- Il sottosegretario azzurro: «Silvio Berlusconi lanciò l’idea già nel 2019. Mara Carfagna e Mariastella Gelmini sbagliano a mettersi di traverso: chi dice no a priori cerca alibi per non realizzare niente. Giovanni Toti e Luigi Brugnaro? Transgender politici: imitano male l’originale, come il Parmesan».
- Il leader leghista vede il premier e lancia la prima manifestazione post riaperture.
Lo speciale contiene due articoli.
«Qui serve un Sustenium memo plus, qualcuno deve aiutare la memoria». Sorride Giorgio Mulé, e comincia a scartabellare l’archivio. Silvio Berlusconi in un’intervista al Corriere della Sera (5 giugno 2019): «Penso che le attuali forze del centrodestra debbano presentarsi unite con un programma comune alle elezioni, costituendo fra loro una federazione. Raccoglierebbe oltre il 60% dei voti». Nove giorni dopo il Cavaliere aggiunse anche i nomi: «Centrodestra unito o Centrodestra italiano». Il sottosegretario alla Difesa e portavoce di Forza Italia ripassa volentieri la storia politica degli ultimi anni. E ricorda senza integratore: «Allora a frenare fu Matteo Salvini. L’epopea gialloblù stava per concludersi, ma lui non si sentiva pronto. E lo sa chi, nel marzo del 2018, disse che l’approdo ideale sarebbe stato il partito unico? Giovanni Toti».
Onorevole Mulé, perché nel partito c’è tutta questa diffidenza?
«Ci arriviamo. Mi premeva ricordare che l’idea della federazione è una gestazione tutta interna a Forza Italia, con il traino del presidente Berlusconi. Nel novembre 2020 Salvini propose di rilanciarla e adesso ci siamo. Mi stupisce vedere tutte vergini a parlare di fusione. Nessuno ha mai pensato a fusioni».
Perché la coalizione avverte l’urgenza di compattarsi?
«Con il governo attuale occorre che ci sia massa critica, sostanza parlamentare per puntare i ramponi nella roccia del governo. Entrare in una federazione in cui sono inalterati i simboli e i valori non può essere un problema, nessuno perde nulla. Mettiamo a regime idee comuni e valori comuni, che peraltro ci sono già».
Quali sarebbero?
«Quelli del programma elettorale del 2018, firmato da Silvio Berlusconi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Maurizio Lupi. È sempre una questione di memoria. L’impegno nei confronti degli elettori è quello di coalizione; i diritti della persona, la libertà d’impresa, una giustizia giusta, la riforma fiscale con le tre aliquote. È la sintesi del programma firmato da tutti, ciascuno nella sua diversità. Questa non è un’alchimia politica, ma il comune sentire di forze che si ritrovano attorno a valori condivisi».
Mariastella Gelmini e Mara Carfagna temono la perdita di identità di Forza Italia.
«Anch’io difendo l’identità, ma non la vedo messa in dubbio. Temo invece che il richiamo all’identità sia un alibi per non realizzare niente. Spesso i sacri custodi dell’identità sono i primi nemici della realtà. Chi dice no a priori ha solo paura di prendere il mare aperto, di mettersi in gioco».
C’è la paura che la Lega imponga il suo stile meno moderato.
«Non c’è il fuoco amico, non ci sono annessioni. Sventolare parole da spauracchio serve solo a frenare e distruggere. Questa è una formula parlamentare che può diventare una formula elettorale, come già è stata con la sottoscrizione del programma del 2018. Ci mettiamo a fare esercizi di semantica? Una differenza fra coalizione e federazione in politica non esiste».
Con una federazione ci sarebbe meno manovrabilità.
«Allora meglio essere chiari: se i no servono a congelare il processo per trovare formule alternative al centrodestra noi non ci staremo mai. Non c’è alcuna possibilità che il partito, creato e strutturato da Silvio Berlusconi, possa apparentarsi con il centrosinistra. Se c’è chi ha questa idea lo dica subito, esca allo scoperto, così non perdiamo tempo».
I media rievocano il famoso Predellino.
«Nessun Predellino, ere geologiche e ideologiche diverse, quindi non sovrapponibili. Oggi nel governo Draghi è fondamentale cementare le basi comuni per avere più forza e agibilità politica. Chiamiamola federazione o piripacchio, se piace di più, ma facciamola per entrare nel vivo dei temi che ci stanno a cuore».
Su giustizia e fisco è una stagione decisiva.
«Sono i nostri cavalli di battaglia, dobbiamo avere la forza di parlare con una voce sola. Attenzione, questo non significa rinunciare alla polifonia di coalizione. Puoi cantare con una voce sola, ma sotto hai baritoni e soprani che costruiscono l’armonia. Conta il coro come entità e forza. E conta non essere soli, fuori dal coro».
Fuori dal coro si sono spinti Giovanni Toti e Luigi Brugnaro con Coraggio Italia.
«Se Cambiamo doveva servire per dimostrare l’irrilevanza di Forza Italia, dopo due anni di grande esposizione mediatica ha dimostrato al contrario l’indispensabilità di Forza Italia e la l’irrilevanza di Cambiamo. Nessuna idea, nessun risultato. E adesso un nuovo cambiamento, da transgender della politica. Coraggio Italia è solo italian sounding, è il Parmesan che non si avvicinerà mai all’originale».
La federazione potrebbe creare perplessità nel Ppe.
«La federazione contiene quei valori dei quali è garante Forza Italia. Punto. Se la Lega se ne avvantaggia e, presa per mano da Forza Italia, rivede certe posizioni e certe amicizie, è un bene per tutti. Avremmo fatto un servizio all’Europa e all’intera politica italiana».
Giorgia Meloni sta all’opposizione e non sembra interessata.
«Giorgia ricorderà che ad inizio legislatura fu la prima a proporre i gruppi unici. Ci sono momenti nei quali è importante essere più uniti per ottenere più successi e per colpire meglio».
Che tempistica prevede per il varo dell’iniziativa?
«Se federazione dev’essere, spero che si faccia il più presto possibile. Per le amministrative d’autunno e in vista dell’elezione del presidente della Repubblica. Il gruppo con il maggior numero di parlamentari è quello che indica per primo il nome per il Colle».
Quale sarebbe quello dei confederati?
«Silvio Berlusconi. Un riconoscimento allo statista che è, un risarcimento per i torti subìti».
Mentre la sinistra fa proposte lunari (voto ai sedicenni e ius soli), il centrodestra torna alla politica.
«Dobbiamo riprendere in mano il boccino del riformismo che è nel nostro Dna. Da grande conoscitore di calcio, Berlusconi sa che per vincere più coppe bisogna includere. La palla è sul dischetto del rigore».
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