Il Pd è allo sbando. Zingaretti si rimangia l’inciucio di agosto: «Io ve l’avevo detto»
  • Il segretario ha stretto il patto con M5s però, ora che è arrivata la mazzata, ricorda a tutti che lui era contrario. Ma non dà idee.
  • Il Bullo vola negli Usa a fare conferenze e gongola: «Chi dà sempre colpe a me sbaglia».

Lo speciale contiene due articoli.

Nicola Zingaretti, il giorno dopo il crollo dell’alleanza giallorossa in Umbria, ha l’ingrato compito di cercare di tenere unito ciò che unito non è, ovvero quel che resta del Pd, di cui è segretario. Mai così sinistrati, i big o presunti tali del partito tornano a dividersi: c’è chi – come Dario Franceschini e Francesco Boccia – non mette in discussione l’alleanza con il fu M5s; altri, come Andrea Marcucci, capogruppo al Senato, sono invece dell’idea che bisogna metterci una pietra sopra. Lui, Zingaretti, alterna acrobaticamente riflessioni ottimiste a considerazioni critiche, attaccando prima Matteo Renzi e poi Luigi Di Maio.

Ieri mattina, Zingaretti su Facebook ha pubblicato un post che dice tutto e niente, scaricando la colpa della sconfitta sull’avversario numero uno: Renzi. «In Umbria», scrive il segretario del Partito democratico, «abbiamo subìto una sconfitta ed esce confermata la forza dell’alleanza della destra italiana radicata nel sentimento popolare. Il Partito democratico si attesta al 22.3%, dopo una scissione e, considerando la presenza alle europee di altre forze politiche, ritengo questo come un risultato di tenuta. Lo affermo», aggiunge Zingaretti, «non per scaricare responsabilità su qualcuno, ma per comprendere cosa è avvenuto. Da qui si riparte. Questo dato conferma il Pd come l’unico credibile pilastro di un’alternativa alle destre». E ancora: «Anche il rapporto con il M5s», precisa Zingaretti, che ha sentito al telefono Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, «con il quale governiamo, va inserito in questo schema di confronto, non per esaltare le differenze ma per trovare sintesi vere e verificando, territorio per territorio, la possibilità di convergenze, senza imporre nulla». Convergenze parallele con il M5s? Zingaretti ricorda che, fosse stato per lui, il governo giallorosso non sarebbe mai nato, ammettendo quindi implicitamente che, visto che è nato, sarà pure il segretario del Pd ma la sua opinione conta poco: «Ad agosto», ricorda Zingaretti, «avevo sollevato perplessità sulla percorribilità di un’alleanza di governo con il M5s. Abbiamo poi costruito una linea unitaria, difficile, di cui ovviamente mi assumo oggi tutte le responsabilità. Ma è ovvio che occorre voltare pagina. Mi auguro una nuova solidarietà nella coalizione e nella compagine del governo Conte che non può essere un campo di battaglia quotidiana. Una maggioranza non può esistere per paura di Salvini, per evitare il voto dei cittadini o aspettare le nomine degli enti per occupare poltrone», sottolinea, con la prima stoccata a Renzi. «Dobbiamo costruire speranze», monita il segretario del Pd, «non alimentare polemiche. Non si può governare tra avversari e nemici. Nessun membro dell’alleanza può augurarsi o lavorare per la distruzione dell’altro. L’alleanza», sottolinea Zingaretti, «ha senso solo ed esclusivamente se vive in questo comune sentire delle forze politiche che ne fanno parte, altrimenti la sua esistenza è inutile e sarà meglio trarne le conseguenze».

In serata, da Frosinone, Zingaretti fa la voce grossa con Luigi Di Maio, come riporta Ciociaria Oggi :«Se Di Maio», attacca il segretario dei democratici, «vuole andare avanti da solo con l’8%, con le destre che raggiungono il 48%, può farlo senz’altro. Nel caso cosa dirgli, auguri!».

Un colpo di qua, uno di là: Zingaretti deve fare i conti con un partito lacerato. Andrea Marcucci, capogruppo del Pd al Senato, alimenta il sospetto di essere rimasto nel partito solo per rompere le scatole dall’interno, facendo il gioco del suo grande amico Matteo Renzi: «È una sconfitta evidente», sottolinea Marcucci, «che non avrà conseguenze sul governo, ma impone una riflessione ben più approfondita sulle alleanze. Il matrimonio tra Pd e M5s in Umbria mette in evidenza tutti i limiti di alleanze costruite all’ultimo minuto e senza contenuti. Mi auguro che in vista delle prossime regionali», aggiunge Marcucci, «il Pd discuta meglio con i territori se sia o meno il caso di presentarsi in coalizione. Meglio misurare il rapporto col M5s al governo e solo dopo decidere cosa fare».

Per Marcucci, quindi, mai più alleanze col M5s. Di parere totalmente opposto Dario Franceschini, ministro dei beni culturali e sponsor numero uno del patto giallorosso: «Non mi sembra particolarmente acuta», scrive Franceschini su Twitter, «l’idea che poiché anche presentandoci insieme abbiamo perso l’Umbria, è meglio andare divisi alle prossime regionali. L’onda di destra si ferma con il buon governo e con l’allargamento e l’apertura delle alleanze, non di certo ridividendoci». «Esorto tutti, Di Maio compreso», sottolinea il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, «ad avere coraggio e andare avanti perché il Paese ha bisogno di un fronte alternativo. Io sono convinto di questo, dobbiamo andare avanti». Fino a quando? Come anticipato dalla Verità, il progetto di Zingaretti è far cadere il governo subito dopo la manovra, al più tardi dopo le elezioni regionali di gennaio in Emilia Romagna. Il superflop dell’Umbria ha rafforzato questa prospettiva.


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