- L’imprecazione scatologica a Matteo Salvini è solo l’ultimo degli attacchi verbali che ci riguardano. Dal «vomitevoli» macroniano, al «lazzaroni» di Jean – Claude Juncker, al «beoni» di Jeroen Dijesselbloem. E il Quirinale? Bacchetta i nazionalisti.
- Il ministro del Granducato ci fa la morale, ma gli extracomunitari che cercano lavoro lì hanno vita durissima. Tasse da pagare, controlli continui e una doppia visita medica.
Lo speciale contiene due articoli
Salvini, quanto contro il ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio italiano. Ma ben prima di quest’ultima prodezza, da molti mesi è in pieno svolgimento una specie di gara, di concorso, di Champions League, anzi di Olimpiade, per scegliere chi sia il ministro o il commissario europeo o la personalità internazionale capace di scagliare contro l’Italia l’offesa più greve, l’insulto più truce, l’espressione più rozza e triviale. Un gioco di società super chic, insomma.
Da sempre, i nostri giornaloni, con il loro corredo di «esperti» (gli stessi che non hanno capito né la Brexit, né Donald Trump, né l’ascesa dei populisti in Europa: ma in compenso continuano a «spiegare» tutto e a dare lezioncine col ditino alzato), ammoniscono sull’aplomb istituzionale necessario all’estero, e sdottoreggiano contro le gaffe vere o presunte dei rappresentanti italiani. Vale allora la pena di rinfrescarci tutti la memoria per capire chi siano i veri buzzurri.
Questa settimana, prima di Asselborn, il commissario europeo francese Pierre Moscovici ha detto che in Italia ci sono dei «piccoli Mussolini».
A giugno, il presidente francese Emmanuel Macron, proprio mentre chiudeva i suoi porti (ma contemporaneamente pretendeva che l’Italia accogliesse la nave Aquarius), ci ha definito «cinici e irresponsabili». Negli stessi minuti, parendogli poco quel che aveva già detto il suo capo, il portavoce del partito macronista En Marche!, Gabriel Attal, aggiungeva anche un bel «vomitevoli».
Se Parigi spara, Madrid non sta a guardare, e al coro si è unito pure il neo primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, uno degli amichetti di Matteo Renzi in camicia bianca d’ordinanza: «L’Italia? Antieuropea ed egoista».
Poche settimane prima, a fine maggio, l’uomo della «sciatica», il presidente della commissione Ue Jean-Claude Juncker, ci ha dato – senza tanti giri di parole – dei corrotti e degli scansafatiche. Gli italiani? Devono «lavorare di più e essere meno corrotti», hanno titolato i giornali di mezza Europa.
Sempre a maggio si è esibito un altro commissario europeo, l’arcigno tedesco Günther Oettinger, evidentemente insoddisfatto dei risultati italiani del 4 marzo, spiegando che la prossima volta «i mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto». Un sincero democratico, insomma.
Maggio è stato un mese di carinerie anche da parte della stampa tedesca. Il settimanale della Faz (Frankfurter Allgemeine Zeitung) ha dato il benvenuto al nuovo governo italiano pubblicando una vignetta raffigurante un furgoncino tricolore, con gli stemmi di Lega e M5s, che si schianta in un burrone mentre alla guida c’è un orrido energumeno che fa il gesto dell’ombrello. Insomma: italiani selvaggi, cafoni e sfasciacarrozze. Non si è sottratto lo Spiegel, prima dandoci degli «scrocconi» e poi pubblicando in copertina una vignetta con uno spaghetto annodato come un cappio, con l’affettuoso titolo «Ciao amore! L’Italia si autodistrugge e trascina l’Europa con sé».
Ha chiuso il cerchio la Suddeutsche Zeitung, presentando l’Italia come un malato terminale affidato alle cure dei «medici» Colera e Peste, cioè Matteo Salvini e Luigi Di Maio.
Pochi mesi prima, aveva toccato vette memorabili anche l’allora ministro olandese e presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, eurosocialista lirico e gran sostenitore delle misure di austerità (per gli altri) che, parlando dell’Italia e dei Paesi del Sud Europa, ci aveva apostrofato: «Sperperano soldi in donne e alcool e poi chiedono aiuto». Per la cronaca, secondo una notizia pubblicata dai media olandesi e non smentita, una volta perso il posto da ministro, Dijesselbloem avrebbe ottenuto per sé una consulenza da oltre 14.000 euro mensili dal Fondo salva Stati.
Se già vi gira la testa (e non solo quella), proviamo a ricapitolare: «merde» (in francese dev’essere più elegante), «piccoli Mussolini», «cinici», «irresponsabili», «vomitevoli», «antieuropei», «egoisti», «corrotti», «scansafatiche», «scrocconi», «malati terminali», «dissipatori» tra alcol e donnine. Vi basta?
Davanti a questa valanga di fango, a questa tempesta di insulti, restano solo un paio di curiosità. La prima: immaginatevi cosa sarebbe accaduto se fosse stato un primo ministro italiano a dire la metà (anzi: la metà della metà della metà) di queste cose, a proposito di un Paese amico e alleato. Saremmo andati a chiedere scusa in ginocchio, in pellegrinaggio da Roma a Berlino, o da Roma a Parigi.
La seconda: possibile che il capo dello Stato, a meno di nostri errori e omissioni, non abbia trovato il tempo – ad esempio l’altro ieri, dopo il «merde» del gentiluomo lussemburghese – per mettere in riga gli insolenti, pretendere scuse formali, e difendere a chiare lettere la nostra dignità nazionale?
L’altra sera il presidente Sergio Mattarella ha parlato (a Riga, in Lettonia, davanti ai suoi colleghi capi di Stato Ue), ma per sottolineare la propria «idiosincrasia verso il nazionalismo», per dire che non si può «mercanteggiare sui rapporti contabili» in Europa, e per affermare che «non c’è movimento che possa mettere in discussione questo valore storico» (quello dell’Unione europea).
Con rispetto parlando, insomma, la solita predica unidirezionale, per ammonire gli italiani sul fatto che non si possa essere troppo nazionalisti, troppo euroscettici, eccetera. Ora: a parte il fatto che è legittimo, anzi ultra legittimo, essere anche nazionalisti ed euroscettici (non risulta esistano dogmi di fede o reati penali al riguardo, almeno per il momento…), ci piacerebbe tanto che una volta (magari una volta ogni tre insulti ricevuti, vogliamo essere di manica larga), oltre ai rimbrotti rivolti ai cittadini italiani, ci fosse anche una parolina verso le personalità straniere che hanno l’insulto facile contro l’Italia. Osiamo sperare di non aver chiesto troppo.
Daniele Capezzone
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