- Per tutta la giornata, mentre Nicola Zingaretti mette la firma su un patto suicida per il Pd, il Bullo rimarca il proprio ruolo per evitare le elezioni e lancia un segnale: questo esecutivo durerà finché servirà a lui.
- Carlo Calenda rassegna le dimissioni dalla direzione del Partito democratico. Anche Matteo Richetti si iscrive al gruppo degli scontenti: «Voto contro, è un’invocazione a ragionare».
Lo speciale contiene due articoli.
Alla fine ha ceduto. Nicola Zingaretti esce politicamente sconfitto dalla crisi di Ferragosto. La sua linea, che ha sempre chiesto una forte discontinuità nella formazione di un governo con il M5s, è naufragata nel corso della direzione Pd di ieri, quando il segretario dem ha alla fine ritirato il proprio veto sulla premiership di Giuseppe Conte. «Oggi, dopo la stagione consumata con la crisi voluta dalla Lega, Conte sarà il candidato presidente indicato dai 5 stelle per la guida di un governo fondato su un impianto e un programma diversi», ha spiegato nella relazione. «Noi riconosciamo in questa scelta l’autonoma decisione del partito di maggioranza relativa in questa legislatura. Con questa volontà il M5s, ed è legittimo, rivendica la presidenza del governo. Ha rifiutato altre ipotesi». «Noi abbiamo accettato», ha anche spiegato, «il peso della responsabilità nei confronti del Paese. Chiederemo una discontinuità. Potevamo scegliere diversamente? Forse. A partire dalla figura del premier. Ma abbiamo deciso di aprire alla scelta di Conte perché così ha deciso il M5s». Una disponibilità formalizzata, ieri pomeriggio, davanti al capo dello Stato, durante le consultazioni al Quirinale.
La Waterloo del segretario dem è tutta riassunta nelle sue parole che, nello stesso momento in cui accettano Conte, continuano a invocare una discontinuità con il passato. Un paradosso che evidenzia la totale sconfitta della linea di Zingaretti. Ma per lui i problemi non finiscono qui. Perché anche su un altro punto potrebbe essere ben presto costretto a cedere. Ieri, il segretario ha infatti ribadito che, nella formazione del nuovo governo, occorra «una visione condivisa» perché «solo così sarà possibile parlare di un governo di legislatura». Peccato per lui che un governo di legislatura non sembri costituire esattamente l’obiettivo a cui punta il vero dominus del Pd, Matteo Renzi. Proprio ieri, mentre stavano per iniziare le consultazioni, il senatore fiorentino se n’è infatti uscito sibillinamente con un post su Facebook. «Quando si forma un governo», ha scritto, «è normale che si affaccino ambizioni, richieste, desideri. Ma questo governo nasce sulla base di un’emergenza: evitare che le tasse salgano e che l’Italia vada in recessione. È un atto di servizio al Paese, innanzitutto. Per questo invito tutti a mettere da parte le ambizioni personali e dare una mano per il bene comune». Una linea sostanzialmente ribadita in serata, quando Renzi – intervenendo a Radio 1 – ha scaricato innanzitutto la responsabilità della crisi su Matteo Salvini, per poi parlare di fatto come capo del Pd. «A me dare la fiducia a un governo del quale faranno parte esponenti dei 5 stelle costa», ha affermato, difendendo comunque a spada tratta il suo sostegno alla nuova maggioranza. «Se fossimo andati a elezioni in estate avremmo avuto l’Italia in ginocchio per la recessione. […] L’Italia è totalmente out dalla discussione politica europea». Alle accuse che il nuovo governo possa esser nato da una manovra di Bruxelles, ha invece replicato: «Meglio una manovra europea che un finanziamento russo». Ora, senza voler fare delle dietrologie, appare chiaro che – da un punto di vista logico – «governo di legislatura» e «governo di emergenza» siano due concetti abbastanza diversi: quantomeno per la prospettiva della loro durata.
Siccome la saggezza andreottiana ci insegna che a pensar male si farà anche peccato ma spesso ci si azzecca, le parole di Renzi potrebbero in realtà evidenziare quello che è ormai il proverbiale segreto di Pulcinella. E cioè che il senatore non solo si è riservato il diritto di dare origine alla nuova maggioranza, scavalcando di fatto Zingaretti nel suo ruolo di segretario. Ma anche – e soprattutto – che ha tutta l’intenzione di continuare a dare lui stesso le carte in futuro. Renzi, in parole povere, sta probabilmente ribadendo che il governo giallorosso sia una sua creatura. E che, come ha deciso lui sulla sua nascita, così deciderà anche sulla sua (prevedibilmente) prematura fine. Una fine che, magari, sarà pronto a decretare non appena riuscirà a costituire la sua forza centrista, per abbandonare un Pd ormai al naufragio.
Perché, alla fine, il problema è proprio questo. La crisi di Ferragosto rappresentava un’ottima occasione per Zingaretti. Il segretario dem aveva infatti tutto l’interesse ad andare a elezioni anticipate: una soluzione che gli avrebbe consentito di mettere i renziani all’angolo e di assumere saldamente le redini del partito. Senza considerare che, con il Movimento 5 stelle in fase calante, il Pd avrebbe potuto approfittarne per sottrargli preziosi consensi alle urne. Tuttavia l’improvvisa apertura di Renzi ai grillini ha destabilizzato la situazione. Davanti al senatore di Rignano che si comportava come un segretario de facto, Zingaretti aveva due possibilità: o rimettere Renzi al suo posto e proseguire sulla strada del voto anticipato o cercare di trovare un compromesso con il suo rivale interno. Ha scelto la seconda via. E si è ritrovato progressivamente fagocitato. Fino all’epilogo di ieri. Probabilmente lo ha fatto per evitare fratture nel partito. Ma agendo così, ha dato l’ok a una maggioranza totalmente innaturale di cui gli elettori si ricorderanno. Consegnando il partito a Renzi. Il quale non aspetta altro che liquidarlo. Del resto, come sosteneva Benjamin Disraeli, il successo è figlio dell’audacia.
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