- Non sempre la tecnologia è amica della guida: chi non aggiorna i sistemi elettronici interni potrebbe non partire. Per spegnere una Tesla in fiamme servono fino a 30.000 litri di acqua e 24 ore di tempo.
- Vecchi meccanici addio: solo tecnici specializzati.
- Prezzi delle riparazioni e ricambi, un affare per i fabbricanti.
Lo speciale contiene tre articoli.
Henry Ford amava dire che ciò che non c’è non si guasta, per giustificare l’essenzialità delle sue vetture. Su un’auto elettrica c’è molta tecnologia e quindi il rischio che qualcosa si inceppi è alto. Ecco qualche esempio riportato da alcuni siti di settore. Se per un’auto termica tradizionale, in caso di batteria di servizio scarica, si può avviare comunque il veicolo servendosi dei cavi di emergenza, per l’auto elettrica bisogna prendere qualche accortezza in più. Anche quando la batteria da 12 volt viene scollegata, infatti, su certi modelli il cavo della batteria rimane in tensione. La manutenzione, che per questo dispositivo nelle vetture tradizionali è marginale, diventa importante per la green e bisogna rivolgersi a un’officina autorizzata che possa verificare il livello di elettrolita prima di intervenire.
Altra caratteristica che espone a problemi è l’iper informatizzazione del veicolo. Lo stesso sistema di guida richiede un costante aggiornamento del software. Chi dimentica di installarlo rischia di non partire. E chi ha comprato auto da marchi con una rete di assistenza poco diffusa, come quelli cinesi, potrebbe restare fermo per settimane. La maggior parte delle Case hanno servizi clienti attivi 24 ore su 24 ore che geolocalizzano l’auto in panne e fanno intervenire il carro attrezzi. Il che garantisce un recupero veloce ma non un intervento risolutivo in tempi brevi.
Non ultimo: manca la ruota di scorta, perché le batterie, spesso posizionate sotto il bagagliaio, richiedono molto spazio. Bucare può trasformarsi in un dramma. Alcune case inseriscono un kit per il gonfiaggio, ma l’uso non è agevole e comunque vale solo per piccoli tagli.
Altro tema discusso è quello del rischio incendi. Tutte le case automobilistiche realizzano crash test durante la fase di omologazione delle vetture, che precede la commercializzazione. I test servono per verificare la sicurezza delle batterie in caso di incidenti. Fare una statistica dei casi di incendio è prematuro, considerati i numeri minimi del parco green in circolazione, ma i rischi sono elevati, come confermano i numerosi siti Internet che consigliano cosa fare. L’ostacolo maggiore è rappresentato dalle batterie: anche se colpite da uno spruzzo di acqua dall’esterno, non rallentano il fuoco. I soccorritori devono essere addestrati e comunque dopo lo spegnimento dell’incendio, ove possibile, l’auto va immersa in una vasca d’acqua per impedire alle fiamme di riattivarsi nella batteria.
Come si legge su Sicurauto.it, un sito Internet di settore, «mentre c’è una bassa probabilità che l’incendio si sviluppi a seguito di un incidente, è possibile che avvenga spontaneamente per difetti alla batteria, ricarica e alto voltaggio». Si riferisce la raccomandazione di General Motors che, per via di un difetto alle batterie, ha consigliato ai proprietari della Chevrolet Bolt Ev di parcheggiare all’aperto e almeno a 15 metri dalle altre auto. Sicurauto aggiunge che Tesla, per la Model S, nella guida alle situazioni di emergenza, indica la quantità di acqua necessaria a raffreddare la batteria in caso di incendio: tra 11.000 e 30.000 litri e l’estinzione delle fiamme può richiedere fino a 24 ore. Questo pone il problema dei parcheggi in luoghi chiusi. Quanti sono pronti a smaltire una così grande quantità di acqua? Secondo quanto risulta a Sicurauto, solo il 5-10% dei soccorritori in Italia è specializzato per intervenire correttamente nell’incendio di un’auto elettrica. Questo è un campo ancora piuttosto inesplorato.
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