è impegnato a mettere a punto un articolato programma di riforme di medio-lungo periodo, con un orizzonte di legislatura e l’ambizione di rendere l’Italia più resiliente» ha detto sempre ieri in Aula Conte. «Se l’Ue», ha aggiunto, «sta cercando di rendere questa crisi una opportunità questo è tanto più vero per l’Italia. Questa crisi ha portato in evidenza criticità che bloccano il sistema economico italiano e che la politica non è riuscita ad affrontare». L’attuale «acuta sofferenza economica e sociale può e deve» essere affrontata con uno «sforzo corale di tutte le sue componenti per un percorso di rilancio di ampio respiro». Una retorica che si scontra con l’inchiesta diffusa ieri dal quotidiano inglese The Guardian.

Si tratta di una ricostruzione delle negligenze operative e gestionali imputate tra gennaio e febbraio alle istituzioni europee, incapaci di riconoscere la gravità della situazione italiana, di coordinare una risposta adeguata e di fornire la necessaria assistenza. Risposta inadeguata secondo il giornale britannico fin da quando, a metà gennaio, lo European centre for disease control and prevention organizzò la prima conference call sul Covid-19 riuscendo a radunare meno della metà degli Stati membri. Con sottovalutazioni in serie, iniziative improvvide (fra cui lo sperpero di mascherine di produzione europea), attenzione privilegiata della Commissione ad altre priorità come la Brexit. «Il 26 febbraio, con il numero di infetti che triplicava ogni 48 ore, il premier italiano Giuseppe Conte ha chiesto aiuto agli altri Stati membri», scrive The Guardian. «Un messaggio urgente è stato trasmesso da Roma al quartier generale della Commissione europea a Bruxelles», prosegue. «Ma quello che è successo dopo è stato uno choc: la chiamata di soccorso è stata accolta con silenzio», si legge ancora nell’articolo. In pratica, nessuno Stato membro avrebbe risposto alla richiesta di Roma, ha dichiarato il commissario Janez Lenarcic. «Il che significava che non solo l’Italia non era preparata, nessuno lo era». Una magra consolazione che al contrario serve a spiegare anche quanto succederà nei prossimi mesi in sede di trattative sul Recovery fund. Il vecchio Continente non è preparato a gestire eventi negativi, non ha mai previsto exit strategy valutarie né sa come affrontare eventi geopolitici. Bruxelles è gestita dalla burocrazia esattamente come l’Urss degli ultimi tempi.


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