• Il leader azzurro prova a rassicurare il Carroccio dopo l’uscita aperturista sui dem: «Ho solo detto di prendere i voti in Parlamento». Fattore «stallo» sempre più cruciale per i sondaggi: Forza Italia perde un punto.
  • Senza una rottura formale tra i due alleati di centrodestra, il Colle è orientato a dare l’incarico esplorativo a Roberto Fico. Obiettivo: sondare l’intesa tra Movimento 5 stelle e Partito democratico.
  • Luigi Di Maio vuole Palazzo Chigi a ogni costo, ma la base sta con il presidente della Camera e Alessandro Di Battista: cambiamo uomo e andiamo al governo. Luigi vuole il leader lumbard («Con lui si può fare un buon lavoro»), ma lancia l’amo pure alla sinistra.
  • Il segretario reggente dem Maurizio Martina si mostra cauto in attesa delle decisioni di Matteo Renzi, mentre il sindaco di Milano Beppe Sala apre ai 5 stelle.

Lo speciale contiene quattro articoli.

«Un colpo a Di Maio e uno alla botte; il Cavaliere deve decidere se mangiarla al burro o al sugo». La pancia della Lega evoca una metafora culinaria per fotografare la dialettica nel centrodestra nell’ultimo weekend di ricreazione concesso da Sergio Mattarella e commentare l’ennesima manovra di riavvicinamento alle posizioni care a Matteo Salvini.

Così ieri Silvio Berlusconi a Campobasso ha provato a rimettere l’alleanza al centro del villaggio: «Lo stato di salute del centrodestra? Tutto bene. Ho parlato con Giancarlo Giorgetti e siamo sempre assolutamente convinti che dobbiamo fare un governo: il centrodestra è unito e Salvini è la persona che deve esprimere il leader». Poi ha rassicurato i leghisti escludendo di avere un filo diretto con il Pd. «Non ho mai detto di voler fare un governo coi voti del Pd. Non c’è nessun contatto in atto con il Pd. Ho solo detto che avremmo dovuto presentarci in Parlamento con il nostro programma e raccogliere i voti di tutti coloro che non ritenessero cosa buona per l’Italia e per loro andare a nuove elezioni».

Il riposizionamento di Berlusconi, considerato molto positivo dalla Lega, è anche determinato dall’effetto dei numeri, che sempre sono tenuti in gran conto dal leader di Forza Italia. Dopo un mese di tira-e-molla, di appoggio esterno nei giorni dispari e di strizzatine d’occhio ai dem, ha notato che il consenso degli italiani sta calando (-1% nei sondaggi per il partito rispetto al 14% di partenza). Chi litiga è bocciato: così sintetizza Nando Pagnoncelli nell’ultima rilevazione Ipsos, accomunando al Cavaliere anche Luigi Di Maio, che con la sua muraglia cinese di veti ha perso cinque punti di gradimento (da 49 al 43) a vantaggio di Salvini, premiato per il ruolo di tessitore (da 43 a 44). Ma il numero uno del Carroccio non si gode il risultato. Guarda avanti e vede nuvole nere: la sabbia nella clessidra si sta esaurendo. Così ha detto ai suoi nell’ultima riunione al vertice: «Gli italiani hanno premiato alle elezioni noi e i 5 stelle perché rappresentiamo la novità e la diversità dagli altri, ma ancora una settimana di questa solfa e ci metteranno tutti nello stesso mazzo. Entreremo nella banda di quelli che non fanno».

Un’accelerazione nel formare il governo, a costo di andare in Parlamento a cercare i voti di chi si riconosce nel programma di centrodestra, è anche l’auspicio che arriva dal summit di Trieste, dove due governatori pesanti come Giovanni Toti (Liguria) e Luca Zaia (Veneto) dicono cose che si somigliano. Toti: «Al di là della giornata tesa di ieri credo che i veti li abbiano sempre posti i 5 stelle; non sono mai arrivati dal centrodestra, che è disponibile a dialogare apertamente. Mi auguro che per una volta vogliano scendere dalla torre in cui si sono chiusi e vogliano confrontarsi con i reali problemi del Paese». Zaia: «Salvini e la Lega hanno dimostrato una condotta ineccepibile. Non ci siamo prestati a polemiche, non ci siamo prestati a provocazioni perché noi abbiamo un solo obiettivo: rispettare i patti con i cittadini e fare in modo che si metta in piedi un governo che vada realmente a governare». Sulle possibili elezioni in fondo al turbolento orizzonte il leghista è lapidario: «Non incontro in giro gente che abbia voglia di andare a votare. Quindi si faccia un governo e lo si faccia rispettoso del risultato delle urne».

Sull’ipotesi voto anticipato sta calando il deterrente supremo: il primo cedolino dello stipendio in arrivo il 27 aprile a tutti i parlamentari. «Siamo umani e andare in Parlamento è come vincere al Superenalotto», sibila un vecchio deputato di Forza Italia. Conta sul fatto che il 65% dei neoparlamentari è alla prima esperienza e non ha mai visto 14.000 euro tutti insieme per 30 giorni di lavoro. È sicuro che dal 28 mattina nessuno, tantomeno i grillini, avrà voglia di tornare alle urne e rinunciare al bengodi (tutto o a metà, a seconda degli accordi interni).

Nel centrodestra il weekend è stato il benvenuto, le acque si stanno calmando (anche se forse solo in superficie) e tutti sembrano pronti ad ascoltare il capo dello Stato. Berlusconi si è messo il cuore in pace: dopo la sentenza sulla trattativa Stato-mafia, l’accordo con i grillini non si farà. Di Maio aveva bisogno di una manina amica che lo aiutasse a tenere lontano il Cavaliere e l’ha ottenuta (come spesso è avvenuto in passato) dai giudici. In questo contesto in movimento, irromperanno i risultati delle elezioni regionali. In Molise, dove si vota oggi, centrodestra e 5 stelle vanno verso un testa a testa, con il Pd a picco. In Friuli Venezia Giulia si prevede invece una valanga della Lega, con il candidato Massimiliano Fedriga in grado perfino di far saltare il banco al primo turno.

Ma emergono le prime tensioni a livello locale. A Mantova la coordinatrice provinciale di Fi, Anna Lisa Baroni, è stata contestata da un gruppo di militanti vicini all’ex candidato alle regionali, Michele Falcone. Il tema era l’esito delle elezioni del 4 marzo.

L’avanzata leghista è una gran bella notizia per la Lega e pessima per Bruxelles, che sta spingendo nei confronti dell’establishment italiano per impedire un governo con Salvini in posizione preminente (premier o ministro-chiave). Le uscite a favore di Vladimir Putin e critiche alla politica di Washington in Siria hanno irrigidito gli euroburocrati. Il presidente della Repubblica sa tutto e potrebbe inventarsi un incarico di rottura, per esempio a Roberto Fico, che piace al Pd ma è inviso allo stesso Di Maio. Mangiarla al burro o al sugo? Sono in tanti ad essere travolti da angosce culinarie, non solo il Cavaliere elettrico.

Giorgio Gandola



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