- Il ministro degli Esteri si oppone alla candidatura di un membro del Carroccio e vuole togliere a Matteo Salvini il controllo delle frontiere.
- La neo presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen rischia di non ottenere la maggioranza.
Lo speciale contiene due articoli.
Mettendo a rischio la tenuta della sua ormai leggendaria pettinatura a nido di rondine, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi si è scatenato. Per rendere l’Italia protagonista nel mondo? Per contribuire a risolvere la situazione in Libia? Per chiarire la linea contraddittoria del governo sulla Cina? Per dire una parola univoca sul Venezuela? Per protestare contro la Francia dopo l’incredibile premiazione della «capitana» Carola Rackete annunciata da Parigi? Insomma, per dare un senso alla sua presenza tra i marmi della Farnesina? Non esattamente. Su tutto questo, il ministero degli Esteri continua ad apparire ai più alla stregua di una «sede vacante».
Invece, gli scopi principali di Moavero – mai dimenticare: montiano ed eurolirico – sembrano altri due. Primo: tessere la tela per la sua candidatura alla Commissione Ue. Secondo: provare a esautorare Matteo Salvini rispetto al dossier immigrazione, avanzando un piano confuso, parzialissimo, e già in buona misura archiviato dai partner Ue.
Ma procediamo con ordine. Da molte settimane, Moavero briga – in tutte le sedi – negoziando per sé stesso come potenziale membro della nuova Commissione. Tra Roma e Bruxelles, a molti interlocutori – non solo italiani – è parso frenetico e perfino comico l’attivismo di un ministro degli Esteri in carica per autosponsorizzarsi per un altro incarico. Da qualche giorno, Moavero sembrava aver perso le speranze, visto che tutti nel governo davano (e danno tuttora) per certa una candidatura leghista. Ma ora due circostanze hanno nuovamente ingolosito il titolare della Farnesina: per un verso, l’affaire Savoini, che crea un problema di reputazione internazionale per il Carroccio; per altro verso, l’intolleranza con cui Ppe-Pse-macronisti hanno negato alla Lega, al Parlamento europeo, perfino elementi minimi di rappresentanza istituzionale (una vicepresidenza dell’assemblea e un paio di presidenze di Commissione). Da allora, Moavero ha ripreso a muoversi a tutta velocità, con un solo argomento: e cioè prefigurando la bocciatura parlamentare (c’è il precedente di Rocco Buttiglione) dell’eventuale candidato italiano quando l’Europarlamento dovrà convalidare le designazioni dei vari Paesi. E il fatto che il neopresidente della Commissione, la tedesca Ursula von der Leyen, pur proseguendo a trattare con i leghisti, non li abbia voluti incontrare formalmente, ha messo altra benzina nel motore di Moavero, che continua a sollecitare un’opera di persuasione per convincere la Lega a fare un passo indietro, e a designare una figura più neutra, più istituzionale, più accettata. Cioè lui. Che invece sarebbe straconfermato e stravotato dal vecchio establishment di Bruxellese: anzi, i partiti anti-sovranisti già ridono di soddisfazione all’idea che l’Italia, dovendo esprimere un candidato, finisca per scegliere quello più lontano da Salvini. Non è difficile immaginare come si comporterebbe Moavero, politicamente parlando, una volta nominato e confermato: le sue convinzioni euroliriche e pro Bruxelles sono leggibili come un libro aperto.
Ma veniamo al secondo punto della strategia di Moavero, che ha a che fare con l’immigrazione. Un paio di giorni fa, con tanto di intervista solenne sul Corriere della Sera, il titolare della Farnesina ha pomposamente presentato un suo «piano». Nulla di nuovo, nulla di sconvolgente, anzi. Ma ciò che contava era il messaggio nemmeno troppo criptico o subliminale all’Ue: non trattate con Salvini nemmeno su quello che sarebbe istituzionalmente il suo dossier, ma trattate con me, così lo bypassiamo e lo scavalchiamo.
In realtà, in 48 ore, quattro elementi hanno smontato almeno questa parte della strategia di Moavero. Primo: una qualche policy di ripartizione in ambito Ue (relocation) già esisterebbe, ma, com’è noto, non se n’è fatto nulla, per l’opposizione di diversi Paesi. Secondo (ed è l’aspetto decisivo): stiamo parlando solo di rifugiati e richiedenti asilo, cioè di una estrema minoranza (raramente arriva al 10%) della massa migratoria che impatta sull’Ue. Quindi il fantomatico piano è del tutto marginale e parziale. Terzo: il commissario uscente all’immigrazione, Dimitris Avramopoulos, si è subito detto «perplesso» sulle proposte di Moavero. Quarto (stop ancora più pesante): la stroncatura, solo velata da un alone di gentilezza formale, di Michael Roth, ministro degli Affari europei tedesco, che, dopo aver indorato la pillola («Sono veramente grato per il ruolo molto costruttivo e responsabile del ministro degli Esteri italiano), ha seccamente rispedito il piano al mittente («Ho l’impressione che soluzioni che non sono di immediata applicazione, non ci portino sostanzialmente molto avanti»). Quanta durezza, dopo tanto sforzo da parte del povero Moavero…
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