- Solo 1.750 contratti in tre mesi. La Fnopi: «Togliere l’esclusività libererebbe 90.000 infermieri». Il 118: «Noi a casa dei fragili».
- Ursula von der Leyen conferma: «Niente export». Thierry Breton chiede aiuto agli Stati Uniti.
Lo speciale contiene due articoli.
A tre mesi dall’avviso pubblico dell’ex commissario per l’emergenza Covid, Domenico Arcuri, che cercava e prometteva 12.000 infermieri e 3.000 medici per vaccinarci, a oggi sono stati sottoscritti solo 1.750 contratti, di cui appena 540 riguardano infermieri. Altri 1.000 starebbero completando le selezioni. «Abbiamo fatto una gara straordinaria, hanno già risposto all’incirca 22.730 professionisti sanitari perché abbiamo bisogno di un grande sforzo», raccontava a fine anno l’ex premier, Giuseppe Conte. In realtà continuano a mancare vaccinatori.
«Unico leitmotiv la carenza di personale infermieristico», denunciava pochi giorni fa la Fials, Federazione italiana autonomie locali e sanità, segnalando che le «assunzioni vere si fanno con il contagocce o a tempo determinato». Intanto la categoria attende il rinnovo del contratto in scadenza e vuole capire come funzioneranno le «annunciate prestazioni aggiuntive per vaccinare previste in legge di bilancio», mentre continua la pressione sul personale nei reparti.
Al bando voluto da Arcuri potevano aderire solo gli infermieri liberi professionisti, i dipendenti erano esclusi. Giuseppe Carbone, segretario generale della Fials, la Federazione italiana autonoma lavoratori della sanità, già a gennaio 2021 aveva chiesto: «Si faccia ricorso alla possibilità, per gli infermieri dipendenti del Servizio sanitario regionale di effettuare, al di fuori dell’orario di lavoro e in deroga a quanto previsto in tema di esclusività del rapporto di impiego, attività professionale anche presso il territorio e nelle Rsa». Serviva solo stipulare una convenzione tra le strutture e l’Azienda sanitaria di riferimento. Oggi è la Federazione nazionale ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi) a chiedere di allentare il vincolo dell’esclusività per gli infermieri dipendenti e rendere così disponibili «quasi 90.000 (se non di più) vaccinatori che oggi possono operare solo negli ospedali». Per ottenere il risultato «basterebbero due ore di lavoro in più per ogni infermiere», compensato «o con 500 euro al mese in più (per tre mesi) o ancora con circa 10 euro a vaccinazione». Secondo la federazione presieduta da Barbara Mangiacavalli e che rappresenta i 454.000 infermieri presenti in Italia, con una spesa complessiva tra 150 e 400 milioni di euro, in un arco di tempo tra i 45 giorni e i tre mesi si riuscirebbe a vaccinare 45 milioni di italiani. Ovvero «il 75% della popolazione», con la scelta meno dispendiosa per il Ssn ed «entro l’estate si potrebbe raggiungere l’immunità di gregge», fanno sapere da Fnopi.
Anche Antonio De Palma, presidente nazionale del sindacato infermieri Nursing up, è tornato a «offrire» gli oltre 100.000 dipendenti del Ssn che non svolgono prestazioni extra ordinarie e che perciò possono «mettersi a disposizione oltre il loro orario di servizio». Dopo quelli che definisce «gli orrori del piano Arcuri», De Palma suggerisce al nuovo commissario straordinario, Francesco Paolo Figliuolo, di mettere in atto una sinergia concreta tra infermieri dipendenti, centri unici di prenotazione regionali, strutture Asl che già operano nel contesto vaccinale e Protezione civile. Obiettivo, immunizzazione di massa a partire dal prossimo mese e «possibilità di vaccinare gli italiani anche “porta a porta”», prevedendo «86 milioni di somministrazioni di vaccino tra prima e seconda dose».
Anche i medici della Sis 118 si sono fatti sentire. «Pensiamo a una vaccinazione 24 ore su 24, giorno e notte, includendo le feste», ha dichiarato il presidente, Mario Balzanelli, offrendo al governo la disponibilità degli operatori, «Soprattutto per quelle a domicilio, e per le persone fragili, medici e infermieri del 118 sono i più idonei e qualificati».
Se gli infermieri sono tornati a farsi sentire con richieste precise di coinvolgimento, nell’interesse di tutta la popolazione, c’è un’altra categoria che protesta perché continua a sentirsi esclusa. «Non mi si venga a dire che siamo partiti a regime con le immunizzazioni nei nostri studi perché non è così», tuona Domenico Crisarà, vicesegretario nazionale Fimmg, Federazione italiana medici di famiglia. «Ci sono gravi ritardi e c’è tanta confusione anche su quali vaccini vanno fatti, nel Lazio fanno Astrazeneca e in Calabria invece Pfizer», ha aggiunto, parlando di «dissonanza a livello nazionale». Crisarà ricorda: «Noi quest’anno abbiamo fatto 13 milioni di vaccinazioni contro l’influenza», eppure «invece di coinvolgerci si chiama l’esercito e la Croce rossa o i giovani specializzandi». Dal primo anno di corso di scuola di specializzazione, i medici saranno infatti coinvolti nella campagna anti Covid.
«Saranno le Regioni a reclutarli anche attraverso le aziende e gli enti del Ssn», ha dichiarato Stefano Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni. Una partecipazione «volontaria», dietro compenso orario di 40 euro lordi. Basta che si cominci a fare sul serio, mettendo in campo tutto il personale che serve.
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