• L’Ecofin dà l’ok alla direttiva, con obiettivi meno folli. Costi choc in ogni caso: 1.400 miliardi in 5 anni. Giorgetti: «Ora chi paga?»
  • Il presidente di Confedilizia Giorgio Spaziani Testa: «Il testo non è la Bibbia e con nuovi equilibri può saltare».

Lo speciale contiene due articoli.

L’Ecofin ha votato ieri a favore della Direttiva Epbd, meglio nota come direttiva case green. L’Italia, assieme all’Ungheria, in Consiglio ha votato contro, mentre altri Paesi si sono astenuti (Croazia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Svezia). Si tratta di una materia per la quale non è necessaria l’unanimità del Consiglio, quindi la norma è approvata. La direttiva passa nella versione alleggerita dopo le intense trattative nel trilogo dei mesi scorsi tra Parlamento europeo, Consiglio e Commissione e dopo le lunghe discussioni nel Parlamento stesso.

«Abbiamo votato contro la direttiva, si è concluso l’iter. Il tema è chi paga, abbiamo esperienze purtroppo note in Italia». Così ha commentato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, riferendosi al Superbonus edilizio che tanto sta impegnando il suo ministero in questo periodo. Ora la direttiva sarà pubblicata in Gazzetta ufficiale ed entrerà in vigore da maggio. Gli effetti immediati sono nulli, giacché è necessaria una legge di recepimento nazionale entro due anni. Nella legge dovrà essere contemplato un vero e proprio piano nazionale per la ristrutturazione degli immobili. Nonostante i proclami a proposito di libero mercato, l’Unione europea non riesce a fare a meno della pianificazione centralizzata.

Anche se emendata e alleggerita rispetto alla prima versione, la direttiva contiene obiettivi rilevanti in termini di ristrutturazioni e di nuove costruzioni. Riguardo alle ristrutturazioni, il testo originale prevedeva che buona parte degli edifici residenziali nelle classi energetiche più basse (G ed F) dovessero entrare in classe E entro il 2030 e in classe D entro il 2033. Una follia che avrebbe comportato migliaia di miliardi di costi di ristrutturazione a carico dei cittadini. La revisione approvata ieri ha sfumato questi obiettivi, portando al 16% l’obiettivo di riduzione dei consumi energetici degli edifici residenziali entro il 2030 e tra il 20 e il 22% entro il 2033. Si potrà tenere conto delle ristrutturazioni già effettuate a partire dal 2020, quindi i lavori eseguiti con il Superbonus saranno conteggiati. Questo obiettivo di riduzione per gli edifici pubblici sarà del 16% al 2030 e del 26% al 2033. È prevista la possibilità per gli Stati di stabilire delle esenzioni, per edifici storici, militari, agricoli e a utilizzazione temporanea, oltre che per le abitazioni sotto i 50 metri quadri di superficie. L’obiettivo del 16% di riduzione dei consumi energetici dovrà essere raggiunto però per almeno il 55% con la ristrutturazione degli edifici con le peggiori prestazioni (classi G ed F).

Dal 2028 dovranno essere a emissioni zero in loco (cioè non dovranno avere sistemi di combustione che generano CO2) tutti i nuovi edifici pubblici. Questa scadenza è fissata al 2030 per le nuove costruzioni private (residenziali e commerciali). Questo significa stop alle caldaie a gas. La versione originaria vedeva queste scadenze anticipate di due anni per entrambe le categorie di immobili.

Riguardo alle caldaie a gas, vi sarà il divieto di venderle a partire dal 2040, dunque largo alle pompe di calore elettriche. Nella prima versione della direttiva la data era anticipata al 2035. Dal 2025 vietati gli incentivi fiscali alle caldaie tradizionali. In barba alla neutralità tecnologica, per la grande gioia degli esportatori cinesi, vi sarà l’obbligo di installare pannelli solari sugli edifici nuovi scaglionati nel tempo tra il 2026 e il 2030 a seconda del tipo di immobile (pubblico, privato, residenziale, commerciale), ma non riguarderà gli edifici residenziali esistenti. Viene poi introdotto il passaporto di ristrutturazione (sic) e vi saranno obblighi per gli edifici non residenziali con più di cinque posti auto (nuovi o ristrutturati) di installare punti di ricarica per auto elettriche. La soglia sale a 20 posti auto per gli edifici residenziali.

Dunque, la direttiva è stata sfumata, rispetto agli obiettivi folli della prima versione. Tuttavia, si tratta comunque di obblighi imponenti che gravano sugli Stati e che comporteranno massicce spese. La stessa Commissione europea stima in 275 miliardi all’anno le spese necessarie per rientrare nei complessi parametri fissati dalla norma. Fanno quasi 1.400 miliardi di euro in cinque anni.

L’obbligo sulla riduzione dei consumi energetici, poi, comporta la ristrutturazione di circa 5 milioni di edifici privati e di oltre 500.000 edifici pubblici. Se si considerano le scuole, gli edifici oggi compresi nelle classi D, E, F e G sono circa il 70% del totale. Una prima stima vede interventi su circa 9.000 scuole entro il 2030 e altre 14.000 entro il 2033. Per una ristrutturazione di un immobile residenziale in classe G si stimano tra i 30.000 e i 60.000 euro.

Insomma, è pur vero che la versione alleggerita della direttiva sembra più morbida, ma tuttavia resta un mattone indigeribile, anche per la pressoché totale inutilità ai fini della «lotta al cambiamento climatico». La partita si sposta ora a livello nazionale: la legge di recepimento dovrà entrare nel dettaglio e stabilire se raggiungere gli obiettivi con obblighi o incentivi. Come ha ricordato Giorgetti, però, il problema resta il medesimo di sempre: chi paga?

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