Ursula cela il suo fallimento dietro l’«era delle pandemie» e punta ad avere più poteri
  • Parlando con il Financial Times, il capo della Commissione nasconde la debacle europea sulla profilassi. E usa la paura del futuro per ottenere più accentramento.
  • L’esperto di diritto internazionale Giancarlo Cipolla: «La trasparenza degli accordi non è stata rispettata. Le clausole supinamente accettate dall’Europa sono vessatorie, per cui nulle. Chi ha firmato il patto forse non sapeva cosa stava facendo».

Domenica sera, ancora sotto choc per l’editoriale di Sergio Fabbrini sul Sole 24 Ore – secondo il quale il rallentamento della Commissione nella trattativa sui vaccini «è costato vite umane, anche se ha prodotto vantaggi finanziari» – toccava leggere sul sito del Financial Times un’intervista alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, che annunciava: dobbiamo prepararci a un’«epoca di pandemie». Il tutto servito con la rilassatezza con cui si annunciano le previsioni del tempo.

La von der Leyen, sottoposta a durissime critiche per la gestione delle trattative con le case farmaceutiche anche in Germania e costretta a una pubblica ammenda davanti all’Europarlamento, evidentemente forte della sua esperienza di ministro della Difesa, ritiene che sia sempre preferibile l’attacco. E allora non solo sorvola su quanto accaduto tra giugno e agosto del 2020 – quando lei era impantanata ancora con i leader dei 27 Stati membri mentre il Regno Unito aveva firmato il primo ordine ad Astrazeneca già il 17 maggio – ma rilancia e pretende un’altra possibilità. Dall’alto di non si sa quali evidenze scientifiche, sentenzia che «non ci si potrà permettere di rilassarsi nemmeno quando l’emergenza Covid sarà superata», poiché «stiamo entrando in un’epoca di pandemie e superato il Covid non sarà tutto finito. Il rischio resta presente», e allora sarà necessario attrezzarsi.

La sua soluzione è, in sigla, Hera (autorità per prevenzione e risposta all’emergenza sanitaria). Grazie a questo organismo sarà possibile in futuro reagire in modo più rapido a emergenze come il Covid, combinando ricerca, industria biotech e istituzioni pubbliche. «Dobbiamo rafforzare la scala di produzione dei vaccini», ha poi aggiunto. Intanto, per fronteggiare questa emergenza e la disastrosa performance rispetto alle altre aree economicamente avanzate del pianeta (con Usa e Uk ben oltre il 20% di vaccinati e i Paesi della Ue mestamente intorno al 6%), confida per il prossimo trimestre nel secondo contratto con Biontech-Pfizer e l’autorizzazione del vaccino di Johnson&Johnson.

«Aumentare la scala di produzione non è stato così rapido come credevamo all’inizio», ha sostenuto la von der Leyen, in un estremo tentativo di cercare alibi. Omettendo però di aggiungere che era solo una questione di «capacità decisionale e risorse finanziarie», come onestamente riconosce Fabbrini. Le industrie farmaceutiche del Regno Unito hanno lavorato sull’ampliamento della capacità produttiva sin da febbraio. Erano dei fenomeni? No, avevano solo il committente giusto: Boris Johnson. Anziché un’istituzione come la Commissione, strutturalmente incapace di prendere decisioni rapide e con budget limitato.

La von der Leyen non ha scrupoli nell’agitare il manganello della paura: «Temo molto le mutazioni, se il virus circola nelle nostre immediate vicinanze, è crescente la probabilità di mutazioni e di un loro ritorno in Europa». Stupisce la pervicacia con cui a Bruxelles si rifiuta di riconoscere che la gestione di emergenze di questo tipo richiede un’agilità decisionale e una capacità logistica che un’istituzione come la Ue non potrà mai avere. Anziché ritirarsi in buon ordine, e ammettere che dove serve capillarità di azione il gigante dai piedi di argilla si muove tardi e male, la von der Leyen conosce una sola risposta: più gigantismo. È lo schema logico ricorrente quando a Bruxelles si materializza un fallimento, che viene imputato paradossalmente all’insufficiente somministrazione della (spesso fatale) medicina dell’accentramento di tutte le scelte presso la burocrazia di Palazzo Berlaymont.

Non rifugge da questo schema nemmeno lo stesso Fabbrini, che descrive le difficoltà della Commissione nel mettere insieme le volontà di 27 Stati per poi infine approdare al disastroso risultato di allungare i tempi per ottenere «condizioni economiche più vantaggiose». Un primato di cui vergognarsi, in contropartita della perdita di vite umane, viene lasciato scivolare tra le righe come se nulla fosse. «In situazioni di emergenza, i sistemi di governo multilivello producono tensioni tra i vari livelli, non già cooperazione tra essi», spiega il giornalista del Sole. Che giunge alla scontata conclusione della formazione di una sovranità sanitaria sovranazionale. Si invoca la cessione di sovranità a livello locale proprio in un caso in cui il presidio capillare del territorio è un fattore critico di successo, come dimostrato da Israele e Regno Unito. Il famoso «pennello grande». Quando è un «grande pennello» che serve.

Stesso disco rotto anche a opera di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera di ieri. Parte dal «fallimento clamoroso dell’Europa sui vaccini» e ne individua le cause nell’assenza di flessibilità e reattività e nella consueta complessità burocratica della Ue. «La soluzione non è esautorare l’Europa. È quella opposta». Evidentemente Cazzullo è della stessa idea del comandante Schettino, convinto che la Costa Concordia avrebbe potuto manovrare agilmente tra gli scogli affioranti al largo del Giglio.

E allora ecco che, davanti al naufragio, scatta la mozione degli affetti: «Fare in modo che l’Europa funzioni meglio, resti unita». Sorvolando sull’uso di Europa anziché Ue, non riusciamo a comprendere come sia possibile cavare sangue da una rapa. Ma tant’è.

Quando la Ue sbaglia è perché non ce n’è stata abbastanza. Ce ne vuole sempre di più.


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