- Troppi i dubbi sulla cura: dai mesi di immunizzazione al numero di dosi da fare. E Londra si prepara a risarcire eventuali danni.
- La Commissione Ue contro l’isolamento imposto a chiunque entri nel Paese durante le feste.
Lo speciale contiene due articoli.
Si fa presto a dire vaccino. Perché a dispetto degli annunci strombazzati nel corso delle ultime settimane gli interrogativi rimangono ancora numerosi. Proprio ieri Mike Ryan, direttore delle emergenze dell’Organizzazione mondiale della sanità, ha tenuto a precisare che «i vaccini non significano zero Covid, e i vaccini e le campagna di vaccinazione non risolveranno da soli il problema». Non è un caso perciò se oltre la metà degli italiani, stando a un sondaggio pubblicato da Ipsos appena un paio di settimane fa, manifesti sull’argomento ancora una certa dose di scetticismo. Siamo forse diventati improvvisamente «no vax» come vogliono farci credere i giornaloni? Assolutamente no. D’altronde, storicamente siamo tutt’altro che un popolo ostico nei confronti dei vaccini. Secondo il rapporto «Stato della fiducia nei vaccini nell’Unione europea» pubblicato dalla Commissione europea nel 2018, la percentuali di italiani convinti che i vaccini siano sicuri (90%) e importanti per i bambini (91,7%) risulta di gran lunga superiore alla media europea. E invece in Italia persiste la tendenza a polarizzare il dibattito. Chi solleva dubbi, oppure più semplicemente si azzarda a chiedere maggiori spiegazioni, rischia di finire bollato come pericoloso negazionista. Niente di più dannoso ai fini della comunicazione, tant’è che da sempre le istituzioni sanitarie internazionali suggeriscono come unico approccio per incrementare la fiducia nei vaccini quello basato sul dialogo e il confronto con la cittadinanza. Più informazioni, è questo quello che chiedono 4 italiani su 10 prima di decidere se farsi inoculare. Un diritto sacrosanto, prima ancora che una questione di buon senso.
Peccato che le notizie di questi ultimi giorni non facciano altro che confermare la scarsa trasparenza e alimentare la confusione intorno ai vaccini contro il coronavirus. Le campagna di vaccinazione dovrebbe partire già dal prossimo mese, eppure poco o nulla si conosce in relazione a un elemento chiave del successo dell’intera operazione. «Va ricordato che non vi è ancora evidenza scientifica sui tempi esatti di durata dell’immunità prodotta dai vaccini», ha confessato candidamente il ministro della Salute Roberto Speranza parlando mercoledì di fronte alle Camere, «è molto probabile che saranno necessarie due dosi per ciascuna vaccinazione, a breve distanza temporale».
Trattandosi di un vaccino ancora allo studio e progettato per combattere un virus nuovo, le evidenze scientifiche a tal proposito scarseggiano. Uno studio pubblicato mercoledì sull’autorevole New England Journal of Medicine sembra dimostrare che il vaccino prodotto da Moderna garantisca un’immunità di almeno tre mesi. Troppo presto però per dire la parola definitiva: sono necessarie altre ricerche per capire se il vaccino induca un effetto «memoria» nel nostro sistema immunitario. Qualche settimana fa Andew Pollard, direttore del gruppo sul vaccino di Oxford realizzato in collaborazione con Astrazeneca, ha affermato di essere «ottimista sul fatto che la risposta immunitaria possa durare almeno un anno». Non si tratta di un elemento di poco conto, perché dalla durata dell’immunità dipende la necessità o meno di ripetere nel tempo la vaccinazione. «È davvero arduo allo stato attuale delle cose fare previsioni sulla durabilità di qualsiasi vaccino», spiega alla Verità Philip Santangelo, esperto di farmaci e Rna e docente al Georgia institute of technology. «Dobbiamo essere molto prudenti a trarre conclusioni prima di avere maggiori informazioni», prosegue Santangelo, «anche se gli anticorpi decadono dopo sei mesi si può comunque avere un’importante risposta a livello di memoria, la quale impedirebbe l’inoculo di una nuova dose per un certo periodo di tempo». Un effetto che però al momento, precisa il ricercatore, non è ancora stato verificato nelle cellule umane. Non c’è solo l’aspetto legato all’efficacia a preoccupare i cittadini. Nella partita dei vaccini, la loro sicurezza gioca infatti un ruolo fondamentale. Finora i risultati della sperimentazione del farmaco più vicino al traguardo, quello cioè realizzato da Pfizer-Biontech, non suggeriscono l’insorgere di «gravi preoccupazioni legate alla sicurezza». Ma a domanda precisa l’amministratore delegato di Pfizer Albert Bourla non ha saputo dire con sicurezza se i vaccinati risultino contagiosi: «È un aspetto che va ancora esaminato». E le indicazioni pratiche comunicate agli operatori sanitari del Regno Unito – primo Paese occidentale ad autorizzare il vaccino – evidenziano una serie di punti oscuri. Riguardo alle donne incinta «non esistono dati sufficienti», ragion per cui la somministrazione «non è consigliabile durante la gravidanza». Sconsigliato anche rimanere incinta nei due mesi successivi alla seconda dose. Nessuna evidenza circa la possibilità che il vaccino Pfizer-Biontech passi attraverso il latte materno, e dal momento che «un rischio per i neonati e i bambini non può essere escluso» il documento mette in guarda dalla «somministrazione durante il periodo dell’allattamento». Sconosciuti infine gli effetti sulla fertilità maschile e femminile.
Nonostante le dichiarazioni rassicuranti sulla sicurezza, i troppi punti di domanda hanno spinto il governo britannico ad annunciare giovedì che il vaccino anti-Covid rientrerà nello «Schema di risarcimento per danni da vaccino», che riconosce un’indennità di 120.000 sterline (circa 133.000 euro) a chiunque subisca gravi danni a seguito della somministrazione. Un po’ come dire: non succede, ma se succede…
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >