Teheran rivendica una vittoria politica dopo la sconfitta di Trump, mentre la Russia assicura che la propria linea sull’Ucraina non cambierà. La Cina punta sul dialogo con Washington. In Europa la sinistra festeggia e vede nel risultato un avvertimento per le destre, ma Bardella invita a rispettare il voto americano.
La sconfitta elettorale di Donald Trump non è passata inosservata nelle principali capitali internazionali. La conquista di Camera e Senato da parte dei democratici apre una nuova fase per la politica americana e, inevitabilmente, solleva interrogativi sulle conseguenze per gli equilibri internazionali. Ma se a Washington si prepara uno scontro istituzionale tra la Casa Bianca e il Congresso, all’estero le reazioni sono diverse. C’è chi legge il risultato come un’occasione per mettere in difficoltà il presidente americano, chi invita alla prudenza e chi, soprattutto in Europa, prova a trasformarlo in un segnale per la propria politica interna.
Teheran usa il voto contro Trump
La reazione più esplicita è arrivata da Teheran. Il capo della Magistratura iraniana, Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i, ha sostenuto che Trump abbia fallito sia sul piano militare sia su quello politico. «Di certo imporremo a lui nuove sconfitte», ha scritto su X, collegando il risultato delle urne alla guerra tra Stati Uniti e Iran. Sulla stessa linea si è mosso il vicepresidente del Parlamento iraniano, Ali Nikzad Samrin, secondo cui la sconfitta elettorale del presidente americano sarebbe una conseguenza di quella subita contro la Repubblica islamica.
Non si tratta soltanto di dichiarazioni polemiche. Per il regime iraniano, il risultato americano offre l’occasione di presentare le difficoltà interne di Trump come una conferma della propria capacità di resistere alla pressione di Washington. Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha interpretato il voto come un rifiuto della guerra da parte degli elettori americani, sostenendo che gli Stati Uniti abbiano detto no al conflitto per ragioni di coscienza o per il peso del costo della vita. Una lettura che Teheran cerca di accreditare mentre restano aperti i negoziati indiretti sul programma nucleare e non è esclusa una ripresa delle operazioni militari.
Trump, del resto, non ha chiuso alla possibilità di nuovi attacchi. Ha dichiarato che non ci sono piani immediati per un intervento su larga scala, ma che Washington è pronta ad agire se necessario. Ha inoltre sostenuto che gli Stati Uniti stiano ottenendo risultati dal blocco dei porti iraniani e dalla pressione economica esercitata su Teheran. Proprio su questo punto si inserisce la risposta cinese: Pechino ha annunciato di essere pronta a intensificare il dialogo con l’Iran e con gli altri Paesi della regione per contribuire ad allentare le tensioni.
Mosca non cambia linea, Pechino punta sul dialogo
Più prudente la reazione russa. Il viceministro degli Esteri Sergej Rjabkov ha escluso che la politica di Mosca, compresa quella relativa alla guerra in Ucraina, possa essere condizionata dal risultato delle elezioni americane. «La nostra linea di principio e coerente sull’Ucraina, così come la nostra politica estera nel suo complesso, non è opportunistica», ha dichiarato, aggiungendo che non dipende dalle oscillazioni politiche degli altri Paesi.
Una presa di posizione che non significa indifferenza per quanto accade a Washington. La perdita del controllo del Congresso da parte dei repubblicani potrebbe infatti complicare i rapporti tra Trump e il Parlamento su questioni come le sanzioni contro Mosca e il sostegno a Kiev. I democratici potranno esercitare maggiori pressioni sulla Casa Bianca e chiedere un coinvolgimento più deciso degli Stati Uniti a favore dell’Ucraina. Resta però da capire quanto riusciranno a incidere sulle scelte del presidente, che mantiene ampi poteri in politica estera.
Nel frattempo, il Cremlino guarda anche al prossimo appuntamento diplomatico con Washington e Pechino. La Cina ha confermato di essere in contatto con le altre due capitali per organizzare un incontro tra Xi Jinping, Trump e Vladimir Putin, previsto a margine di un vertice regionale in programma nelle prossime settimane. La portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha ribadito che le elezioni americane sono una questione interna agli Stati Uniti e che Pechino è disponibile a proseguire la collaborazione con Washington.
È un messaggio improntato alla continuità, almeno sul piano ufficiale. La Cina non ha interesse a trasformare pubblicamente il risultato elettorale americano in una contrapposizione con Trump e, al contrario, punta a mantenere aperti i canali di comunicazione con la Casa Bianca. La nuova maggioranza democratica potrebbe rendere più complesso il confronto su commercio, tecnologia e rapporti strategici, ma non determina automaticamente un cambio di rotta della politica americana verso Pechino.
Anche il Giappone esclude contraccolpi nei rapporti con Washington. Il capo di Gabinetto Minoru Kihara ha assicurato che l’importanza delle relazioni bilaterali resterà invariata, indipendentemente dall’esito delle elezioni di midterm. «Una solida alleanza tra Giappone e Stati Uniti è indispensabile per tutelare al meglio gli interessi nazionali del Giappone e per garantire la pace e la stabilità della comunità internazionale», ha dichiarato. Tokyo intende quindi continuare a collaborare con gli Stati Uniti a tutti i livelli, compresi quelli dei leader e dei ministri degli Esteri, con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente l’intesa.
In Europa la sinistra festeggia, Bardella frena
Se Russia e Cina hanno scelto un atteggiamento prudente, in Europa il risultato americano è diventato subito materia di confronto politico. In Francia, esponenti della sinistra hanno accolto con entusiasmo la sconfitta dei repubblicani, leggendo nelle elezioni statunitensi un possibile segnale anche in vista delle presidenziali francesi della prossima primavera.
La candidata ecologista Marine Tondelier ha parlato di una «sconfitta storica» di Trump e ha indicato nel risultato un avvertimento per il Rassemblement National di Marine Le Pen, che secondo i sondaggi resta in una posizione favorevole in vista della prossima consultazione. Anche il socialdemocratico Raphaël Glucksmann ha salutato il voto come una vittoria della democrazia, mentre il Partito socialista e La France Insoumise hanno interpretato l’esito americano come parte di una più ampia inversione di tendenza rispetto alla crescita delle destre.
Di tutt’altro tenore la posizione del presidente del Rassemblement National, Jordan Bardella, che ha invitato a rispettare il verdetto degli elettori americani senza cercare parallelismi automatici con la situazione francese. Il leader del partito ha però individuato un possibile elemento di collegamento tra la sconfitta di Trump e le scelte della sua amministrazione: l’intervento militare in Iran e le conseguenze economiche del conflitto. Secondo Bardella, la guerra ha avuto ripercussioni pesanti sul potere d’acquisto delle famiglie, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, a causa dell’aumento dei prezzi del petrolio.
Sánchez: «Voto contro politiche che impoveriscono»
Anche dalla Spagna è arrivata una lettura apertamente politica del risultato. Il premier Pedro S ha esultato per la vittoria democratica, sostenendo che gli elettori americani abbiano votato contro le politiche che impoveriscono, l’odio, il maschilismo e il negazionismo climatico. Il capo del governo spagnolo ha poi accostato quanto accaduto negli Stati Uniti alla recente affermazione di Lula in Brasile, prevedendo che lo stesso orientamento possa affermarsi anche in Spagna, dove il 29 novembre si terranno le elezioni politiche anticipate.
In Italia, invece, Giorgia Meloni ha preferito rinviare il commento. Interpellata dai giornalisti durante le celebrazioni del 4 novembre all’Altare della Patria, il presidente del Consiglio ha risposto: «Di America parliamo in un altro momento», scegliendo di concentrarsi sulla Festa delle Forze armate.
Per l’Europa resta aperta la partita con Washington
Al di là delle dichiarazioni politiche, la questione centrale per i governi europei riguarda le conseguenze concrete del nuovo equilibrio americano. La perdita del Congresso da parte dei repubblicani potrebbe rendere più difficile per Trump ottenere l’approvazione di nuove misure legislative e finanziarie, ma non comporta automaticamente un cambiamento della politica estera statunitense. Il presidente conserva infatti ampi margini di autonomia nella gestione dei rapporti internazionali e dei negoziati commerciali.
Per l’Europa restano aperti soprattutto i dossier dei dazi, della sicurezza e del sostegno all’Ucraina. Una maggioranza democratica potrebbe esercitare pressioni per modificare alcune scelte dell’amministrazione, ma non ha il potere di sostituirsi alla Casa Bianca nella conduzione quotidiana della diplomazia. Anche per questo, le reazioni delle capitali europee dovranno essere valutate non soltanto sulla base delle dichiarazioni di queste ore, ma soprattutto alla luce delle decisioni che Washington assumerà nei prossimi mesi.