- Il direttore investment banking di Banca Mediolanum Diego Selva: «La pandemia fa selezione fra chi è in salute e vuole ingrandirsi e chi deve ristrutturare. L’obiettivo è trovare la ricetta giusta in base a business e progetti di vita».
- L’investment banking, che procura liquidità attraverso operazioni straordinarie come fusioni e acquisizioni, nel nostro Paese è sotto la media europea. Per gli istituti di credito si tratta di un settore da esplorare. McKinsey: «Più attenzione alle esigenze locali».
- La fondatrice di Ir top consulting Anna Lambiase: «L’Euronext growth Milan rende più del Ftse mib».
Lo speciale contiene tre articoli.
Trovare nuova linfa per le imprese è l’obiettivo di chi opera nell’investment banking, un settore che ha fatto da volano per molte aziende che hanno saputo crescere anche durante una pandemia come quella che stiamo vivendo. La Verità ne ha parlato con Diego Selva, direttore investment banking di Banca Mediolanum.
In che modo l’investment banking può venire in aiuto alle imprese fiaccate dalla pandemia?
«Investment banking significa portare alle imprese nuovi attori disposti a investire o strumenti alternativi alla finanza tradizionale che permettano una vera e propria ripartenza. Visto il contesto che stiamo vivendo, io vedo l’investment banking come un mezzo per accelerare questa ripartenza. La pandemia ha costretto le aziende a rimettere in discussione il business model e diversi aspetti del proprio operato. È importante affiancarsi a soggetti o strumenti che traghettino le imprese fuori dalla crisi portando competenza, struttura o nuovo capitale».
Ci può fare un identikit medio delle aziende che si rivolgono a voi?
«Chi si rivolge a noi è un’azienda imprenditoriale familiare che spesso già ci conosce per un percorso legato alla gestione del risparmio. Di solito si tratta di realtà piccole o medie che vanno dai 20 milioni fino ad arrivare anche a diverse centinaia di milioni di fatturato. Opera in settori di tradizionale eccellenza, come ad esempio il made in Italy, la meccanica, la tecnologia, il medicale o l’alimentare».
Cosa vi chiedono le aziende che si rivolgono a voi e in che modo vi interfacciate con gli imprenditori?
«Noi partiamo sempre dalla relazione con l’imprenditore, dalla nostra capacità di leggere il progetto di vita della famiglia rispetto a quello dell’azienda, in modo da trovare l’equilibrio necessario tra queste due dimensioni. Cerchiamo in pratica di capire come la famiglia vede i suoi prossimi 10, 20 o 30 anni e da lì costruiamo un percorso di crescita e di valorizzazione. C’è chi punta alla Borsa, chi crede che sia il momento del passaggio di consegne. Non è un tema di patrimonio gestito, quanto di trovare la soluzione e il percorso più adatto per ogni cliente».
Come supportate le aziende che si rivolgono a voi a livello strategico? Immagino sia anche un percorso umano, oltre che finanziario.
«Esatto, si parte proprio da lì. Non tutte, ma la stragrande maggioranza delle aziende con cui stiamo lavorando hanno un rapporto con la banca che è preesistente e che si è consolidato attraverso il nostro consulente finanziario che da tempo segue gli investimenti della famiglia. Noi interveniamo per capire come l’azienda può essere aiutata sul piano finanziario o sul piano della direzione strategica. Può essere un progetto di crescita, ma anche una situazione in cui la famiglia preferisce fare un passo indietro».
Come intendete crescere a livello nazionale?
«Sul territorio ci muoviamo in forte sinergia con la nostra rete capillare di family banker. Il nostro obiettivo è quello di diventare un operatore di riferimento per le aziende piccole e medie italiane interessate a essere supportate attraverso operazioni di finanza straordinaria. Certo, si tratta di un mercato sempre più affollato, popolato da banche tradizionali, boutique specializzate, professionalità varie. Ma Mediolanum è l’unico operatore rilevante nel mondo del risparmio gestito che ha anche al suo interno un’attività di finanza straordinaria strutturata come la nostra».
Quali strumenti proponete alla clientela?
«Operiamo in tre macro aree di prodotto: la raccolta di capitale attraverso la quotazione o altre operazioni in Borsa; l’apertura del capitale a soci finanziari (fondi, family office) o industriali; il debito strutturato alternativo a quello bancario tradizionale, dal minibond ai collocamenti più grandi con fondi di debito e altri operatori dedicati».
La pandemia ha rappresentato un’opportunità per l’investment banking?
«Già a partire dal secondo semestre 2020, si nota che il volume di operazioni straordinarie in Italia è ripartito molto significativamente, in particolare nel mondo delle fusioni e acquisizioni. La pandemia ha fatto selezione tra le aziende: quelle che erano forti e hanno sofferto poco e che ora cercano opportunità di consolidamento sul mercato, quelle che ora sono pronte a essere parte di un progetto più grande, e le società che hanno bisogno di essere ristrutturate per ripartire».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >