Sembra impossibile, eppure qualcuno pensa davvero che Ursula von der Leyen possa essere un candidato credibile alla guida della prossima Commissione europea. Come se i danni che la Commissione uscente ha combinato in cinque anni non fossero sufficienti a dimostrarne l’inadeguatezza.
Timmermans
Il quinquennio europeo che sta per terminare è stato segnato soprattutto dal Green deal, presentato in pompa magna l’11 dicembre 2019 dall’allora commissario europeo Frans Timmermans e i cui cascami normativi sono in via di definizione in questi ultimi scampoli di legislatura. Cos’è in definitiva il Green deal? Si tratta, a tutti gli effetti, di un «ambizioso» piano ispirato a un dirigismo illiberale, che politicamente travalica la distinzione classica destra-sinistra per diventare, semplicemente, imposizione dall’alto. È un borioso e fallimentare programma coatto teso a distogliere investimenti da settori produttivi considerati moralmente disdicevoli (più che maturi), per dirottarli verso la «decarbonizzazione». Nel perseguire questo obiettivo, che non avrà la benché minima influenza sul clima, l’Unione europea nel suo complesso ha generato un quadro normativo che farebbe invidia ai pianificatori di qualunque regime autoritario. L’allocazione delle risorse che ne consegue, però, è disastrosamente inefficiente e non solo provoca danni all’economia, ma incide in maniera pesante sul vivere comune, approfondendo e ampliando quella crisi sociale in atto da ormai 30 anni nel nostro Paese.
Infarcito di scadenze, quote, traguardi, prescrizioni, piani, regolamenti, raccomandazioni e procedure, il Green deal voluto dall’ineffabile duo Timmermans– Von der Leyen è assai più vicino all’incubo di un maniaco del controllo che a una politica industriale. Qualche esempio servirà a chiarire il concetto.
macchine
Partiamo dal divieto di commercializzazione di veicoli con motore a combustione interna, previsto nell’Ue a partire dal 2035. Il razionale è che le auto europee generano circa 390 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, dunque… occorre azzerarle, punto! Tale cifra è pari all’1,1% delle emissioni antropiche mondiali ed è poco più di quanto emettono le centrali a carbone di Polonia e Germania messe assieme. La Germania potrebbe chiudere le centrali a carbone e lasciare aperte quelle nucleari, che emettono zero CO2, ad esempio, e gran parte del «problema» sarebbe risolto. Ma Berlino ha fatto esattamente il contrario. Impossibile del resto sapere in che misura l’azzeramento emissioni delle auto europee influirà sul contenimento delle temperature mondiali, questo dato non esiste da nessuna parte. Né qualcuno si è preoccupato di fare un minimo confronto costi-benefici. Siamo oltre i limiti del pensiero magico.
Il bando dei motori a scoppio, oltre ad essere inutile ai fini dichiarati, crea di fatto un obbligo di produrre, vendere e utilizzare solo auto elettriche a batteria, generando una serie di conseguenze. La prima è che i prezzi delle automobili salgono, creando una classe di consumatori che non potrà permettersi un bene indispensabile alla libertà di movimento. La seconda è che il settore industriale europeo dell’automobile viene travolto, con conseguenze nefaste sull’economia e sull’occupazione, mentre il mercato viene occupato dalle automobili elettriche cinesi. La terza è che l’Europa intera dipenderà sempre più da Pechino per materiali e tecnologie. Negli ultimi mesi qualcuno si è reso conto del disastro verso cui si sta andando a grande velocità, e forse vi sarà un debole ripensamento. Ma è difficile cambiare la rotta del Titanic quando l’iceberg è vicino tanto da poterlo toccare.
mattone
La pervicacia con cui Bruxelles persegue i suoi scombinati disegni si manifesta anche nella direttiva Epbd (Energy performance of buildings directive), meglio nota come direttiva case green. L’obiettivo della direttiva è raggiungere entro il 2030 un risparmio energetico negli edifici pari al 16% dei consumi attuali, ma gli Stati dell’Unione dovranno fare in modo che almeno la metà di quel risparmio arrivi da ristrutturazioni degli immobili oggi nelle classi energetiche più basse. Il provvedimento non solo non diminuirà affatto i consumi di energia, ma sarà costosissimo. Per una ristrutturazione del tipo richiesto possono servire dai 40.000 ai 100.000 euro ad abitazione. Ancora una volta, si allargherà il solco tra chi potrà permettersi l’investimento e chi, non potendo, vedrà il valore della propria casa scendere inesorabilmente.
Potrebbe nascere il sospetto che un impoverimento generalizzato, cioè un massiccio trasferimento di ricchezza dalla massa a un vertice sempre più ristretto, sia il vero obiettivo di queste politiche. Sicuramente ne è una conseguenza. Prendiamo ad esempio la fiammata dell’inflazione dello scorso anno.
carovita
Le politiche energetiche sancite da Bruxelles, ovvero i disastrosi Fitfor55 e Repowereu, figlie del Green deal, sono state un boomerang senza precedenti, che hanno fatto salire l’inflazione e portato a 900 miliardi gli interventi pubblici necessari a proteggere parzialmente l’economia dallo shock dei prezzi dell’energia. L’inflazione conseguente allo shock energetico era chiaramente causata da problemi di offerta, non da surriscaldamento della domanda (che anzi è andata calando). Un innalzamento dei tassi di interesse come quello deciso dalla Banca centrale europea ha avuto l’effetto di frenare gli investimenti che invece servivano a porre termine alla carenza di offerta (nuovi rigassificatori, nuovi gasdotti, fonti alternative, reti). L’effetto diretto dell’aumento dei tassi per combattere un’inflazione da offerta si sta manifestando in questi mesi, con un rallentamento dell’economia, in particolare della Germania, che tra tutti i membri dell’Ue è quello meno propenso agli investimenti infrastrutturali che invece sarebbero necessari. Cercare di frenare con gli strumenti sbagliati un’inflazione generata da politiche sbagliate è esattamente la cifra politica dell’Ue, che attua rimedi dannosi ai problemi che essa stessa ha creato.
fiumi
Come ignorare, in questa galleria degli orrori, la direttiva che ha introdotto dal 2025 il concetto di deflusso ecologico (De) dei corsi d’acqua naturali. Il De limita i prelievi dell’uomo per i suoi utilizzi. In Italia sinora veniva osservato invece il principio del deflusso minimo vitale (Dmv), cioè la portata residua utile a salvaguardare nel lungo termine la struttura naturale dei fiumi, contemperata con le necessità di utilizzo umano delle acque. Mentre il Dvm parte dal concetto di flusso d’acqua minimo indispensabile per mantenere condizioni di equilibrio ecologico a valle dei prelievi umani, il De europeo privilegia il flusso naturale massimo possibile, consentendo prelievi umani che ne riducano la portata soltanto in minima parte.
Il deflusso ecologico pensato a Bruxelles porta a risultati devastanti per l’agricoltura e per la produzione idroelettrica: se la quantità d’acqua che deve restare nei fiumi aumenta, ne risente tutto il territorio circostante, che non può utilizzare le acque di cui fino a oggi ha usufruito. Con l’applicazione del De l’agricoltura disporrà di meno acqua per l’irrigazione e molti territori rimarranno all’asciutto. Per gran parte dell’anno sarà impossibile sfruttare le derivazioni a fini irrigui.
navigazione
Arduo poi non citare, almeno di sfuggita, l’applicazione del sistema dell’Emission trading system (Est) alla navigazione, che ancora una volta non avrà alcun impatto sul clima, ma in compenso avrà l’effetto di penalizzare i porti mediterranei dell’Ue a tutto vantaggio dei porti nordafricani. Infatti, una nave container che, arrivando ad esempio dalla Cina, approda in un paese Ue dovrà pagare per le emissioni di CO2 generate dal trasporto. Ma se la stessa nave attracca a poche miglia di distanza, in Nord Africa, l’Ets ovviamente non si applica. Tanto è vero che il porto di Tangeri, in Marocco (che non ci risulta essere nell’Unione europea, almeno non ancora) ha appena ricevuto dalla Banca mondiale 350 milioni di euro per finanziare investimenti di oltre 700 milioni per lo sviluppo.
Per non parlare del cervellotico regolamento sugli imballaggi, che ha rischiato di gettare sul lastrico, senza alcun motivo valido, migliaia di aziende e di lavoratori del settore della plastica e del riciclo in Italia. In extremis il regolamento è stato corretto nelle parti più vergognose, ma resta uno sfregio difficile da sanare su un settore di eccellenza dell’economia italiana.
Potremmo proseguire parlando del Carbon border adjustment mechanism, che avrà un impatto sulla siderurgia europea stimabile in un aumento del prezzo dell’acciaio pari al 15%, o della direttiva sulla responsabilità sociale delle aziende, che costringe le imprese a una pastoia burocratica che incide sulla competitività, o ancora delle fallimentari politiche agricole che hanno scatenato la rivolta dei coltivatori in tutta Europa. Ma lo spazio non sarebbe sufficiente.
calamità
Tra un disastro e l’altro, la Commissione di centrosinistra a guida Von der Leyen si avvia a un mesto tramonto. Al Parlamento europeo che uscirà dalle elezioni del prossimo giugno spetta il compito di non affliggere il continente con un nuovo quinquennio di calamità.
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