Draghi è stato contagiato da Speranza
  • Il leader leghista fiuta la resa e anticipa la conferenza del presidente chiedendo di «riaprire dal 7 aprile». La vera partita si giocherà nel Cdm: «Noi siamo per il ritorno alla vita». E Massimo Garavaglia pressa sul turismo.
  • Il premier si piega alla linea dura di Roberto Speranza e lascia il Paese chiuso per tutto aprile. Celandosi dietro la «cabina di regia».
  • Dopo Pasqua i più grandi non torneranno in classe. Ignorati gli studi e i sit in dei genitori.

Lo speciale contiene tre articoli.

«È impensabile tenere chiusa l’Italia per tutto aprile». La scena non è nuova. C’è un premier che spinge per blindare la porta e c’è un leader che ha messo il piede nello stipite per impedirglielo. È Matteo Salvini che, pur in un contesto generale completamente diverso dall’annus horribilis di Giuseppe Conte, si trova a sostenere la stessa parte in commedia mentre Mario Draghi fa catenaccio. E come si dice nel calcio, parcheggia il pullman sulla linea di porta con buona pace del lirico «ritorno alla vita». La risposta del presidente arriva quasi subito: «Le misure sono pensabili o impensabili solo in base ai dati che vediamo».

Le nuove zone rosso-arancioni anche dopo il 7 aprile sono una mazzata sociale. L’ipotesi di eliminazione a tradimento del giallo con un mese di divieti fino al 30 aprile, come chiedono i ministri della sinistra chiusurista, è un guanto di sfida politico. L’unica concessione (scuole elementari aperte) non fa altro che riallineare il Draghi 1 al Conte 2. È l’uovo partorito dalla cabina di regia, il direttorio voluto dal presidente Sergio Mattarella da cui tutto discende, e composto dalla formazione Draghi, Speranza, Franco, Giorgetti, Patuanelli, Franceschini, Gelmini, Bonetti, Bianchi, Garofoli (sottosegretario), Brusaferro e Locatelli (Cts). Una squadra alla quale si chiede di osare qualcosa in più rispetto al catenaccio trapattoniano che in un anno ha prodotto 100.000 morti, il crollo dell’economia e la desertificazione delle aree commerciali.

I provvedimenti draconiani verranno portati in Consiglio dei ministri, poi in Aula con un decreto legge a metà della prossima settimana. All’orizzonte si profila un prevedibile scontro politico. La Lega non può accettare che fin d’ora si metta il Paese agli arresti domiciliari per un altro mese. Salvini aveva fiutato la trappola e in mattinata era uscito allo scoperto: «Nel nome del buonsenso che contraddistingue il premier, e soprattutto dei dati medici e scientifici, chiediamo che dal 7 aprile, almeno nelle Regioni e nelle città con situazione sanitaria sotto controllo, si riaprano (ovviamente in sicurezza) le attività chiuse. E si ritorni alla vita a partire da ristoranti, teatri, palestre, cinema, bar, oratori, negozi».

Obiezione respinta. Per tutta la durata della cabina di regia Salvini si è tenuto in contatto con Giancarlo Giorgetti , che ha provato a scardinare «la linea del terrore» di Roberto Speranza e Dario Franceschini, due ministri che insieme rappresentano meno del 20% degli elettori. L’idea di blindare l’Italia fino a maggio viene definita pazzesca dentro la Lega: «È completamente folle dare per scontato fin da ora che le chiusure proseguiranno sino alla fine del mese prossimo come vorrebbero Speranza e Franceschini. Così si fa solo del terrorismo psicologico».

Dal primo partito del centrodestra arriva anche un’apertura di credito nei confronti del premier perché l’approccio di lotta e di governo – tattica bossiana vincente – è rimasto nel dna. Fonti interne definiscono «apprezzabile quanto sostenuto da Draghi in conferenza stampa, quando ha detto che sarebbe desiderabile avviare alcune riaperture. La stella polare sono i dati, e proprio perché variano di giorno in giorno è impensabile dire già da ora che non si potranno alleggerire le restrizioni più avanti. Se si chiude con tanti contagi e gli ospedali in sofferenza, si dovrà riaprire con pochi contagi e gli ospedali a posto. Salute e lavoro non sono nemici».

La frase cardine della giornata del chiavistello è ancora di Salvini: «Qualunque proposta in Consiglio dei ministri e in Parlamento avrà l’ok della Lega solo se prevederà un graduale e sicuro ritorno alla vita». Qui si parla di voti e di strategie, è in corso la prima vera partita a scacchi nella maggioranza. Di più, fra il premier e la Lega. È il primo strappo, anche se solo verbale, rispetto all’allineamento militare dietro la Draghi way of life. Salvini sta marcando una differenza forte rispetto agli altri componenti del governo istituzionale, si intesta la leadership dell’ala aperturista proseguendo su una linea di coerenza rispetto al passato.

Il botta e risposta, l’appuntamento in Aula, la richiesta di non imporre chiusure preventive senza dati freschi sono propri di una dialettica che segna il ritorno della politica. Finalmente. Draghi ha spazzato via l’ipocrisia (e poco altro, per ora). È la differenza sostanziale rispetto al Ceausescu style di Conte, che a ogni obiezione mandava avanti i corvi del Cts e rispondeva con il mantra: «Ce lo dice la scienza». Poiché nell’anno pandemico la scienza ha detto tutto e il suo contrario, bentornata politica. Oggi torna a pesare con le responsabilità dei singoli partiti all’interno di una maggioranza composita.

La Settimana santa sarà anche la più lunga, con Salvini che tiene il piedone nello stipite e Speranza (sempre più smunto, sempre più affranto) che vorrebbe nascondersi in cantina fino al giorno del giudizio. È l’uomo dell’inverno sanitario, per lui la politica è una zona rossa permanente e si esaurisce nel counter dei contagi. Dovrà difendere in Parlamento le restrizioni e quell’idea sinistra di imporle fino a maggio, ma è probabile che il premier trovi una soluzione mediana.

Speranza è l’opposto di Massimo Garavaglia, ministro del Turismo leghista, già proiettato sull’estate: «Da aprile vorrei vedere aperto, tutti gialli in estate. Non c’è motivo di pensare a qualcosa di diverso». Draghi risponde anche a lui, ottimista che non è altro: «Se potessi andare in vacanza prenoterei anch’io quelle estive». Lo penseremo guardando un tramonto sul mare, andrà bene anche così.


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