Il sì della Lega ferma la linea oltranzista su vaccini e obblighi
  • Votando a favore del dl green pass ne ha ottenuto un’estensione più limitata. Fedele alla strategia del «meglio dentro che fuori».
  • Covid, elezioni e Colle: terreni di gioco con regole diverse. Pd e M5s strepitano, ma…

Lo speciale contiene due articoli.

Dicono che il Capitano leghista sia diventato il mozzo della maggioranza. I malmessi leader dell’avversa coalizione, ammesso che esista, si compiacciono per l’ennesima calata di braghe. E i sondaggi certificano il sorpasso dell’alleata, Giorgia Meloni. Invece il Matteo Salvini di lotta e di governo, anche ieri, ha finito per ottenere ben più di qualche contentino. È vero: la Lega ha votato sì a una nuova estensione del green pass, su cui ha battagliato per giorni insieme a Fratelli d’Italia. Eppure, rispetto all’originario decreto entrato in vigore il 6 agosto, si tratta di un allargamento che gli stessi parlamentari del Carroccio definiscono «soft». Rimangono intonsi i capisaldi originari: pass per chi vuole partecipare ad eventi, mangiare nei ristoranti al chiuso e viaggiare su treni a lunga percorrenza e aerei. Il decreto estende però la certificazione al personale esterno di scuola e università. E saranno obbligati a immunizzarsi i lavoratori delle residenze sanitarie per anziani.

Rinviata a data da destinarsi, invece, la misura più controversa: l’ampliamento dell’obbligo vaccinale per i dipendenti pubblici. Lo chiedono i ministri di centrodestra: come il titolare della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, e la collega Maria Stella Gelmini, agli Affari regionali. Lo evocano i tecnici: a partire da Giorgio Palù, presidente dell’Aifa. E la misura mette d’accordo pure Confindustria e sindacati. Invece, le tensioni innescate da Lega e Fratelli d’Italia sono riuscite convincere Mario Draghi a prendere tempo. Certo, l’ipotesi rimane. Il premier avrebbe annunciato un ampio intervento «a breve», rinfocolando però le polemiche tra i partiti della maggioranza.

La momentanea desistenza resta comunque una medaglia che leghisti si appuntano al petto. Anche se il do ut des più significativo è il via libera ad alcune misure su cui il Carroccio insiste da tempo. Come la validità dei test salivari: strumento decisivo, soprattutto per i bambini. O i tamponi a prezzi calmierati, con la proroga fino al 30 novembre. Infine, la Camera ha dato un via libera quasi unanime al rinvio delle cartelle esattoriali e a una nuova rottamazione.

«Il nostro pressing, con il voto a favore di alcuni emendamenti di Fratelli d’Italia, è servito» sintetizzano i leghisti. Certo, il partito di Giorgia Meloni in aula si è schierato contro il provvedimento: «Non c’è obbligo vaccinale nel Paese, per cui lo Stato dovrebbe offrire un’alternativa a chi non vuole o non può vaccinarsi» spiega il partito nella dichiarazione di voto. Ma la battaglia comune è comunque servita a rinsaldare l’alleanza tra Giorgia e Matteo, testimoniata anche dalla ritrovata intesa sbandierata al meeting di Cernobbio. Sorrisi e abbracci, dopo settimane di guerra fredda innescata da sondaggi e scommesse sulla futura leadership. Del resto, le amministrative incombono. I candidati non sono irresistibili. Un’eventuale vittoria del centrodestra anche in una sola delle principali città al voto, come a Torino per esempio, sarebbe il trionfo della coalizione più che dei prescelti.

Giorgia di lotta. Matteo di lotta e di governo. Gli avversari dubitano, trascendendo nell’astio. Invece la strategia del leghista è chiara. L’ha esplicitata fin dalla nascita del governissimo. Meglio dentro che fuori. E non per calcolo, ma per non lasciare tutto in mano agli avversari. Perfino il governatore pugliese, Michele Emiliano, già candidato alle primarie del Pd, in un dibattito a Ceglie Messanica, qualche giorno fa ha elogiato Salvini: «Sta facendo un grande sforzo per delineare una visione di Paese ed è uno sforzo che ha dei costi politici. È un politico che ha una sua onestà intellettuale».

Insomma: quella del Capitano sarebbe una scelta coraggiosa. Rischia magari l’ammutinamento. Ma prova a tenere la rotta. Continua a ripeterlo, speranzoso, ai suoi. I simpatizzanti che adesso storcono il naso, alla fine capiranno. E, comunque, ricorda: senza la Lega, sarebbe già passata la linea più oltranzista su vaccini e obblighi.

Così anche ieri, dopo l’ultimo confronto con Draghi, ha deciso di non rompere. Il provvedimento è passato con una maggioranza bulgara: 259 sì e 34 no. Ora è atteso al Senato, per l’approvazione definitiva. Le richieste della Lega rientreranno invece nei prossimi decreti, garantisce il premier. Che prosegue imperterrito con il suo, inevitabile, metodo: scontentare tutti, per non scontentare nessuno.

C’è chi non gradisce. «I vertici della Lega chiariscano la loro posizione sulla campagna sanitaria e vaccinale» assalta Giuseppe Conte, deposto primo ministro ora a capo dei Cinque stelle. «Si sono assunti una responsabilità appoggiando questo governo e devono dire agli italiani quali sono le loro posizioni, che cambiano ogni giorno». E Giuseppi cosa ne pensa dell’obbligo vaccinale? «Per ora mi sembra non sia necessario» spiega. Proprio come un Salvini qualsiasi.


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