Così proveranno a bucare l’ombrello d’Israele
Ansa
  • L’obiettivo dell’Iran è lanciare così tanti missili da mettere ko le difese di Gerusalemme: non sarà una rappresaglia di facciata. Le ipotesi operative tengono conto di attacchi anche dal Libano, del rischio incendi incontrollabili e delle violenze degli Huthi.
  • Caccia a bassa quota sorvolano Beirut. Telefonata fra la Meloni e il re di Giordania Abdallah II.

Lo speciale contiene due articoli.

Tutti abbiamo fatto l’esperienza di trovarci sotto uno scroscio di pioggia rannicchiati sotto un ombrello ed è ciò che gli israeliani stanno sperimentando in queste ore che il mondo definisce d’attesa. L’attesa, naturalmente, è per la rappresaglia o se si vuole la risposta che l’Iran si è impegnato a fornire dopo l’uccisione di Ismail Haniyeh il 31 luglio scorso. La morte del capo politico di Hamas, a poche ore da quella del numero due di Hezbollah, oltre a mettere probabilmente la parola fine sul negoziato per Gaza, ha anche posto Teheran nell’imbarazzante posizione di dover fornire una decisa risposta. E questa volta, come testimoniano le bandiere rosse del martirio che già sventolano sulle moschee iraniane, non sarà una risposta di facciata. Ne è convinto il presidente Usa Joe Biden che ha rinforzato la già robusta presenza navale a Est di Cipro. Ne sono convinti tutti i governi dell’Unione europea. Ne sono convinti i libanesi che con rassegnazione attendono di passare ancora una volta per il tritacarne di una guerra non loro. E, soprattutto, ne sono convinti gli israeliani.

Nell’attesa non si può far altro che ipotizzare scenari nessuno dei quali, tuttavia, risponde alla domanda decisiva di ogni guerra: quale nuova situazione si spera di determinare con la eventuale e desiderata vittoria? Rimandiamo ogni riflessione al riguardo per concentrarci su quello che i militari fanno di solito: ipotesi operative. La prima riguarda la possibilità per l’Iran di agire direttamente contro Israele attraverso un robusto lancio di droni, missili da crociera e missili balistici. Lo schema sarebbe lo stesso messo in atto il 13 aprile quando Teheran lanciò un attacco massiccio ma simbolico contro obiettivi militari in Israele. Allora furono impiegati 170 droni, 30 missili da crociera e 120 missili balistici che provocarono solo lievi danni alla base aerea di Nevatim, nel Sud di Israele. Tutto bene? Non proprio perché se ci si concentra non sui danni ma sulla crisi sopportata dall’ombrello antiaereo aperto su Israele è chiaro che i comandi iraniani hanno ora in mano due importanti informazioni. La prima è contenuta in un semplice nome: saturazione. In altri termini esiste un limite alle capacità di intercettazione delle difese aeree oltre il quale qualsiasi oggetto volante per quanto tecnologicamente rozzo è destinato a raggiungere il bersaglio. La seconda informazione è la consapevolezza che senza l’appoggio diretto degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia e quello inaspettato di altri Paesi arabi, Tel Aviv dispone di un ombrello inadeguato a ripararlo da una pioggia violenta. Il primo scenario si chiude quindi con sciami di droni, missili cruise e balistici, più densi di quelli sperimentati quasi quattro mesi fa. Il punto debole di questo primo scenario è il tempo. In particolare, il tempo di volo dai luoghi di lancio in Iran o Iraq a Israele. Un tempo che consentirebbe di diramare l’allarme generale con ampio anticipo e di predisporre difese efficaci anche se non totali. Lo scenario numero due è invece più pericoloso proprio perché in questo caso il tempo si calcolerebbe in decine di minuti e non in ore. Si parla in questo caso di quella parte di Libano controllata da Hezbollah. In questo caso ci si potrebbe attendere un massiccio lancio di razzi, colpi di artiglieria e magari anche qualche missile a corto raggio diretti tutti contro la Galilea settentrionale e magari il porto di Haifa. Da stime prudenti l’arsenale di Hezbollah è più che rifornito di questo tipo di munizioni in grado, se impiegate a massa, di saturare qualsiasi difesa aerea e colpire ovunque nel territorio a Nord di Tel Aviv. Se non bastasse, il Nord Galilea è costellata di piccoli villaggi e insediamenti agricoli. Il resto è fatto di campi coltivati, piccole macchie d’alberi e cespugli arsi dal sole. E anche in Galilea è agosto. Il rischio di un rogo infinito non è quindi da sottovalutare. La domanda è se Hezbollah dispone o meno dei mezzi di lancio necessari a saturare i cieli del Nord Israele. La risposta non è sicura, ma la prudenza spingerebbe a pensare di sì.

L’ultimo scenario è infine un mix dei primi due. Uno sforzo principale condotto dal Libano meridionale affidato ad Hezbollah, sostenuto da un nutrito lancio di missili e droni dal territorio iraniano. Questo sarebbe comunque uno sforzo ausiliario, concorrente al primo con lo scopo di ingaggiare la maggior parte delle difese antiaeree israeliane. A questo potrebbe aggiungersi qualche azione condotta dagli Huthi nello stretto di Bab-El-Mandeb che richiamerebbe risorse aeree statunitensi, britanniche e francesi. Quale che sia lo scenario che si verificherà la parola chiave rimane comunque saturazione perché anche se Benjamin Netanyahu ha in mano un ombrello di ottima qualità, Teheran è oggi l’uomo della pioggia.


Paolo Capitini, generale di brigata, analista e già docente di storia militare

Da non perdere

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz
Mondo

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz

A detta di Trump si svolgeranno oggi in Qatar «i colloqui voluti dal regime». Secondo Axios si tratterebbe di vertici separati tra i tecnici nemici e i mediatori del Paese del Golfo e del Pakistan. Gli ayatollah frenano: «Nessun meeting con la Casa Bianca».

«Accordo Israele-Libano». Hezbollah dice no
Geopolitica

«Accordo Israele-Libano». Hezbollah dice no

Siglato un patto quadro che però non piace ai filo-iraniani. Il presidente Aoun ha anche accolto con favore la guida di Italia e Francia nella coalizione post-Unifil. I media d’Oltralpe traducono male le parole di Meloni per metterla contro Le…