Speranza in ansia rincorre gli esperti. E la maggioranza studia nuovi divieti
  • Il ministro convoca il Cts di domenica per provare a recuperare il tempo perso. Mentre i giallorossi, come a marzo, lasciano uscire ipotesi di lockdown locali, proibizioni di spostamenti e chiusure dei ristoranti.
  • Ennesimo record di tamponi (133.084) e 4.719 casi scoperti. Soltanto tre pazienti in più in terapia intensiva (390). La Lombardia cresce di oltre 1.000 positivi, 664 in Campania.

Lo speciale contiene due articoli.

Secondo la formula ironicamente e criticamente coniata dal giurista Franco Carinci, il governo pare attestato sulla linea «ora e sempre emergenza». Di più: eccezion fatta per le macabre conferenze delle 18 con il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, sembra tornare di moda tutto il repertorio di marzo e aprile scorsi. Si ricomincia dunque con le riunioni ultramediatizzate del governo, anche quando si tratta di incontri informali; si riparte con gli incontri nel weekend, tanto per dare il senso della straordinarietà e del panico, tra ministri e Comitato tecnico scientifico; mentre in tv tornano a imperversare i virologi, nuovi cavalieri dell’apocalisse.

Ieri pomeriggio si è svolta una riunione dei capidelegazione di maggioranza con Giuseppe Conte, replay dell’incontro previsto la sera precedente e poi rinviato per problemi di agenda. Oggi invece, con fanfara di accompagnamento mediatico avviata già ieri, si svolgerà un’altra riunione tra il ministro Roberto Speranza e il Comitato tecnico scientifico: in questo caso si discuterà anche di come aprire alla possibilità di test più rapidi (da effettuare presso medici di base e pediatri) dopo il collasso del sistema dei drive in, e di come ridurre (da 21 a 5) gli indicatori sull’andamento del contagio, per favorire correzioni di rotta più veloci.

Per il resto, in entrambe le riunioni all’ordine del giorno c’è stato e ci sarà il varo del nuovo Dpcm, previsto (a meno di anticipazioni) per metà settimana. Ma la sensazione è che, al di là del Dpcm, il governo tenti – con la regia mediatica di Palazzo Chigi – di dare il senso di una mobilitazione eccezionale, probabilmente sottovalutando i riverberi sul Pil, sul commercio, sulle attività di negozi, bar e ristoranti che questo martellamento televisivo sta già determinando.

Speranza si è attenuto al solito copione: «Credo che sia indispensabile tenere il massimo livello di attenzione. Io ho tenuto la stessa linea anche nei giorni in cui la curva sembrava molto più bassa. Abbiamo superato i mesi di marzo e aprile, ma il virus continua a circolare e la battaglia non è mai stata vinta in maniera definitiva». E ancora, partecipando a un evento della Cgil, il titolare della Salute non ha affatto smentito eventuali misure più drastiche: «Le valuteremo in queste ore. Abbiamo riunioni permanenti con il nostro gruppo scientifico con il quale ci confrontiamo costantemente. Per me bisogna avere la forza di prendere in carico questa fase nuova immediatamente. Abbiamo un piccolo vantaggio rispetto ad altri Paesi, ma non ci si devono fare illusioni».

Realisticamente, battage mediatico a parte, ci sono otto punti allo studio.

Primo: lockdown locali sul modello di Latina, quindi chiusure localizzate «chirurgiche e tempestive». Gli occhi sono puntati sulla Campania, con l’ipotesi di «zone rosse» territoriali che, ad esempio dopo 14 giorni, potrebbero essere rimosse o invece estese alle aree circostanti.

Secondo (ed è considerata la risposta estrema): ripristino del divieto di spostamento tra regioni. Anche se qualcuno ha già richiamato il disastro che fu determinato dal clamoroso autogol del governo nella notte tra il 7 e l’8 marzo (fuga di notizie alle 20, conferenza stampa alle 2 di notte): il risultato fu l’assalto ai treni verso il Sud alle stazioni di Milano.

Terzo: sancire il divieto formale di sostare in piedi fuori dai locali. Come dire: se non c’è posto, non si può restare assembrati. Insomma, si ricomincia con l’attacco alla «movida»: e francamente appare abbastanza surreale che un’indicazione del genere (circolare, non sostare) abbia bisogno di essere fissata in un testo normativo.

Quarto (sul modello campano): chiusura notturna di ristoranti e bar. Si tratterebbe, nonostante le sottovalutazioni di chi non conosce la realtà delle piccole imprese, di un modo di ammazzare centinaia di migliaia di attività. Non solo, sarebbe precluso il secondo turno dei ristoranti, ma si disincentiverebbe in modo devastante l’uscita a cena a qualunque orario.

Quinto: limiti più stretti per le feste private.

Sesto: stop o ulteriori restrizioni agli eventi di massa (spettacoli, manifestazioni sportive, fiere).

Settimo: ulteriore estensione dello smartworking, sulla base del presupposto che alcune sedi di lavoro potrebbero essere luoghi di circolazione più facile del virus. Ma anche qui la sensazione è che ci sia una sottovalutazione del rischio di paralisi economica di molti settori, a somiglianza della paralisi amministrativa già ampiamente prodottasi nella pubblica amministrazione.

E infine, ottavo (e qui vogliamo sperare si tratti di uno scherzo): nella logica di scoraggiare la circolazione, qualcuno parla di possibili limitazioni al trasporto pubblico locale. Una misura che avrebbe clamorosi effetti controproducenti: perché determinerebbe, nella parte di servizio rimasta attiva, altri assembramenti.

In ogni caso, il mantra ripetuto a microfoni spenti dai rappresentanti del governo è il solito: provare a evitare un lockdown nazionale. Ma l’impressione è che un puzzle di divieti e chiusure rischi di produrre – psicologicamente e materialmente – effetti quasi analoghi.

C’è una sola cosa che sembra sparita dai radar: la possibilità di protrarre oltre il 15 ottobre il blocco delle cartelle dell’Agenzia delle Entrate (circa 9 milioni in partenza). Ma quella «movida fiscale» al governo sembra piacere: e in quel caso, ovviamente a spese dei contribuenti, l’esecutivo giallorosso non vuole più sentir parlare di emergenza.


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