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Nel riquadro, il trapper Baby Gang nel video girato in Iraq (Ansa)

Lecco-Milano-Iraq e ritorno (dietro le sbarre). È una delle sortite di cui il trapper marocchino nato in Lombardia Baby Gang, al secolo Zaccaria Mouhib, si è reso protagonista. La notizia di queste ore arriva dalle stanze del tribunale di Lecco.

Il gip Gianluca Piantadosi ha detto «no» alla richiesta dei legali del venticinquenne di concedergli i domiciliari con braccialetto elettronico in una comunità terapeutica. Motivo? Per il giudice, il trapper non sarebbe soltanto una figura irrequieta da tenere d’occhio lungo le sponde del Lario, ma un ingranaggio all’interno di una «rete criminale di livello internazionale».

«Rete criminale internazionale»: il giudice ricostruisce la trasferta in Iraq

Un’infrastruttura sommersa, dipinta con toni quasi cinematografici nelle carte, capace perfino – è l’annotazione che fa scalpore – di scortarlo «fino in Iraq» per cimentarsi nell’esercizio di «sparare con bazooka e altre armi da guerra». Un profilo di pericolosità esibito sui social, condito dall’attrazione di una cerchia di fedelissimi disposta a tutto («fino alla morte», chiosa l’ordinanza), pur di spalleggiarlo.

Nelle lunghe pagine del provvedimento, il giudice descrive come nel maggio del 2025 il giovane si sia recato in Iraq violando le misure di sorveglianza speciale a cui era sottoposto: lì si sarebbe fatto riprendere, armi da guerra in pugno.

Armi da guerra e videoclip: la difesa contesta i legami paramilitari

A suffragio di ciò ci sarebbero alcune intercettazioni. La difesa, guidata dall’avvocato Niccolò Vecchioni, ha impugnato la decisone del gip davanti al tribunale del Riesame: quell’incursione irachena non mostrerebbe contiguità con cellule paramilitari, sostiene il legale, bensì una trasferta dai contorni quasi parossistici per girare un videoclip musicale, spinta dall’ossessione artistica del giovane trapper.

Gli avvocati insistono sulla «doppia diagnosi» che affliggerebbe il ragazzo: disturbi psichiatrici complessi, intessuti a una cronica dipendenza da sostanze stupefacenti. Ma il suo curriculum è un florilegio di note musicali affiancate da note penali.

Per riannodare i fili bisogna tornare allo scorso marzo, quando per Zaccaria Mouhib scattano le manette nell’ambito di un’inchiesta della Procura lecchese per detenzione illegale di armi e accuse di maltrattamenti alla fidanzata. A quest’ultima avrebbe rotto il setto nasale, obbligandola a una serie di vessazioni.

Lui nega gli addebiti: «Non sono un santo, ma questo non significa che sia colpevole». Tuttavia la sua passione per le armi da fuoco, magari con matricola abrasa, gli sarebbe costata caro: un anno fa fu pizzicato in flagranza in un hotel di Milano.

Pistola, Kalashnikov e sparatoria: i precedenti del trapper

Deteneva illegalmente una pistola. Assieme al collega Simba La Rue, tunisino di origine, avrebbe poi girato alcuni video musicali imbracciando un AK47. Pare che il fucile fosse stato trovato dai carabinieri della Compagnia di Lecco a casa di alcuni membri di una famiglia di origine macedone in un’inchiesta iniziata nel gennaio 2024.

Sarebbe proprio il Kalashnikov esibito nei video musicali. Già nel 2022, sempre con la complicità del sodale La Rue, è incappato in una condanna in appello a due anni e nove mesi di reclusione per una sparatoria in via Tocqueville a Milano, in cui rimasero feriti alcuni giovani di origine senegalese.

Ci sarebbero poi a suo carico precedenti per rapina, rissa, ammissioni di colpa mai seguite da cambiamenti e, sostengono i carabinieri, una certa qual spregiudicatezza nell’aggirare le misure preventive.

Dai reati al successo su Spotify: la parabola di Baby Gang

Ma la sua vicenda non è solo giudiziaria: nel 2025 Baby Gang è stato l’artista italiano col maggior numero di ascoltatori mensili su Spotify (8,2 milioni), tutti giovanissimi. Oltre a vantare contratti ben pagati con major musicali.

È come se abbinasse i reati alla sintassi della street cred (la credibilità musicale di strada), che vive dell’esibizione del reato stesso per accrescere il proprio prestigio simbolico. Dal palco alla galera per vellicare l’algoritmo di Tik Tok. Il globalismo è anche quella cosa lì.

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