Agricoltura, energia, cambiamenti climatici, difesa, commercio, trasporti, economia: l’inevitabile spostamento a destra del baricentro europeo cambierà gli equilibri su molti dossier chiave. Sarà nelle prime settimane, quelle durante le quali il nuovo Europarlamento si dedicherà alla composizione dei gruppi politici, che sarà discusso il programma della futura Commissione europea; i nuovi gruppi condizioneranno il voto di approvazione del nuovo presidente all’agenda politica, che dovrà essere plasmata secondo le richieste dei nuovi eletti.
Nel 2019, le trattative dietro le quinte che hanno condotto alla formazione della cosiddetta, variopinta «maggioranza Ursula», composta da popolari, socialisti, liberali e altri partiti come in Italia il Movimento 5 stelle, hanno conferito a Ursula von der Leyen la possibilità di poter giocare su più tavoli. Oggi la presidente uscente si è resa conto di aver perso perfino parte del sostegno del suo stesso partito e sta facendo una frettolosa retromarcia last minute. Ma è proprio grazie a quella «grosse koalition» che la presidente tedesca è riuscita a portare a casa direttive come la Legge Natura, allora definita dal ministro dell’Agricoltura italiano Francesco Lollobrigida «elemento cardine dell’impostazione ideologica che credo debba chiudersi: ha messo in ginocchio il sistema produttivo e ora rischia di ucciderlo». La Legge Natura è passata con 329 voti favorevoli di cui 25 franchi tiratori del Ppe e due terzi dei deputati liberali di Renew: uno scenario di questo genere, stando ai sondaggi sulla composizione del nuovo Europarlamento, che attribuiscono un minimo di 144 seggi al blocco di destra Id-Ecr (dove siedono rispettivamente la Lega e Fratelli d’Italia) e un massimo di 184, non sarà più possibile. Gli eurodeputati affronteranno i prossimi dossier (riforma della Politica agricola comune, agricoltura e clima, benessere degli animali, sostenibilità dei sistemi alimentari, emissioni agricole) con un approccio verosimilmente diverso rispetto a quello degli ultimi cinque anni.
Anche l’ambizioso programma di espansione della cosiddetta «energia pulita» potrebbe subire una battuta d’arresto, dovendo far fronte al problema dell’approvvigionamento a basso costo. Gli investimenti nell’energia solare subiranno una brusca frenata e già adesso c’è meno impegno anche su eolico e idrogeno, con buona pace dei talebani verdi à la Frans Timmermans. Nel settore dei trasporti, è in bilico anche il divieto di vendita di nuove auto a gas o diesel dal 2035, oltre a regole più severe sulle emissioni dei camion e degli aerei: sarà molto difficile che il blocco di destra accetti una compressione così radicale e ideologica della competitività delle aziende europee, soprattutto nel settore automobilistico. A proposito di competitività, lo snodo cruciale della prossima legislatura sarà quello della crescita delle superpotenze Usa e Cina a discapito del Vecchio Continente. Servono investimenti, che la sinistra ha individuato nel debito in comune a livello Ue, laddove la destra intende abbattere il debito assunto dalle capitali Ue per attutire l’impatto economico della pandemia e l’interruzione delle forniture energetiche da parte della Russia: il compromesso sarà complesso e dovrà essere trovato proprio dal Parlamento Ue, incaricato di votare e approvare il nuovo bilancio dell’Unione.
Anche le politiche sul clima potranno registrare una sterzata: i conservatori chiedono a gran voce regole ambientali meno rigorose per gli agricoltori e su questo dossier troveranno facilmente l’intesa con tutto il blocco di destra.
Le spese dell’Unione non sono finite qui: molti leader Ue concordano sulla necessità di aumentare quelle per la difesa, ma tutti i gruppi – popolari e socialisti e nazionalisti – sono spaccati, mentre la candidata Ursula von der Leyen ha messo la difesa in cima alla sua agenda. Va da sé che se alle prossime elezioni Usa dovesse essere eletto Donald Trump, favorevole a un disimpegno della Nato, la pressione Ue su esercito e difesa europea potrebbero essere molto forti.
Lo spostamento a destra del Parlamento europeo potrebbe anche favorire meno burocrazia per sbloccare il potenziale tecnologico dell’Ue nel settore dell’innovazione e una maggiore apertura verso la libertà di parola, per compensare l’approvazione della famigerata legge-bavaglio del Digital services act (Dsa).
Anche il settore del commercio registrerà profondi cambiamenti: l’accordo con il blocco sudamericano dei Paesi del Mercosur è uno dei dossier più caldi della prossima legislatura. C’è da dire che il Parlamento europeo ha poca voce in capitolo sulle politiche commerciali dell’Unione, che spettano alla Commissione europea, ma potrebbe comunque rallentare i processi di ratifica, considerato che i partiti nazionalisti si opporranno.
Infine, la sanità pubblica: il bilancio sanitario è stato notevolmente espanso durante la pandemia. Fin troppo, considerando il maxi acquisto di vaccini anti Covid siglato dalla presidente Von der Leyen e finito nel mirino della Corte dei Conti Ue per le modalità di contrattazione (i famosi sms segreti con l’ad di Pfizer, Albert Bourla), gli sprechi e i lotti mandati al macero. È molto probabile che un Europarlamento più a destra porrà fine a queste spese: Bruxelles si sta preparando a tagli drastici, e non soltanto perché la pandemia è finita. Saranno i piccoli Stati membri con sistemi sanitari in difficoltà e scarso accesso ai medicinali, in questo caso, a poter fare la differenza, bypassando le logiche partitiche.
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