Ha vinto Bibi Netanyahu, ma farà fatica a fare un governo. Di sicuro ha perso Hamas e chi voleva cancellare lo Stato d’Israele. Secondo le prime proiezioni di Channel 12 alla chiusura dei seggi alle 21 ora italiana il Likud si conferma primo partito alla Knesset con 24 seggi (ne aveva 32), mentre il suo rivale, ma egualmente schierato a destra Gadi Eisenkot, alla testa del partito di recentissima formazione Yashar, si ferma a 22 seggi.
Netanyahu primo partito, ma la maggioranza è incerta
Diversa sarebbe la proiezione sulle coalizioni; quella di Eisenkot avrebbe il 46% (circa 52 seggi), mentre il raggruppamento che fa capo a Netanyahu arriverebbe al 41,6% (50 seggi). Una cosa è certa: in una tornata elettorale, col record di affluenza, chi pensava di cancellare Bibi ha sbagliato il pronostico.
C’erano ieri due modi per seguire le elezioni in Israele: attenersi ai fatti o guardare i social. Il primo sguardo consentiva di apprezzare che da Tel Aviv alla Cisgiordania c’erano milioni di persone – 7,3 milioni sono gli elettori, un milione quelli di lingua e religione musulmana – in fila ai seggi per esercitare un diritto democratico. E quelle persone sono le sole a poterlo fare in tutto il Medio Oriente. Tra loro ci sono anche gli arabi israeliani che hanno due loro partiti – Ra’am e Lista Comune – che possono determinare gli equilibri politici in Israele. Uno dei loro leader, Yousef Jabareen, ha fatto un massiccio invito al voto e stavolta nelle zone dove vivono gli eredi di quei palestinesi che nel 1948 scelsero di integrarsi nel nuovo Stato sono andati massicciamente ai seggi.
Se un po’ di stanchezza elettorale si è manifestata è stata invece nelle zone tradizionalmente legate al partito di Bibi Netanyahu, il premier uscente e il primo ad essere nato in Israele, il Likud. L’affluenza più bassa si è avuta ad Afula, nel Nord, nella Tiberiade, a Holon, zone dove il partito è fortemente radicato.
A Tel Aviv, la capitale che conta come area metropolitana circa 4 milioni di abitanti, più della metà di tutti gli israeliani, la partita è aperta. Nei quartieri bene prevale il voto per Gadi Eisenkot, il vero avversario di Netanyahu, ex capo di Stato maggiore, nato a Tiberiade, che ha lanciato il suo partito di destra Yashar (Onesto) ed è però disposto ad aprire un confronto con gli arabi. Era entrato nel governo di unità nazionale guidato da Benjamin Netanyahu dopo il 7 ottobre 2023 e faceva parte anche del gabinetto di guerra, ma si è dimesso in polemica dopo i contrasti con Bibi sulla strategia per riportare a casa gli ostaggi di Hamas.
I parenti delle vittime del 7 ottobre ieri hanno sfilato a Tel Aviv chiedendo che Netanyahu lasci. Eisenkot peraltro nel conflitto di Gaza ha perso il figlio di 25 anni, Gal, ucciso nella battaglia di Jabalia. Lo votano nei quartieri alti mentre nelle zone popolari il consenso è tutto per Netanyahu.
Affluenza record e voto degli arabi israeliani
Va ricordato che ai palestinesi che stanno fuori dai confini d’Israele non è permesso votare da 20 anni perché vivono nel regime del terrore: quello di Hamas. Alle 18 del pomeriggio l’affluenza ai seggi era la più alta da 70 anni a questa parte: il 66,7% tant’è che Netanyahu ha proposto di allungare di due ore l’apertura delle sezioni elettorali che hanno chiuso alle 22 ora locale (le nove di sera in Italia).
Qualche arabo come Ahmad Tibi del movimento Ta’al ha provato a diffondere notizie di tentativi di impedire il voto agli islamici. Non è vero: circa il 70% di loro ha deposto la scheda nell’urna, ovviamente contro il Likud. A pareggiare questa spinta dovrebbero aver contribuito gli oltre 70.000 residenti all’estero tornati a Tel Aviv proprio per votare.
La lettura dei social e la propaganda anti-israeliana
Questi sono i fatti. Se invece si fosse guardato alle elezioni israeliane attraverso la finestra dei social si sarebbe appreso che si stava organizzando una nuova aggressione ai territori, che i coloni della Cisgiordania occupano illegalmente la terra e che di fatto il voto serve soltanto a continuare la guerra contro i palestinesi perché gli israeliani vogliono terminare il genocidio e il voto serve solo ad avallare questa scelta. Anche perché Netanyahu vuole tenere il potere per cambiare i codici processuali ed evitare la condanna per corruzione.
I social raccontano le elezioni in Israele come una sorta di referendum pro o contro Bibi dove lui sacrifica la vita dei palestinesi per i suoi interessi personali. Non è così. Probabilmente i pro Pal di tutto il mondo sanno una cosa: in queste elezioni c’è solo un risultato certo e scontato e cioè che la propaganda antisraeliana sarà sconfitta nelle urne, che il voto è una barriera invalicabile per chi predica dal fiume al mare e cioè la cancellazione dello Stato di Israele e che con la scheda elettorale gli ebrei difendono sé stessi decretando la sconfitta di Hamas.
Un Parlamento frammentato e il rischio di nuove elezioni
Dalle urne potrebbe uscire un Paese spaccato – i risultati definitivi si sapranno in un paio di giorni – perché i sondaggi dicono che oggi non c’è nessuno in grado di conquistare 61 seggi che danno la maggioranza alla Knesset (il parlamento israeliano conta 120 deputati).
In lizza ci sono però ben 14 formazioni con uno sbarramento al 3,2%: dagli oltranzisti di Otzma guidati da Ben Gvir, di Shas e di Giudaismo Unito guidato dagli askenaziti, al partito democratico di Yair Golan che è di centrosinistra, alla novità di questa campagna elettorale Popolo d’Israele guidato da Amka Israel che potrebbe allearsi con i riservisti.
Un quadro abbastanza complesso e confuso che però ha un minimo comune denominatore: con Hamas non si tratta e che potrebbe consegnare a Isaac Herzog, il presidente, un non verdetto con la necessità di indire nuove consultazioni.
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