I nordcoreani si son rivelati soldatini. Spariti dal fronte dopo le batoste
(Ansa)
  • Fonti americane e ucraine attestano il ritiro delle armate di Kim dalla zona del Kursk: Mosca smentisce senza troppa convinzione. La Russia preme forte su Pokrovsk, snodo logistico cruciale nel Donetsk.
  • La madre di una rapita confessa: «Era detenuta in una struttura dell’Unrwa». Tra i rilasciati di oggi, Yarden Bibas, padre di due bimbi ancora nelle mani di Hamas.

Lo speciale contiene due articoli.

«I soldati nordcoreani inviati da Pyongyang per contrastare l’offensiva ucraina nel Kursk in Russia si sono ritirati dal fronte a causa di ingenti perdite inflitte dall’esercito di Kiev». A rivelarlo ieri è stato il New York Times in base a informazioni ricevute da alcuni funzionari americani e ucraini, secondo cui nella regione al confine tra i due Paesi, e in particolare nella prima linea dei combattimenti, non ci sono più tracce delle truppe di Kim Jong-un da ormai tre settimane. La notizia è stata immediatamente confermata dall’esercito ucraino ma smentita, senza troppa convinzione, dal Cremlino che ha parlato di «opinioni false» e «speculazioni deliranti» del quotidiano statunitense. Il portavoce delle Forze speciali ucraine, Oleksandre Kindratenko, interrogato sull’argomento dall’Afp, ha spiegato: «Nelle ultime tre settimane non abbiamo visto o rilevato alcuna attività o scontro armato con i nordcoreani. Pertanto riteniamo che si siano ritirati a causa delle pesanti perdite subite». Il generale ucraino Oleksandr Syrsky ha fatto sapere che in appena tre mesi il suo esercito è riuscito a dimezzare i ranghi nordcoreani. Da Mosca è invece intervenuto Dmitry Peskov. Il portavoce del Cremlino ha affermato all’agenzia di stampa Tass di non voler commentare quanto scritto dal Nyt, limitandosi a dire: «Ci sono molti ragionamenti diversi, giusti e sbagliati, deliranti e che distorcono la realtà. Probabilmente non è corretto per noi commentare ogni volta e non lo faremo». Descritti dai militari di Kiev come «feroci guerrieri» ma «disorganizzati» e «privi di coesione con le unità russe», secondo quanto appreso dal New York Times, gli 11.000 uomini nordcoreani inviati lo scorso novembre a combattere nel Kursk sarebbero stati lasciati allo sbaraglio con una quantità limitata di mezzi blindati e senza un piano strategico adeguato a fronteggiare il fuoco nemico. Tuttavia, altre fonti americane, suggeriscono che non si tratti di un ritiro definitivo ma soltanto di un periodo utile a riorganizzarsi in seguito alle gravi perdite subite; mentre da Seul fanno sapere che la Corea del Nord starebbe preparando un nuovo contingente da mandare in Russia per rimpiazzare le perdite subite, ma non solo. Secondo il numero uno dell’intelligence militare ucraina, Kyrylo Budanov, nelle prossime intenzioni di Pyongyang ci sarebbe anche l’invio di oltre 100 sistemi di artiglieria a lunga gittata Koksan M1989 da 170 mm, conosciuti anche come «cannoni Juche» che l’industria bellica nordcoreana avrebbe sviluppato in caso di conflitto con la Corea del Sud.

Nel frattempo, nel Kursk, le truppe ucraine provano a trarre vantaggio di questa situazione mettendo a segno alcuni attacchi. Uno di questi ieri ha colpito e distrutto una postazione di comando dell’esercito russo. Difesa aerea russa che nella notte tra giovedì e venerdì ha dovuto abbattere 49 droni lanciati dalle forze ucraine in sette regioni del Paese. I detriti di uno dei velivoli intercettati dalla contraerea hanno mandato in fiamme una raffineria nella regione di Volgograd, causando un ferito. Sempre nel Kursk, il Comitato investigativo russo ha reso noto ieri di aver arrestato il comandante dell’11ª compagnia del quarto battaglione ucraino, Yevgeny Fabrisenko, accusato di aver commesso crimini contro civili uccidendo 22 persone nel villaggio di Russkoye Porechnoye.

Il fronte caldo del conflitto, però, continua a essere Pokrovsk, un punto logistico strategico nel Donetsk che collega l’Ucraina orientale a quella occidentale e considerato ora lo snodo cruciale della guerra in quanto potrebbe aprire alla Russia la strada che porta a Kiev. A Pokrovsk, dove è stata chiusa la più importante miniera di carbone del Paese e le autorità ucraine hanno fatto sapere che la popolazione è passata da 60.000 a 7.000 abitanti dall’inizio delle ostilità, l’esercito di Mosca dopo la conquista del villaggio di Novovasylivka sta puntando ad accerchiare l’intera zona e avvicinarsi alla regione di Dnipro. Ieri il presidente Volodymyr Zelensky è intervenuto per commentare l’attacco russo su un edificio residenziale a Sumy che ha causato nove morti e 13 feriti: «Questo è il marchio di fabbrica della Russia: distruggere la vita di molte famiglie, l’intera casa. Ogni attacco russo di questo tipo deve avere una risposta da parte del mondo: il terrore non deve rimanere impunito», ha detto il leader ucraino. «La risposta più efficace consiste nel sostenere il nostro popolo e il nostro Stato, nel mantenere la pressione sulla Russia che deve essere costretta alla pace. La causa di questa guerra è da ricercare esclusivamente nella Russia». Un appello immediatamente raccolto dalla Finlandia, tra i Paesi europei più interessati e preoccupati dalle minacce di Vladimir Putin, con il presidente della Repubblica che ha accolto ieri la proposta del governo di Helsinki di consegnare a Kiev il proprio 27° carico di equipaggiamenti di difesa. Un nuovo pacchetto di aiuti di 198 milioni di euro che fa salire il valore totale delle attrezzature per la difesa fornite fin qui all’Ucraina dal Paese scandinavo a 2,5 miliardi. Zelensky starebbe anche valutando la possibilità di abbassare l’età della mobilitazione militare dagli attuali 25 anni a 18. «L’Ucraina sta assistendo a un genocidio contro la sua stessa popolazione da parte di coloro che sono stati eletti dal popolo ucraino come leader», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, scordandosi forse che il Cremlino prese la stessa decisione nel 2022.

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