I Paesi frugali chiedono altri tagli. Merkel zitta, Conte può solo sperare
  • Trattativa a oltranza al Consiglio Ue. Il blocco del Nord (a cui si aggiunge la Finlandia) non molla la presa sulla necessità di un veto che limiti i poteri della Commissione. Ma per il premier la colpa resta di Matteo Salvini.
  • Roma trova un alleato nella sfida con il premier olandese. Il leader dell’Ungheria: «Dare soldi ai Paesi che ne hanno bisogno, senza ingaggiare dispute burocratiche».

Lo speciale contiene due articoli.

Mentre era costretto ad arretrare ora dopo ora, e mentre il suo infondato trionfalismo dei mesi passati (quando dava per acquisito un Recovery fund ancora tutto da negoziare) si sbriciolava nell’impatto con la dura realtà, Giuseppe Conte, nell’interminabile weekend bruxellese, ha finalmente avuto l’illuminazione: dare la colpa a Matteo Salvini. Davanti a interlocutori appartenenti ai partiti tradizionali europei (il movimento dell’olandese Mark Rutte è nel gruppo macronista all’Europarlamento, i governi scandinavi sono socialdemocratici, e il premier austriaco è del Ppe), Conte ha pensato bene di dichiarare che «ognuno ha il suo Salvini», con ciò intendendo che a casa loro quei leader devono misurarsi con dure opposizioni sovraniste. Insomma, palla in tribuna come i terzinacci del calcio antico: dare sempre la colpa agli altri, non ammettere mai i propri fallimenti, negare l’evidenza.

Intanto, il vertice più lungo della storia dell’Ue sembrava non finire mai: palla lunga verso una qualche intesa, sia pur modesta e rabberciata, o strategia dello sfinimento verso il nulla? La sera prima, a cena, il belga Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, non aveva avanzato una nuova proposta di accordo. Dunque, in teoria, il Consiglio era riconvocato ieri alle 12 per ripartire da un nuovo testo base. E invece l’avvio della riunione plenaria è stato via via fatto slittare in avanti (prima alle 16, poi alle 17.30, poi alla serata) per lasciare spazio a frenetici incontri ristretti nel tentativo di aprire la strada a un qualche documento condiviso. A un certo punto della giornata c’è stato anche un meeting tra i Paesi mediterranei (Italia, Grecia, Spagna e Portogallo, significativamente abbandonati dalla Francia, che non si è unita alla compagnia) e i frugali.

Nel frattempo, è partito il giochino tattico a non mostrare fretta: ha cominciato l’olandese Mark Rutte, facendo sapere di aver prenotato un’altra notte d’albergo; e ha proseguito l’ungherese Viktor Orbán, replicando di essere pronto a rimanere a Bruxelles addirittura un’altra settimana.

Un altro modo di mostrare i muscoli (per chi li ha) è stato quello di allargare le alleanze. Lo hanno fatto davvero i cosiddetti frugali: Olanda, Austria, Svezia e Danimarca hanno convinto anche la Finlandia a schierarsi con loro. Comprensibilmente soddisfatto l’austriaco Sebastian Kurz: «Sono contento che la nostra alleanza sia cresciuta facendo diventare ancora più forte la nostra posizione negoziale». E sempre nelle parole di Kurz, ecco la rivendicazione orgogliosa del nuovo peso dei nordici rispetto al passato: «Prima Germania e Francia mettevano qualcosa sul tavolo e tutti gli altri davano l’approvazione», mentre adesso «c’è un vero negoziato».

Negli stessi minuti, Giuseppe Conte postava sui suoi social una foto che non dava propriamente il senso della prova di forza italiana. Allo stesso tavolo, Angela Merkel a capotavola, Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen da un lato, e Conte e lo spagnolo Pedro Sanchez dall’altro. Visibilmente, lo scatto trasmetteva l’idea di due Paesi in difficoltà (Italia e Spagna) che letteralmente si consegnavano alla mediazione dei più forti. E invece Conte ha cercato di vendere l’idea di una posizione maggioritaria: «Da una parte la stragrande maggioranza dei Paesi, compresi i più grandi, che difendono il progetto europeo, e dall’altra pochi Paesi, detti “frugali”».

Sta di fatto che, nonostante il training autogeno di Conte, il blocco frugale ha spadroneggiato lungo i tre giorni, ridicolizzando la sicumera con cui Conte (e non solo lui), nei mesi scorsi, avevano dato per fatta l’intesa. Di più: sui due punti sensibili (risorse e governance), sono sempre stati i frugali a dettare la linea. Ancora ieri pomeriggio, i nordici mostravano di rifiutare l’ipotesi di sussidi fissati a 420 o perfino a 375 miliardi di euro (si partiva da 500), puntando a ridurre sempre di più questa porzione del Recovery Fund, per far crescere quella dei prestiti condizionati. Al massimo, i rigoristi potrebbero accettare quota 400 solo in cambio di altre concessioni a loro favore sui rebates, gli sconti alle contribuzioni al bilancio Ue.

E quanto alla governance, l’alleanza dei frugali non ha mai mollato la presa sulla necessità di un veto, comunque mascherato (cosiddetto freno d’emergenza) ai danni dei mediterranei.

Che le cose non stessero come Conte le raccontava, doveva farlo capire anche un altro elemento significativo, e cioè il lungo silenzio, per due giorni e mezzo di vertice, di Angela Merkel. Ovviamente è possibile interpretare questo fatto in una chiave di prudenza: la Cancelliera non vuole spendersi su soluzioni destinate a essere bocciate, ma vuole solo intestarsi mediazioni decisive. E però c’è anche un’altra interpretazione, assai meno rassicurante per l’Italia: e cioè che la Germania abbia deciso di usare i frugali come «poliziotti cattivi», per ottenere attraverso il loro sforzo, e senza doversene far carico direttamente, esattamente i risultati graditi anche dall’opinione pubblica tedesca, cioè ridimensionare le richieste italiane.

La cena è iniziata verso le 20 in un clima di crescente pessimismo. E più tardi, mentre questo giornale andava in stampa, le trattative erano ancora in alto mare. E se nella notte sarà stata infine annunciata una qualche intesa anche solo parziale, sarà avvenuto soltanto per la paura che attanaglia diversi leader, Conte in testa: dover tornare a casa a mani vuote, esporsi a un’apertura incertissima delle Borse, certificare la paralisi di questa Ue.


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