Come evitare la prossima crisi bancaria made in Ue
  • Sulla stampa le parole del ministro sulla Germania non trovano spazio. Come accadde a quelle di Yanis Varoufakis che rivelò: «Schäuble ha imposto il Jobs act a Padoan». Che senso ha l’Ue se non si chiariscono questi temi?
  • Fabrizio Saccommanni, ministro del governo Letta che negoziò con l’Ue nega il ricatto e dice «Figuriamoci!». Sul tema però ha già cambiato versione più volte. Nel 2013 esultò, nel 2017 ammise in Parlamento che fummo costretti ad accettare tutto.
  • Lo scorso dicembre il bail in è entrato nella seconda fase: la vigilanza potrà bloccare i conti. Il governo è stato zitto. Ora serve sostenere la raccolta degli istituti e creare, in collaborazione con essi, un fondo nazionale per le dismissioni degli immobili.

Lo speciale contiene tre articoli

Mercoledì pomeriggio, il ministro dell’Economia Giovanni Tria era in audizione presso la commissione Finanze del Senato. Il presidente della commissione Alberto Bagnai aveva per la prima volta attivato l’articolo 4 della legge 234 del 2012, che prevede la consultazione e informazione del Parlamento, da parte del governo, in occasione delle riunioni del Consiglio europeo. Un modo efficace e formale per collegare il nostro Parlamento ai decisivi incontri europei e non lasciare alle veline, opportunamente pilotate, il ruolo di protagoniste dell’informazione.

In quella sede, Tria ha detto senza tanti giri di parole ciò che è già dal 21 dicembre 2017 agli atti ufficiali del Parlamento. L’approvazione del bail in a fine dicembre 2013 avvenne in un clima di urgenza e sotto la minaccia che il fallimento dei negoziati mettesse in difficoltà il nostro Paese sui mercati finanziari. Basta rileggersi il resoconto stenografico dell’audizione del ministro dell’Economia dell’epoca, Fabrizio Saccomanni, per avere conferma che il termine usato da Tria (ricatto, peraltro attribuito a una dichiarazione dello stesso Saccomanni) è coerente con quanto è agli atti.

Già in un’intervista apparsa sul Corriere della Sera del 10 giugno 2017, anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco rimproverava sostanzialmente a Saccomanni (senza mai nominarlo) di essersi fatto fregare dai tedeschi che gli avevano promesso l’avvio contemporaneo di bail in e assicurazione comune sui depositi, senza poi attuarla.

Ma quanto aveva detto Saccomanni il 21 dicembre 2017 nel corso dell’audizione presso la commissione d’inchiesta sul sistema bancario, sotto certi aspetti, è ancora più dirompente delle parole di Tria.

In quella sede, Saccomanni (che ieri ha risposto alle parole sul ricatto con un «Figuriamoci!»), pur non pronunciando mai la parola «ricatto», affermò che il negoziato andava chiuso in fretta e che l’Italia non disponeva di alcun appoggio negli altri Paesi per fare passare una versione del bail in più morbida e non retroattiva. La posizione della Germania era egemone e premeva verso l’adozione di un bail in esteso a tutte le passività bancarie. Saccomanni confermò che la trattativa si svolse sotto la minaccia della reazione dei mercati verso un ritardo o, peggio, un fallimento dei negoziati. I difetti di quei provvedimenti erano noti e dettagliatamente esposti anche da Banca d’Italia ma il massimo che Saccomanni riuscì a raccogliere fu una pacca sulla spalla («”Sì, in effetti voi avete ragione, questa situazione rischia di essere difficile da gestire, però…”. Lascio i puntini di sospensione per non dire cose più sgradevoli…») .

Ma c’è un altro, a suo modo ancora più clamoroso documento che rende plausibile il clima di ricatto in cui si svolse quel negoziato. In una lettera del 13 dicembre 2013 al presidente dell’Ecofin, Saccomanni esprimeva molte perplessità e concludeva dicendo che non bisognava correre per creare un’unione bancaria imperfetta ma piuttosto prendersi il tempo necessario per averne una ben funzionante. Si sa com’è finita. Solo cinque giorni dopo, Saccomanni commentava trionfante su Twitter: «Con l’Unione bancaria risparmiatori meglio tutelati, possibilità più credito e costo denaro più basso». Cosa gli ha fatto cambiare idea in soli cinque giorni? Accettando regole che tutti, Banca d’Italia in testa, sapevano essere letali per il nostro sistema bancario?

Ma ciò che stupisce è il trattamento riservato oggi dai media italiani alla dichiarazione di Tria che fa il paio con quello riservato a dicembre all’audizione di Saccomanni. Anziché valorizzare la situazione di permanente minaccia che caratterizza tutte le trattative italiane in Europa, a partire da quella famosa notte del novembre 1996 che portò alla definizione del cambio lira/marco tedesco a 990 da cui scaturì il cambio euro/lira a 1.936,27, tutti i media hanno derubricato la dichiarazione di Tria a mero incidente. In questo aiutati dal goffo comunicato serale del Mef su Twitter.

Ai nostri media non interessa approfondire la situazione di strutturale divergenza di interessi tra il blocco tedesco e l’Italia in particolare, che si riscontra a ogni riunione dell’Eurogruppo, dell’Ecofin o del Consiglio europeo. Tale situazione finisce quasi sempre per risolversi in un’adesione incondizionata alle richieste tedesche o francotedesche, che impongono il loro potere contrattuale e fanno leva sul potere disciplinante dei mercati e della Bce. Se avessero avuto interesse, avrebbero enfatizzato a suo tempo quanto scritto da Yanis Varoufakis nel suo libro Adulti nella stanza. In circa 500 pagine di dettagliate descrizioni delle riunioni di Eurogruppo ed Ecofin da febbraio a luglio 2015 vengono rivelati i metodi intimidatori usati in quelle riunioni dei quali, non a caso, poco o nulla è mai trapelato sulla grande stampa.

Uno dei passaggi del libro riguarda proprio l’Italia e Pier Carlo Padoan. Quando questi chiese a Wolfgang Schäuble cosa fosse possibile fare per attenuare la sua aggressività, si sentì suggerire la riforma del lavoro poi nota come Jobs act. Quando quella legge passò in Parlamento, si sciolse il gelo tra i due. Padoan a quel punto suggerì a Varoufakis: «Perché non fai anche tu qualcosa del genere?».

Di fronte a questi eventi decisivi per le sorti del nostro Paese, che avrebbero dovuto suscitare un dibattito a reti e giornali unificati, la desolante risposta arrivata dai nostri media è stata quella del conte zio di manzoniana memoria: «Sopire, troncare, padre molto reverendo, troncare, sopire…».

Da non perdere

I nostri soldi

Si sgonfia l’IA: crollano le Borse Ue

Non bastano i timori legati a Medio Oriente e Ucraina a spiegare la giornata nera dei mercati di ieri. Martedì 23 giugno la pressione è arrivata soprattutto dal comparto tecnologico: una vendita diffusa sui titoli dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale…

Ticket di 50 euro per vedere Venezia
I nostri soldi

Ticket di 50 euro per vedere Venezia

Un superticket che potrebbe arrivare fino a 50 euro. È questa l’idea lanciata dal primo cittadino, che ha annunciato la richiesta al governo di alzare la soglia del biglietto di ingresso per i turisti nella città lagunare dagli attuali 5-10…

Ripagare il Pnrr ci costerà una manovra
I nostri soldi

Ripagare il Pnrr ci costerà una manovra

È ormai da quasi sei anni che sosteniamo che l’accordo politico concluso da Giuseppe Conte all’alba del 21 luglio 2020, che poi ha portato al Pnrr, sarà ricordato come un’enorme e dannosa ipoteca sul futuro degli italiani. Avevamo previsto -…