A chi crede che i servizi sociali agiscano sempre nel miglior interesse dei minori, che sulla famiglia del bosco non ci sia stato alcun accanimento e che gli scandali dei figli rubati siano una montatura della stampa, conviene leggere una sentenza emessa ieri dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu).
L’organo giurisdizionale internazionale con sede a Strasburgo, infatti, ha condannato l’Italia per un caso di allontanamento di un bimbo dalla madre biologica ad appena 16 giorni dalla sua nascita, riscontrando «un’insufficienza», nel nostro Paese, «del controllo esercitato dai giudici sull’azione dei servizi sociali e degli altri organismi competenti incaricati di dare esecuzioni» alle pronunce dei tribunali, nonché «un problema sistemico nell’esecuzione, entro termini ragionevoli», di tali decisioni. Il senso del rilievo è cristallino: le autorità, abitualmente, non si accertano che venga dato seguito ai provvedimenti di ricongiungimento dei figli con le famiglie di provenienza, né che vengano organizzati gli incontri preparatori con i loro genitori.
La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo
Per queste ragioni, la Cedu raccomanda a Roma di adottare «un insieme di misure generali» per ridurre l’arbitrio degli assistenti sociali. In primis, prevenire «situazioni di conflitto d’interessi tra i professionisti che collaborano con il tribunale interessato e i gestori delle comunità familiari o le famiglie affidatarie».
Una stortura che crea un evidente incentivo a ordinare la sottrazione dei figli a madri e padri. La Corte, pertanto, ritiene urgente dare attuazione alla legge Cartabia, «che mira a rafforzare gli organi giudiziari, da un lato unificando i tribunali per i minorenni e i tribunali per la famiglia e, dall’altro, garantendo che tali tribunali siano composti da magistrati di professione».
Ma la Cedu invoca anche una legge per «disciplinare in modo più preciso le attività dei servizi sociali» e per «istituire un meccanismo di controllo sistematico» del loro operato. «Tali misure», specifica il verdetto di ieri, «dovrebbero garantire una chiara definizione dei limiti delle loro competenze, dei loro obblighi e delle loro responsabilità».
«A tale scopo», prosegue il testo, «sarebbe auspicabile disporre di una rete chiara, pubblica e nominativa dei servizi e delle persone incaricate di tali funzioni». Tra gli interventi suggeriti figurano «l’individuazione e la diffusione delle buone pratiche»; «l’elaborazione di linee guida procedurali destinate a disciplinare gli interventi dei servizi sociali nel corso dei procedimenti che coinvolgono minori»; «attività di formazione […] volte a rafforzare la comprensione degli obblighi positivi gravanti sulle autorità nazionali in materia di tutela dei legami familiari»; «strumenti metodologici che assicurino un migliore coordinamento tra giudici, servizi sociali e altri professionisti interessati». Sarebbe una rivoluzione in un meccanismo bacato.
Il legame con il caso della famiglia nel bosco
La Cedu, in sostanza, ha certificato che in Italia esiste un problema di strapotere degli assistenti sociali e che le pratiche di riavvicinamento dei figli sono farraginose. Il che complica i percorsi di reinserimento familiare: più passa il tempo, più diventa arduo recuperare una relazione, se il piccolo si è abituato a vivere altrove. È esattamente quello che è successo alla donna siciliana che ha fatto ricorso alla Corte di Strasburgo. È esattamente quello che rischia di capitare ai Trevallion.
Il 4 novembre 2020, a Modica, L.Z., dopo aver nascosto di essere rimasta incinta dell’amante, per vergogna del giudizio sociale e per una depressione «aggravata dall’isolamento causato dalla pandemia di Covid-19», partorì in casa un bimbo, D.Z., che immediatamente consegnò al papà. Quest’ultimo, però, anziché portare il neonato in ospedale, lo lasciò su un marciapiede. Per fortuna, il piccolo fu salvato.
Il tribunale, in men che non si dica, iniziò le verifiche sul suo stato di abbandono, nominò un tutore e avviò la procedura di adozione accelerata. Dodici giorni dopo la nascita di D.Z., la signora si decise a comunicare alla polizia di Ragusa di esserne la mamma. Venne quindi sottoposta a un procedimento penale, tuttora pendente, per concorso in abbandono di minore. L’ex compagno è stato già condannato.
Il 19 novembre 2020, L.Z., pentita, giurò che avrebbe fatto il possibile per riavere il bambino, ma il tribunale aveva individuato una famiglia affidataria. Peccato che la dichiarazione di adottabilità di D.Z. si fosse basata, come spiega il verdetto Cedu, su «una premessa errata, poiché il tribunale non aveva svolto necessarie indagini e aveva quindi erroneamente ritenuto che i genitori biologici del bambino fossero sconosciuti».
Cosa dice la Corte europea dei diritti dell’uomo
Nel luglio 2021, la Corte d’appello di Catania revocò l’adottabilità del piccino. Tuttavia, D.Z. rimase presso la famiglia affidataria, la quale, nel frattempo, si era pure trasferita dalla Sicilia al Lazio. Il tutto era avvenuto, osserva il tribunale dei diritti dell’uomo, «senza che i giudici nazionali abbiano mai indicato su quale fondamento giuridico fosse stato disposto tale mantenimento».
L’anno seguente, a dicembre 2022, in forza di una perizia, il tribunale per i minori dispose il ritorno di D.Z. dalla madre. Ma «oltre cinque anni dopo la sentenza di annullamento della dichiarazione di adottabilità del luglio 2021 e nonostante la decisione […] del dicembre 2022, non è stato organizzato alcun incontro, malgrado le numerose richieste». Il bambino non è stato restituito alla mamma.
La Cedu conferma che «dapprima il tribunale e poi l’ufficio dello stato civile […] hanno ostacolato le iniziative intraprese dalla ricorrente per ristabilire senza indugio i contatti con il bambino». Diversi «ostacoli organizzativi e procedurali hanno impedito indefinitamente, a causa di successivi ritardi, l’attuazione delle misure necessarie a garantire l’organizzazione degli incontri preparatori alla riunificazione» del nucleo familiare. I giudici hanno «tollerato per circa cinque anni l’assenza di contatti tra l’interessata e il figlio nonché la mancata esecuzione della decisione del dicembre 2022 […] che prevedeva la riunificazione». E i ritardi hanno avuto una conseguenza drammatica: a L.Z. è stato diagnosticato un disturbo di personalità, forse «collegato alla separazione forzata dal figlio».
Il diritto al rispetto della vita privata e familiare
Così, le successive perizie hanno dovuto constatare come «la riunificazione fosse diventata difficile, se non impossibile nel breve termine». Anni sottratti indebitamente a una famiglia, solo perché, attesta la Cedu, «i servizi sociali, i servizi di neuropsichiatria e il tutore» si sono rifiutati di adottare «le misure appropriate per creare le condizioni necessarie alla piena realizzazione del diritto di visita della ricorrente e alla riunificazione».
Una patente violazione dell’articolo 8 della Convezione europea sui diritti dell’uomo, che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare. All’Italia, questo pasticcio costerà 60.000 euro di risarcimenti accordati alla signora di Modica e al figlio, più 30.000 di spese legali. A una madre e al suo bambino, forse, la possibilità di essere una famiglia.
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