- Carlo Cottarelli potrebbe ripartire dal vecchio progetto di spending review, abortito dopo le dimissioni di Enrico Letta: meno trasferimenti, blocco delle rivalutazioni pensionistiche e decine di migliaia di esuberi fra gli statali. In bilico gli sconti fiscali, come dice il Fmi.
- Fari accesi anche sulle 350 nomine: a breve scadranno i vertici di Rai, Cdp e del Tesoro, coinvolto nel dossier Alitalia. Il premier avrà mano libera.
Lo speciale contiene due articoli
Carlo Cottarelli ha una passione molto diffusa in via XX Settembre: gioca a tennis, spesso con Pier Carlo Padoan. È uno sport che richiede costanza e applicazione, così come metodo. Lo stesso che l’ex uomo del Fondo monetario internazionale ha dedicato alla stesura del piano di spending review quando fu chiamato da Enrico Letta nel ruolo di mister Mani di forbice.
Il suo programma di tagli verticali è stato interrotto da Matteo Renzi poche settimane dopo la defenestrazione di Letta. La mossa di Sergio Mattarella ci riporta indietro nel tempo, esattamente a quando Mario Monti passò il testimone. C’è dunque da aspettarsi che Cottarelli riprenda in mano la penna e le forbici esattamente dove le aveva lasciate. Il suo piano di spending review prevedeva una operazione di dimagrimento da 34 miliardi in tre anni con interventi sui centri d’acquisto e sull’efficientamento diretto degli appalti pubblici, la riduzione dei trasferimenti a imprese e famiglie e tagli al trasporto pubblico locale.
Un punto che all’epoca fece molto scalpore era rappresentato dalle pensioni, che vedrebbero una stretta sugli assegni di accompagnamento e contro gli abusi delle invalidità. Tra le ipotesi in campo c’era anche un nuovo blocco dell’indicizzazione degli assegni previdenziali, una stretta sulle pensioni di guerra e su quelle di reversibilità. Senza dimenticare che nelle pagine finali del programma Cottarelli inserì anche una valutazione ben precisa sul lavoro dei dipendenti pubblici. Stimò che ben 85.000 erano di troppo, salvo poi precisare che si trattava di un «prima stima da affinare» senza però negare la valutazione di fondo. Tant’è che lo staff del Mef dedicato alla spending review confermò un numero di esuberi pari a 24.000 unità. Sempre tanti.
Nonostante ci sia da scommettere che Cottarelli nei prossimi mesi avrà grande libertà d’azione, dovendo rispondere soltanto a Mattarella, è più logico pensare che l’intero piano di tagli non possa andare in porto. A maggior ragione la stagione dei déjà vu ci riporta a quelle stesse clausole di compensazione immaginate al momento del passaggio della campanella tra Letta e Renzi.
Il comma 430 della prima legge di Stabilità targata Rottamatore disponeva anche però che «entro il 15 gennaio 2015 vengano disposte variazioni delle aliquote di imposta e riduzioni delle agevolazioni e delle detrazioni vigenti tali da assicurare maggiori entrate pari a 3 miliardi di euro per il 2015, 7 miliardi per il 2016 e 10 miliardi per il 2017, qualora entro il primo gennaio 2015 non siano approvati provvedimenti normativi che assicurino, in tutto o in parte, i predetti importi attraverso il conseguimento di maggiori entrate ovvero di minori spese mediante misure di razionalizzazione e revisione della spesa».
In pratica, quando il governo Letta decise di evitare il taglio delle detrazioni fiscali previsto dalla manovra 2014 approvata da Mario Monti, decise anche di trovarne copertura nella spending review. Ora Cottarelli potrebbe applicare la doppia opzione. Una parte di tagli e una parte di nuove tasse, ovvero l’applicazione di un piano di potatura delle circa 400 detrazioni fiscali in essere, un progetto che giace in Parlamento almeno dal 2011. E che a gennaio del 2014 fu sponsorizzato addirittura dal Fmi. «I passi che potrebbero essere considerati in Italia per migliorare il sistema includono», si leggeva nel working paper, «un sistema fiscale più semplice che riduca i costi che sarebbe un beneficio», e la «revisione regolare e sistematica di tutte le detrazioni, come accade per le regolari spese del governo». Ma anche il fatto che le autorità «dovrebbero considerare clausole di scadenza» per le detrazioni, soprattutto quelle a beneficio di particolari gruppi: «Ogni estensione delle esistenti detrazioni, o la garanzia di nuove, dovrebbe essere possibile solo nell’ambito del processo annuale di budget».
Le detrazioni valgono 160 miliardi all’anno. Circa la metà riguardano l’Irpef e sono difficilmente modificabili, l’altra metà tocca famiglie e imprese e qui si può intervenire come nel burro.
Dal momento che il premier incaricato ha più volte escluso di ricorrere al deficit non restano tante scelte se non tasse e/o tagli. «Sforbiciare le tasse in deficit nel caso migliore equivale a prendere una droga con una botta di crescita momentanea di breve termine e un successivo ritorno della crescita al livello precedente o anche uno più basso», commentava, il 9 marzo scorso, l’ex commissario la proposta di ridurre le aliquote fiscali con la flat tax del leader della Lega. «Non solo», aggiungeva, «ma il taglio delle tasse non fa ridurre il debito e anzi crea il deficit. Purtroppo non funziona così altrimenti sarebbe molto facile».
Resta solo un tassello da riempire, ed è la risposta a una domanda semplice. Chi scriverà la prossima Finanziaria? Se si voterà a ottobre non ci saranno i tempi tecnici perché a redigerla sia un nuovo governo salvo il rischio di sconfinare nell’esercizio provvisorio e quindi far scattare l’aumento dell’Iva. Mattarella invocherà la necessità di chiudere la manovra con la nota integrativa del Def e quindi a firmare sarà Cottarelli.
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