Qualche tempo fa una società di trasporti pubblici in Norvegia ha scelto una grotta sotterranea per condurre alcuni test sui bus elettrici prodotti dal gruppo cinese Yutong. L’obiettivo era verificare se la società produttrice cinese avesse la capacità di controllare a distanza i bus. I risultati sono allarmanti: dal fondo della grotta i bus cinesi hanno cercato ripetutamente di collegarsi ai server in Cina.
«Il produttore dispone di un accesso digitale diretto a ogni singolo autobus per aggiornamenti software e diagnostica», ha spiegato Ruter, la società che gestisce metà del trasporto pubblico norvegese. Sottolineando che il produttore può accedere al sistema di controllo della batteria e dell’alimentazione tramite rete mobile. In teoria, gli autobus «possono essere bloccati o resi inutilizzabili dal produttore.»
L’«invasione» di Xi e della Cina a Oslo
La storia dei bus cinesi in Norvegia mostra la vulnerabilità dell’Ue, malgrado la promessa di rafforzare la propria sicurezza da attori esterni ostili e di proteggere la propria sovranità tecnologica. La minaccia di un «kill switch» – un bottone in grado di spegnere apparecchiature vitali da remoto – non riguarda solo i caccia F-35 o gli altri sistemi di armamento americani. I prodotti di uso quotidiano – dalle telecamere alle lavatrici, dai servizi di emergenza ai macchinari ospedalieri – sono ugualmente vulnerabili.
Nel caso dei bus cinesi in Norvegia, l’elemento vulnerabile sono i moduli IoT (Internet of Things o Internet delle Cose): piccoli componenti elettronici compatti che integrano hardware e software per consentire a un oggetto o a un macchinario di connettersi a una rete wireless e comunicare dati.
La Cina di Xi Jinping ha compiuto la scelta di diventare l’attore dominante del settore dei moduli IoT. La quota dei produttori cinesi fuori dai confini nazionali è salita dal 35% del 2018 a oltre il 60% a livello globale. Nel 2024 la cinese Quectel contava da sola per il 46,6% delle forniture europee.
Dal 2025 Pechino si è data l’obiettivo di fissare gli standard globali dei moduli cellulari IoT. In caso di successo, ciò consentirebbe alla Cina di vincolare il resto del mondo alle sue infrastrutture digitali e di controllare i dispositivi nel resto del mondo.
Questa dipendenza dalla catena di approvvigionamento cinese potrebbe lasciare l’Europa esposta a coercizione economica e a vulnerabilità strategiche simili a quelle osservate nel settore delle terre rare.
La vulnerabilità dell’Europa
Il problema con la Cina, dunque, è ben più profondo della disputa sui deficit commerciali che sta affrontando il commissario Ue Maroš Sefcovic. Lo dimostra un altro caso avvenuto durante un’esercitazione militare sempre in Norvegia.
A causa della carenza di mezzi istituzionali, i soldati di Oslo hanno fatto ricorso ad alcune auto a noleggio di fabbricazione cinese (modelli intelligenti prodotti dal gruppo statale Changan). Solo in un secondo momento la difesa si è accorta che le telecamere e i sensori di queste vetture stavano registrando i movimenti dei soldati, arrivando a filmare e archiviare persino le password e i codici digitali digitati dal personale per superare i checkpoint di massima sicurezza.
Un episodio che solleva un enorme punto di domanda all’interno della Nato sulla vulnerabilità delle infrastrutture civili e sull’uso di tecnologie commerciali cinesi in contesti strategici.
I ritardi dell’Ue sulle politiche industriali e sulla sicurezza hanno da tempo esposto il nostro continente alle intemperie internazionali. Bruxelles deve essere consapevole che, al di là della odierna corsa ai ripari, non sarà per nulla semplice risalire la china.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >