I frondisti m5s possono fare scherzi ma il richiamo del mutuo resta forte
  • Grillini spaccati e in fuga dai talk show per l’imbarazzo. L’ala guidata da Dibba resta con un piede dentro e uno fuori, sapendo di poter essere letale al Senato. L’unica corrente che gode è quella dell’esploratore.
  • Il leader leghista e la Giorgia Meloni ricordano agli alleati di diffidare delle sirene sull’unità nazionale. Giorgio Mulè: «Il governo fotocopia non ce la farà». Mara Carfagna rilancia Mario Draghi.

Lo speciale contiene due articoli.

«Le tre m», sussurra un grillino spiritoso, sotto tassativa richiesta di anonimato, per illustrare la tripartizione dei 5 stelle: «Mutuo, matassa e madrassa», sorride.

Quelli del «mutuo» sono il corpaccione che costituisce gruppi parlamentari enormi e letteralmente irripetibili, frutto del leggendario 33% delle politiche del 2018: 191 deputati e 92 senatori. La grandissima parte di costoro sa bene che non rivincerà più il biglietto della lotteria che porta a Montecitorio e a Palazzo Madama, un po’ per il dimezzamento elettorale del Movimento e un po’ per il taglio del numero dei parlamentari. Dunque, moltissimi di questi deputati e senatori hanno un solo obiettivo: prolungare la legislatura fino all’ultimo giorno utile. Ergo, appoggeranno qualunque soluzione venga loro imposta alla fine di questi tre-quattro giorni: preferibilmente un Conte ter, ma, se necessario, anche un’altra opzione.

Però c’è anche la dimensione della «matassa», cioè del garbuglio inestricabile, delle variabili difficili da intercettare e da quantificare. Le incognite interne al Movimento sono almeno tre. La prima: se Giuseppe Conte saltasse, sarebbe in grado di indurre al sacrificio, a una missione da kamikaze, alcuni parlamentari, convincendoli a non sostenere altre soluzioni? La seconda: se, nel passaggio dal vecchio al nuovo governo, saltassero, com’è inevitabile, alcuni ministri e sottosegretari grillini, sarebbero capaci di metabolizzare il mal di pancia, oppure riuscirebbero a organizzare una fronda pesante in termini di numeri? La terza: circolano ancora leggende metropolitane su un ridotto ma non irrilevante drappello di senatori grillini ipoteticamente pronti a bussare alle porte del centrodestra: esistono, e, se sì, quanti sono?

E infine arriva la «madrassa», sarcastico riferimento alle componenti dei pasdaran, dei duri e puri, dei grillini fondamentalisti vicini alle posizioni di Alessandro Di Battista. Se davvero ci fosse una ricomposizione del Movimento con l’odiatissimo Matteo Renzi, Dibba se ne andrebbe o no? E soprattutto, sarebbe o no in grado di convincere una pattuglia di senatori a sfilarsi? Dibba, l’altra sera, aveva sibilato un minaccioso «arrivederci e grazie», che poi ha un po’ sfumato nelle ore successive («Non faccio scissioni e non mi metto a creare correnti», ha corretto). Combattiva anche la postura di Nicola Morra («Incomprensibile riaprire a Renzi, valuterò se restare) e di Barbara Lezzi, quest’ultima desiderosa di far esprimere in qualche modo gli attivisti sul cambio di linea pro Renzi.

Attenzione, perché i numeri al Senato restano ballerini, sulla carta: se si sommano i 92 M5s, i 35 del Pd, gli 8 delle Autonomie, i 18 renziani, e 10 del Maie, si arriva a 163, a cui potrebbe aggiungersi alla spicciolata qualche senatore del Misto. Ma se per caso, tra fronde e scissioni, emergessero 8-10 dissensi, i numeri tornerebbero a farsi fragili.

Non a caso, e questa è una realtà sfuggita a molti, se si eccettuano gli spazi televisivi blindati (interviste comode, dichiarazioni nei tg), i grillini da quasi tre settimane faticano ad accettare confronti tv insidiosi: segno di un imbarazzo palpabile, di una crescente difficoltà a spiegare ciò che è sempre meno spiegabile.

Comunque, ieri alle 16 una folta delegazione grillina guidata da Vito Crimi, e composta dai capigruppo parlamentari e dai loro vice, ha varcato le porte di Montecitorio per incontrare l’esploratore Roberto Fico. Al termine, Crimi ha detto sia cose scontate sia una cosa provocatoria verso i renziani. Scontato, l’endorsement senza subordinate a favore di Conte: «Abbiamo ribadito che la scelta del presidente Conte è per noi indiscutibile». Altrettanto scontata la richiesta di un cronoprogramma: «Abbiamo posto un’esigenza: che si lavori a un cronoprogramma dettagliato che dia un’indicazione certa, un percorso che dovrà essere solennemente e pubblicamente sottoscritto da tutte le forze politiche». Prevedibile anche il richiamo ai mitici tavoli tematici della vecchia maggioranza giallorossa: «Vorremmo partire dall’agenda 2021-2023, quella bozza di lavoro che è il frutto del tavolo avviato dal presidente Conte sulle misure economiche e sociali per il periodo post pandemico: un lavoro che ha visto coinvolte tutte le forze di maggioranza», attività a cui Crimi ha collegato anche le riforme istituzionali («una necessaria cornice di leggi intorno al taglio dei parlamentari»). Infine, l’argomento più sexy per i peones grillini: «Questo governo ha 24 mesi di prospettiva», ha scandito.

Poco prima, però, è arrivata la provocazione verso Renzi: «Abbiamo chiesto che siano accantonati alcuni temi provocatori, divisivi, penso alla questione del Mes. Crimi ha parlato di «indiscutibilità»: «Non c’è una maggioranza su questo. Quei temi vengano tolti dall’agenda».

E a Renzi, mai citato, i grillini hanno concesso il minimo sindacale dell’apertura: «Abbiamo ribadito che siamo pronti ad affrontare questa sfida con tutte le forze che hanno composto la maggioranza». Poi, gran fuga della delegazione, senza accettare le domande dei giornalisti.

Da segnalare infine un certo attivismo dell’ala sinistra del Movimento, quella più vicina a Fico: insofferenza verso i potenziali dissidenti, e nessun problema a siglare un’intesa pure con Italia viva.


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