Giuseppe Conte sarà uno degli alleati di Mario Draghi, o la sua principale spina nel fianco come fu nel 1998 per Romano Prodi Massimo D’Alema, quando il Professore – in pieno dramma da tradimento – arrivò a gridare un indimenticabile «NoNono!» da un balcone di Bologna?
Questo interrogativo ieri alimentava la giornata di Giuseppe Conte, colorandola con un piccolo giallo: quello secondo cui Draghi avrebbe iniziato il suo lavoro da premier incaricato con un colpo di scena, formulando una proposta a sorpresa al premier in carica. Quella di fare il vice nel suo futuro governo. Possibile? La notizia precipita nel pomeriggio sugli eserciti di Pd e M5s in riunione permanente. L’enigma si risolve dopo un comunicato ufficiale di Rocco Casalino che nega ogni arruolamento, ma (come vedremo tra poco) pesa nelle strategie del M5s e della maggioranza de Pd.
La giornata politica dei «guerriglieri giallorossi» del Movimento contro il governo tecnico, la resistenza dei «contiani» nel giorno primo dell’Era Draghi, comincia con questi interrogativi nella notte, e termina con smentita di Casalino, dopo essere stata attraversata da riti, calcoli, proiezioni sull’entità degli schieramenti. La speranza di Matteo Renzi, nel giorno dell’incarico a Draghi, era che il Movimento 5 Stelle si sarebbe spaccato sul nome del governatore. E siccome il dubbio balla in queste ore in ogni quartier generale, gli occhi dei contiani e degli anticontiani erano puntati su Luigi Di Maio, immaginato come possibile leader di una fronda capace di traghettare un pezzo consistente del Movimento, raccolta intorno a un leader credibile, sulla posizione del sostegno all’ex governatore della Bce. All’estremo opposto dello schieramento interno c’era la posizione di Alessandro Di Battista, il primo a dar fuoco alle polveri contro l’ex governatore della Bce. Di Battista spiega di prima mattina perché la posizione del Movimento non può essere che un No. Ma poi sono «riformisti» e la pattuglia del governo a scendere in campo con altrettanta nettezza: il governo tecnico, il «commissariamento» annunciato dal Quirinale, diventano parole d’ordine dardeggianti e benzina sul fuoco. E i primi a intestarsi questa battaglia sono proprio i più istituzionali: Stefano Patuanelli, Lucia Azzolina, il sottosegretario alla Presidenza Riccardo Fraccaro.
Il ragionamento che anima questo gruppo importante della delegazione di governo, e lo compatta intorno a Crimi, come mi sussurra un ex ministro, è: «Noi non ci faremo umiliare. Passa il tempo, si avvicina la discussione nei gruppi, Luigi Di Maio non parla ed entra nel silenzio radar. Vera o no la proposta, Conte può contare sulla maggioranza del M5s e sulla maggioranza del Pd. Non era scontato, e questo lo rafforza nel braccio di ferro che lo attende. Intanto “la linea Bettini-Zingaretti” diventa la linea del Pd. E condizionare il si a uno che dice no, e come dire un no più elegante. Una mossa speculare a quella di Giorgia Meloni, che condiziona la sua astensione al fatto che tutto il centrodestra convergenza. Ma Draghi trova un muro a destra e uno a sinistra, è la grande domanda del pomeriggio, chi lo deve votare questo governo tecnico? Il dibattito nei gruppi del M5s, per questo motivo si svolge in codice: non c’è bisogno di dire «Draghi si-Draghi no», basta dire «no al governo tecnico», e il 90% degli intervenuti converge su questa linea.
Il capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci, twitta «modello Ciampi»: allude alla possibilità di un governo con politici e tecnici, come fu nel 1993. Gli insorti esultano. Quando poi l’agenzia batte la notizia della presunta offerta a Conte di una poltrona da ministro, da un lato sembra la conferma che può venire meno quello che viene considerato il più inaccettabile palettò di Mattarella (nessun politico nel governo), dall’altro potrebbe essere l’inizio di un cedimento. In meno di mezz’ora arriva la smentita di Casalino, durissima: «Le notizie che stanno trapelando in queste ore sul colloquio tra Giuseppe Conte e Mario Draghi sono totalmente inventate. In particolare – dice Casalino – è destituita di fondamento l’indiscrezione secondo cui nel corso dell’incontro si sarebbe parlato di incarichi di governo per il Presidente Conte. Ancora una volta si torna a ribadire che in questa fase tutti i virgolettati e retroscena attribuiti a Giuseppe Conte sono destituiti di fondamento». A leggerla bene è una porta chiusa ma non sbarrata.
La maggioranza del Pd tira un sospiro di sollievo. E alla fine parla anche Di Maio: «Io credo», dice il ministro degli Esteri, «che il punto non sia attaccare o meno Draghi, è un economista di fama internazionale che ha legittimamente e correttamente risposto a un appello del capo dello Stato. Il punto è un altro: la strada da intraprendere a mio avviso è un’altra: ovvero quella di un governo politico». Il che è un cerchio che si chiude per i contiani divisi nei due partiti più importanti della maggioranza: il Pd si sostiene legandosi alla posizione del M5s. Il M5s si rafforza con le prese di posizione di Zingaretti. Il quale incassa, e anche questo non era scontato, l’assenso di Dario Franceschini e persino del capogruppo ex renziano Marcucci. Oggi tutto potrebbe cambiare, ma gli eserciti, dopo la prima battaglia tornano con una certezza: se vuole conquistare queste posizioni, Draghi dovrà fare concesssioni al governo politico. O rischiare di avere gli ex giallorossi contro. E Conte, invece, dovrà fare la scelta più difficile: dare battaglia diventando il leader di M5s e Pd, farsi un suo partito, o tornare a fare l’avvocato.
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