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(Ansa)

I rapporti tra Washington e Teheran continuano a oscillare tra tensione e diplomazia. Secondo l’Associated Press, l’amministrazione Trump avrebbe comunicato agli alleati arabi di tenersi pronti: gli Stati Uniti potrebbero infatti riprendere i bombardamenti contro la Repubblica islamica dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre.

Si tratta di indiscrezioni a cui ha fondamentalmente replicato la Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei, ordinando all’esercito di rispondere senza «limiti geografici a qualsiasi minaccia nemica».

«Se i nemici lanceranno nuovamente attacchi militari o terroristici, saranno le forze armate della Repubblica islamica e della nazione iraniana a determinare i tempi e le condizioni per porvi fine», ha altresì affermato.

Eppure, al netto di questa situazione tesa, la diplomazia non si è del tutto fermata. Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha affermato ieri che, pur non escludendo nuove azioni militari, gli Stati Uniti restano «aperti a una soluzione diplomatica».

La lettera di Vance a Rezaei: stop all’atomica in cambio della revoca delle sanzioni

Sempre ieri, il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, ha inoltre reso noto che il regime khomeinista ha discusso ai suoi più alti livelli della lettera recentemente inviata da JD Vance al segretario del Consiglio supremo di Sicurezza nazionale iraniano, Mohsen Rezaei.

Secondo il Wall Street Journal, nella missiva il vicepresidente statunitense avrebbe proposto un quadro in cui inserire eventuali nuovi negoziati: un quadro improntato agli interessi nazionali dei due Paesi rivali. In particolare, Vance vorrebbe che Teheran si impegnasse concretamente a rinunciare all’atomica in cambio di una revoca delle sanzioni e dello sblocco dei beni iraniani congelati all’estero.

Araghchi cerca un’intesa a Doha, mentre i pasdaran frenano i negoziati

Ebbene, ieri, Araghchi ha definito un «passo positivo» il tentativo americano di riprendere il dialogo. Ha poi reso noto che una delegazione iraniana si trovava a Doha per proseguire i colloqui con i mediatori. «I mediatori hanno presentato delle proposte riguardanti il ​​dossier nucleare, che stiamo attualmente esaminando nell’ambito della seconda fase», ha affermato, pur precisando che «al momento non sono previsti incontri con dei funzionari americani».

Secondo Al Jazeera, Araghchi avrebbe anche ammesso che la pressione economica statunitense si sta facendo sentire sul regime khomeinista. Il che, leggendo tra le righe, può essere letto come un monito ai pasdaran, che hanno finora boicottato gli sforzi diplomatici del presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, e dello stesso Araghchi.

Il presidente e il ministro degli Esteri avrebbero infatti da tempo voluto arrivare a un accordo diplomatico con Washington, proprio per alleviare la disastrosa situazione economica in cui versa la Repubblica islamica.

Le Guardie della rivoluzione, dal canto loro, non ne vogliono sapere di cedere sul nucleare. Inoltre, hanno promosso la linea dura e alimentato la tensione negli stretti con il preciso intento di mantenere elevato il costo dell’energia e danneggiare così il Partito repubblicano statunitense alle elezioni di metà mandato (giusto ieri una petroliera ha preso fuoco dopo aver urtato delle mine iraniane a Hormuz).

Sotto questo aspetto, è possibile ipotizzare che Vance abbia inviato una lettera proprio a Rezaei in forza degli storici legami che quest’ultimo intrattiene con i pasdaran. È come se Washington stesse provando a dialogare con l’ala più oltranzista del regime khomeinista, continuando tuttavia a tenere sul tavolo l’opzione militare.

Rezaei rivendica la vittoria e apre all’ipotesi di un Iran dotato di armi nucleari

Il network delle Guardie della rivoluzione continua però a puntare i piedi. «Il tono degli americani è completamente cambiato, il che è un buon segno che dimostra che il nostro popolo ha ottenuto la vittoria», ha infatti detto ieri spavaldamente Rezaei, riferendosi alla lettera di Vance.

Non solo. Pur non chiudendo del tutto alla diplomazia, ha anche fatto sapere che sarebbe in corso una discussione sull’eventualità che l’Iran abbandoni il divieto allo sviluppo di armi atomiche.

Il punto è che gli stessi pasdaran devono fare attenzione. È vero: sono riusciti nell’intento di far sì che, negli Stati Uniti, il costo del carburante sia rimasto abbastanza elevato a ormai pochi giorni dalle Midterm. Inoltre, secondo il Wall Street Journal, gli attacchi di Teheran alle basi americane in Medio Oriente sarebbero costati almeno 5 miliardi di dollari (alcune stime arrivano addirittura a 15 miliardi).

La strategia dei pasdaran mette a rischio l’economia iraniana e irrigidisce i rapporti con i Paesi vicini

Tuttavia, la strategia delle Guardie della rivoluzione ha al contempo portato a un deciso peggioramento della già precaria economia iraniana. In secondo luogo, la tensione negli stretti ha irritato alcuni Paesi che, come la Turchia, non sono certo ostili a Teheran.

Come se non bastasse, Trump sta entrando negli ultimi due anni del suo secondo mandato: se anche le Midterm dovessero andare male per i repubblicani, il presidente, non potendo ricandidarsi alla Casa Bianca, si sentirebbe meno vincolato e potrebbe quindi aumentare decisamente la pressione militare sul regime khomeinista.

Tra l’altro, il nuovo Congresso non entrerà in carica prima di gennaio. Infine, è vero che finora l’Accordo della Mecca (vale a dire il patto di sicurezza sottoscritto ad agosto da Islamabad, Ankara e Riad) non è riuscito a scoraggiare sostanzialmente gli attacchi degli Huthi, spalleggiati dall’Iran, nei confronti dell’Arabia Saudita.

Tuttavia, il ministero degli Esteri siriano ha reso noto ieri che Damasco potrebbe aderire all’accordo: uno scenario che non risulterebbe troppo auspicabile per Teheran. Le relazioni tra la Siria e l’Iran sono infatti notevolmente peggiorate dopo la caduta di Bashar al Assad nel 2024.

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