Mentre Conte tentenna sull’Iva, il M5s flirta con il Pd sull’austerità
  • Il premier la butta lì: «Evitare l’aumento non sarà semplice, ma ci proveremo». Matteo Salvini lo brucia: «Impensabile». Intanto il capo grillino frena sullo sforamento del 3%, copiando la solfa dei dem. Scoppia il caso dl Sicurezza bis.
  • I due bocconiani Alberto Alesina e Francesco Giavazzi giocano sporco sul nostro debito e citano Spagna e Portogallo come esempi di bilanci virtuosi. Peccato che abbiano segnato il record di spesa in deficit.

Lo speciale contiene due articoli.

Arriva lo spread e non ho niente da mettermi. Luigi Di Maio sembra annichilito, neanche si trattasse di un virus folgorante, e per la prima volta reagisce come un Carlo Calenda o un Carlo Cottarelli qualunque (contabili travestiti da notabili): si lascia travolgere dal terrore. «Mi sembra irresponsabile fare aumentare lo spread come sta accadendo in queste ore», alza la voce il vicepremier pentastellato a margine di un incontro in Confindustria Umbria a Perugia e indica come colpevole Matteo Salvini, che sarebbe anche il suo alleato di governo da quasi un anno. Così il differenziale sui titoli di Stato, che ieri ha chiuso a 285 punti e non è del tutto casualmente in fibrillazione a dieci giorni dalle elezioni europee, diventa uno dei tre motivi di attrito dentro la maggioranza nella giornata dei lunghi coltelli.

L’iscrizione del ministro del Lavoro al partito dello spread è il tassello che mancava nel riposizionamento a sinistra dei 5 stelle verso le rassicuranti braccia del Pd. Ora la consonanza è quasi totale e Di Maio la argomenta così: «È da irresponsabili parlare di sforamento del rapporto debito-Pil, che è ancora più preoccupante dello sforamento del rapporto deficit-Pil» sottolinea per criticare l’ultima uscita del leader leghista («Se servirà infrangere alcuni limiti del 3% o del 130-140% tiriamo dritto fino a che la disoccupazione non sarà dimezzata in Italia»). Poi affonda il colpo e nel farlo sembra moderno come Romano Prodi: «In ogni regione in cui vado sto cercando di incontrare le imprese, il tessuto produttivo che permette di creare lavoro, perché senza queste persone il lavoro non esiste. L’impresa chiede stabilità. Prima di spararle su debito-Pil, mettiamoci a tagliare tutto quello che non è stato ancora tagliato in questi anni di spese inutili e di evasione fiscale. Questo è un Paese che ha 300 miliardi di euro di evasione fiscale, che ha grandi evasori dai quali si possono recuperare un sacco di risorse».

Tornano alla mente gli scudi fiscali di Giulio Tremonti e i blitz a Cortina al tempo di Matteo Renzi. Modernariato in salsa grillina con il quale si porterebbe a casa qualche decimale, ma serve per smarcarsi dalla Lega. Infatti giungono subito gli applausi della sinistra che sogna la patrimoniale e improvvisamente ha deciso che Di Maio non è più un bibitaro, ma Winston Churchill. Sul tema spread una parola rassicurante arriva dal ministro delle Finanze, Giovanni Tria, che decide di tornare all’uso della parola in pubblico e spiega saggiamente: «Il nervosismo sui mercati è ingiustificato ma comprensibile alla vigilia delle elezioni. Gli obiettivi di finanza pubblica sono quelli proposti dal governo stesso e approvati dal parlamento con il documento di economia e finanza».

Il ragionamento di Salvini è meno tecnico e più strategico. Il ministro dell’Interno lo ribadisce in Senato con parole inequivocabili: «Nessuna preoccupazione per lo spread perché prima viene il diritto al lavoro, alla salute, alla vita degli italiani. Ci sono regole europee che stanno affamando il continente, portando disoccupazione, precarietà e povertà come se fosse normale. Vanno cambiate. Rivedere questa gabbia non è un diritto, ma un dovere. Non sono al governo per crescere dello 0,3% o dello 0,4%; servono scelte coraggiose, non irresponsabili. Ho due figli, non mi interessa guadagnare consenso per le europee per poi lasciare una landa desolata».

Mentre un focolaio si spegne, se ne accende un altro. Il secondo motivo di attrito è ancora una volta una sigla che evoca denaro: l’Iva. E il suo possibile aumento per tener fede alle clausole di salvaguardia. È il premier Giuseppe Conte a dare il via alla bagarre: «Evitare l’aumento dell’Iva non sarà un’impresa facile, non sono qui a dire che sarà semplice» dichiara a Roma all’assemblea di Rete Imprese. «Ma faremo di tutto per evitarlo. Stiamo studiando una profonda azione di spending review che riordini la giungla delle agevolazioni che complicano la struttura del nostro sistema fiscale. Sarà necessario in sede europea avviare una lotta ai paradisi fiscali dento l’Unione». La sola ipotesi di un aumento dell’Iva trova di nuovo Salvini sull’altra barricata. Il vicepremier è telegrafico: «Mi rifiuto di aumentare l’Iva anche di un solo centesimo. Prima va riformato il sistema fiscale. Bisognogna avere coraggio e io non mi rassegno».

Come se non ci fosse abbastanza nervosismo nell’aria, ecco il terzo incendio sul decreto Sicurezza bis, che la Lega vorrebbe portare a casa prima delle elezioni (e infatti compare nell’ordine del giorno del pre Consiglio dei ministri di oggi) mentre il Movimento 5 stelle vede come fumo negli occhi come ogni iniziativa targata «legge e ordine», anche questo in omaggio alla nuova sintonia con il Pd. Così il ministro Danilo Toninelli afferma: «Vogliamo evitare di farlo prima delle elezioni, con troppa fretta, perché potrebbe portare più danni che svantaggi. Le priorità sono il decreto Sblocca cantieri e il decreto Crescita». Ancora una volta Salvini stoppa il ghirigoro democristiano: «È pronto, lunedì va in consiglio dei ministri, le coperture ci sono». Cane e gatto, in attesa del 27 mattina.


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