- Mentre Josep Borrell vuole mettere le mani sui profitti degli asset russi, Vladimir Putin ci tiene sotto scacco. L’export record del Cremlino fa crollare i prezzi: 5 Paesi chiedono stop all’import. Ma agricoltori ancora in piazza contro Kiev.
- Tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini segnali di pace. Il premier abbraccia il leader della Lega alla Camera e archivia le voci sulle divisioni nella maggioranza. Poi attacca l’opposizione: «Chi si astiene sull’Ucraina non parli».
Lo speciale contiene due articoli.
A due anni e un mese dallo scoppio della guerra in Ucraina, cadono una dopo l’altra le parole d’ordine dei più sfegatati sostenitori della tesi che voleva la Russia in crisi e sul punto di capitolare. Mentre l’Europa, con l’Italia in prima fila, continua a spendere miliardi e miliardi di euro in armi da consegnare a Kiev, i riflessi sull’economia mondiale, e di quella del nostro continente in particolare, di questa pseudo strategia imposta dagli Usa, dalla Nato e da Bruxelles, sono nefasti. Ieri il sito Politico.eu, non certamente un media filoputiniano, ha titolato così un suo dettagliato articolo: «La Russia sta vincendo la guerra globale del grano. E nel frattempo sta mettendo i Paesi dell’Ue contro l’Ucraina».
La spiegazione è semplice, quasi elementare: «Gli agricoltori di tutta Europa», scrive Politico.eu, «sono scesi in piazza convinti che i prodotti ucraini a basso costo che si riversano oltre il confine siano la causa dei loro problemi. Le proteste di massa hanno costretto i governi dell’Ue, da Varsavia a Parigi, a fare enormi concessioni agli agricoltori e hanno fatto sì che i legami politici di Kiev con gli alleati occidentali si indebolissero a dismisura dopo l’invasione su larga scala da parte della Russia, oltre due anni fa. Il neo rieletto presidente russo, Vladimir Putin, si starà sfregando le mani dalla gioia. Dopo tutto, è lui la vera mente dietro la crisi. Il motivo principale per cui gli agricoltori dell’Ue non possono vendere i propri prodotti quest’anno non ha nulla a che fare con l’Ucraina e il suo enorme settore agricolo. È invece la Russia», si legge ancora, «la cui produzione agricola record e le cui esportazioni da record mondiale hanno fatto crollare i prezzi dei raccolti, la responsabile, al punto che gli agricoltori di tutto il mondo stanno soffrendo». Le proteste dei contadini contro le importazioni di grano a basso costo dall’Ucraina, una delle principali potenze internazionali del settore, che configurerebbero una vera e propria concorrenza sleale, hanno costretto gli Stati dell’Ue e il Parlamento europeo a concordare una limitazione delle importazioni agricole ucraine esenti da dazi doganali a partire dal prossimo giugno.
Se ben ricordate, all’inizio della guerra ci fu il tentativo da parte della comunità internazionale di riaprire il corridoio del Mar Nero, chiuso dalla Russia, attraverso il quale l’Ucraina esportava grano in tutto il mondo. Un tentativo fallito, così che l’Ucraina ha trovato vie alternative di esportazione del grano soprattutto attraverso l’Unione europea, mentre la Russia, sfruttando anche il clima estremamente favorevole degli ultimi due anni «ha coltivato quantità di grano senza precedenti», spiega Politico.eu, «vendendole a basso costo sul mercato mondiale. Questo ha invertito il boom dei prezzi del grano, facendoli scendere a livelli prebellici che sono antieconomici per gli agricoltori di Paesi come la Polonia. Questi ultimi hanno reagito bloccando il confine con l’Ucraina all’inizio di quest’anno, incolpando il loro vicino orientale di aver reso il loro raccolto non redditizio».
In sostanza, la Russia esporta in tutto il mondo quantità mostruose di grano, mentre gli agricoltori europei se la prendono con l’Ucraina per le sue esportazioni a basso prezzo. Un capolavoro. Non solo: «Con tutta l’attenzione rivolta alle importazioni ucraine», si legge ancora, «diversi Paesi dell’Ue hanno continuato ad attingere ai prodotti russi a basso costo. Spagna, Italia e Francia sono acquirenti regolari di grano russo». Il serpente, anzi l’Occidente, che si morde la coda. Anche se ieri in serata qualcosina si è smosso. Repubblica Ceca, Lituania, Estonia, Lettonia e Polonia hanno infatti chiesto alla Commissione europea di «redigere atti legislativi» che vietino l’importazione nell’Unione di cereali provenienti dalla Russia.
Nel frattempo Mosca ha inviato a diversi Paesi africani e asiatici centinaia di migliaia di tonnellate di grano gratuito, espandendo a dismisura la sua influenza geopolitica. Il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, da parte sua, ha sottoscritto accordi vantaggiosi con Brasile, Messico e altri Paesi dell’America Latina, i cui raccolti sono stati decimati da condizioni climatiche estreme.
«Dobbiamo prendere sul serio l’idea che l’Ucraina debba tornare ai suoi mercati tradizionali nei Paesi terzi per schiacciare la Russia», ha dichiarato il viceministro dello Sviluppo economico, del Commercio e dell’Agricoltura e rappresentante commerciale dell’Ucraina, Taras Kachka, «questo è assolutamente chiaro e lo stiamo già facendo».
Nell’attesa che le parole diventino fatti, registriamo un’altra novità sul fronte dei beni russi congelati a causa delle sanzioni. Parliamo di più di 200 miliardi di euro di asset e riserve della Banca centrale russa immobilizzati nelle banche europee. L’idea di confiscarli e usarli contro la stessa Russia è stata messa da parte per questioni legali e di prospettiva: un gesto del genere potrebbe scoraggiare Stati esteri a versare i propri soldi in Europa. L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Europa, Josep Borrell, ha proposto al Consiglio Ue di confiscare almeno i profitti generati da questi asset, circa 3 miliardi l’anno, per comprare armi da consegnare a Kiev. Una ipotesi comunque non priva di complicazioni.
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