L’Europa conta di più quando ce n’è di meno
Ursula von der Leyen (Getty)
  • La stampa loda l’unità ritrovata a sostegno di Volodymyr Zelensky, ignorando che alla Casa Bianca hanno sfilato leader nazionali (incluso Keir Starmer, extra Ue), mentre Bruxelles è stata ininfluente. Ma è già ripartito il coro per ridurre la democrazia a favore dei tecnocrati.
  • Vladimir Putin chiama Recep Tayyip Erdogan, Istanbul pronta a ospitare il summit con Zelensky. Sergej Lavrov: «Niente garanzie per l’Ucraina decise senza di noi». Gli Usa: «Vanno discusse prima che si parli di cessione di territori».

Lo speciale contiene due articoli

Compiacersi è inutile: l’Europa non conta e l’Europa unita non esiste. Il summit di Washington ne è stato la prova: se l’Europa vale qualcosa, è perché valgono qualcosa le nazioni, con il loro peso specifico, la loro potenza relativa e persino i loro interessi divergenti. A cominciare dalle nazioni che, come il Regno Unito, non fanno più parte dell’Ue. Bruxelles, invece, non rappresenta davvero nessuno e non esprime posizioni politiche: Ursula von der Leyen è andata alla Casa Bianca a discutere di bambini ucraini rapiti. Argomento importantissimo, certo. Ma a Donald Trump è toccato ricordarle un dettaglio: «Siamo qui per un motivo diverso». Ieri, una portavoce dell’esecutivo comunitario si è ridotta a smentire le notizie per cui la tedesca «avrebbe lasciato temporaneamente la sala durante gli incontri» con Trump e Volodymyr Zelensky.

Eppure, sulla stampa, scorre la melassa sull’Europa che, «per quanto debole e fino a ieri incerta, sta riuscendo a porre sul tavolo la questione delle garanzie da offrire a Kiev» (Stefano Folli su Repubblica di ieri). L’Europa salva dignità e sovranità degli ucraini, riportando il ferino presidente americano alla ragione? Be’, capiamo di quale Europa si parla: non di quella che ha sede a Palazzo Berlaymont. Quella è rimasta irrilevante. Canta in un coro stonato, in cui Von der Leyen e Antonio Costa, presidente del Consiglio Ue, suonano la melodia italiana delle clausole di assistenza per l’Ucraina, mentre l’Alto rappresentante, Kaja Kallas, tuttora blatera di sanzioni alla Russia. In ballo, semmai, c’è l’Europa di Italia, Francia, Germania, Uk, capaci di mettere in piedi una proposta comune ma pure di dividersi sul futuro dell’Est: articolo 5 o truppe al fronte? Oppure entrambe le cose? Se articolo 5, in quanto Nato o in quanto singoli Paesi? E se truppe al fronte, come? Non più uniti, si capisce: Parigi e Londra spedirebbero migliaia di uomini; gli altri 10 Stati disposti a partecipare alla missione, forse nemmeno tutti europei (ci sarebbe il Giappone), contribuirebbero in misura minore; Roma, Varsavia e forse Berlino resterebbero fuori. E dove si metterebbero gli stivali sul terreno? Ieri, il capo di Stato maggiore della Difesa britannica, Tony Radakin, ha precisato che gli inglesi presidierebbero cieli e mari ucraini, ma non in prima linea.

L’Europa – quella delle nazioni «volenterose» – ha trovato una strada recuperando l’abituale lealtà atlantica. L’opposto di quanto si proponevano di fare, in chiave anti Trump, Emmanuel Macron e compagnia. Se poi fosse vero quanto ha scritto Politico, cioè che i leader europei hanno soltanto blandito il tycoon, convinti che Vladimir Putin farà saltare il tavolo, non ci sarebbe alcunché da celebrare: sarebbe la conferma che, non avendo esso mai elaborato una piattaforma diplomatica e avendo rincorso i diktat di Joe Biden, l’unico piano del Vecchio continente è continuare la guerra fino all’ultimo ucraino.

Se gli squilli di tromba stridono, risultano un po’ indigeste le analisi sui limiti che ora l’Europa dovrebbe trovare la forza di superare. Danilo Taino, sul Corriere della Sera, ieri spronava l’Ue ad accantonare «formalismo» e «legalismo» per «tornare a fare politica». Organizzando contingenti da inviare nel Donbass, utilizzando subito gli asset russi congelati alla faccia delle innumerevoli incognite giuridiche (e dello Stato di diritto che ci fregiamo di incarnare…), accelerando l’integrazione dell’Ucraina. Peccato che una mentalità così flessibile fosse un tabù ai tempi delle purghe a base di austerità. Guarda caso, dov’è che i saggi editorialisti vanno a parare? Ai metodi per neutralizzare i veti di Viktor Orbán e per spostare il baricentro delle decisioni dal Consiglio (ossia, dagli Stati membri) alla Commissione (ossia, a un organo nemmeno eletto direttamente dai cittadini). Così, «fare politica» si rivela per ciò che gli euroentusiasti redivivi intendono davvero: occupare gli ultimi spazi in cui l’Europa non è ancora – per usare un’antica e felicissima espressione di Mario Monti – «al riparo dal processo elettorale». E pensare che, per convincere il puzzone magiaro a non frapporsi fra Kiev e Bruxelles, è bastata una telefonata di Trump

L’angoscia di chi non s’avvede che a Washington c’è stato un sussulto dell’Europa delle nazioni, ma un rantolo agonico dell’Unione europea, è il fastidio di dover rendere conto a un’opinione pubblica riottosa. «Occorrerà molta azione pedagogica» – notava, sempre sul quotidiano di via Solferino, Angelo Panebianco – per convincere italiani e tedeschi a rinunciare al pacifismo, abituandoli alla necessità, chiara a britannici e transalpini, di «mandare i propri militari laddove la sicurezza è più minacciata». Anche in materia di bellicismo, l’Europa unita invece corre a due velocità. È lo stesso concetto che ha espresso sulla Stampa, pur senza indulgere ad altrettanto paternalismo, Guntram Wolff di Bruegel, il think tank di Monti e Jean Claude Trichet: «I leader», ha pontificato, «devono spiegare che investire in sicurezza oggi significa evitare conflitti devastanti domani». Come il lockdown e gli abbracci?

Sarebbe disonesto negare che il progressivo disimpegno americano sarà un’occasione per responsabilizzarci. Sarebbe miope non approfittarne per sgombrare il campo dalle rigidità dell’architettura istituzionale europea. Ma sarebbe sciocco fingere che politica internazionale e riarmo possano non essere un affare nazionale. Proprio quando i 100 miliardi da sborsare per gli equipaggiamenti Usa, destinati alla resistenza, minacciano di impoverire il fondo cassa della Von der Leyen.

L’Europa può avere voce in capitolo? Sì, se lavora sulle convergenze, magari meramente tattiche, tra i Paesi. Ecco: l’Europa funziona quando ce n’è di meno.

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